Canada e Stati Uniti: Eastern Wonders 1

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Il primo dei cinque racconti di Sergio Virginio: Eastern Wonders 1. "Da anni desideravo completare il mosaico dei miei viaggi americani e finalmente ci sono riuscito. Tre giorni a New York sono pochi per vedere quella grande metropoli piena di grattacieli che toccano il cielo, ma sono sufficienti per capire il volto cosmopolita di quella città, dove ogni paese del mondo è rappresentato da una vivace comunità. Un esempio di come saranno tutte le città del mondo unito del futuro.

Il tour organizzato Eastern Wonders è un giro di 3.077 chilometri che mette in mostra il meglio del paesaggio naturale di quelle terre, e di città molto belle con caratteristiche diverse che fanno entrare nel vivo dei cinque secoli di storia del nuovo continente. Dalla bellissima costa atlantica si va verso il Nord, attraversando gli stati americani del Connecticut, Massachusetts e Vermont per raggiungere il Canada del Québec. Poi si scende costeggiando il fiume San Lorenzo e si attraversa il territorio dell’Ontario dell’omonimo lago e delle famose cascate del Niagara. Il ritorno avviene attraversando lo stato di New York e il verde bucolico della Pensilvania per poi entrare nel Maryland, dove c’è la pausa di due giornate nella verde e ricca capitale statunitense. Infine, durante l’ultima tappa, una visita alla città da dove si erano mossi i primi passi verso l’indipendenza americana. Storie di esploratori inglesi e francesi che invadevano le terre dei nativi indiani, e di coloni inglesi che combattevano per l’indipendenza americana. Storie di pensatori progressisti che realizzavano i loro ideali, e di una sanguinosa guerra civile per eliminare la schiavitù. Un lungo viaggio di quasi due settimane piene di sole. Un viaggio impegnativo ma molto rilassante, in mezzo a territori ondulati rivestiti da foreste interminabili, che all’inizio dell’autunno offrono una piacevole varietà di colori.

Il viaggio:
L’avventura americana iniziò coi voli da Venezia a Monaco di Baviera e poi fino a New Work, dove mi fermai per due giorni a Manhattan, nel cuore della metropoli americana, partecipando a una visita guidata. Da lì iniziò l’Eastern Wonders, il tour in pullman con la prima tappa a Boston, la città americana più antica dalle origini anglosassoni. Il viaggio proseguì durante il giorno successivo fino a Québec, di marca francese, dopo aver varcato i confini del Canada. Poi raggiunsi Montreal, una grande e moderna metropoli, pulita, ordinata e silenziosa, dal traffico molto scorrevole. L’indomani arrivai a Ottawa, dall’inconfondibile very english style, dove la capitale green metteva in mostra estese superfici di parchi verdi attraversate dalle acque del fiume e di canali che si specchiavano nell’azzurro del cielo. Poi fu la volta di Toronto, dove salii sulla torre seconda al mondo per ammirare l’esteso brulicare delle case inframmezzate dal verde, che sembravano gravitare attorno al grappolo dei numerosi grattacieli raggruppati fin sulla riva del lago. Poi arrivò il giorno più rilassante con il pranzo nell’altissimo ristorante della Skylon Tower e la suggestiva vista delle famose cascate del Niagara. Nel ritorno, per approfondire la storia americana, mi fermai due giorni a Washington a visitare monumenti e musei, e in quel di Philadephia, che vantava il primato storico di opposizione politica coloniale inglese. Infine, prima del volo intercontinentale, ancora un giorno nella città della Grande Mela.
Un incantevole scenario di bellezze naturali e di grattacieli. Una storia che fa riflettere!"

EASTERN WONDERS

LEGGI IL REPORTAGE COMPLETO:

1. New York città cosmopolita

Arrivai all’aeroporto internazionale di Newark in un soleggiato tardo pomeriggio di metà settembre.
Superata l’area del Baggage Claim, notai un signore che alzava un cartello col segno distintivo di una mela verde, con su scritto il mio nome e cognome. Era l’autista incaricato di accompagnarmi all’hotel Doubletree di Manhattan, nel cuore di New York, punto di partenza e arrivo dell’Eastern Wonders, un viaggio turistico attraverso gli stati statunitensi e canadesi dell’Est.
Appena fuori, volsi lo sguardo verso il sole che mi aveva accompagnato durante i sorvoli delle Alpi e dell’Atlantico, allungando di sei ore la luce del giorno della mia partenza. Era posizionato davanti all’ingresso dell’aeroporto e stava infuocando lentamente l’azzurro del cielo verso l’orizzonte.
Durante il tragitto in autostrada osservavo il paesaggio che sfilava dal finestrino, arrossato come un deserto dalla calda luce del tramonto. Con la tenue luce del crepuscolo, dietro le silhouette di ponti, viadotti, treni, edifici commerciali e capannoni industriali, apparvero le sagome scure di altissimi grattacieli: un grumo di cemento, acciaio e vetro. Un paesaggio insolito per uno come me che vive in un paese di campagna. Quando l’auto s’inoltrò a passo d’uomo tra i semafori del rumoroso groviglio di vie di Manhattan, piene di automobili, taxi gialli, camioncini e bus in colonna, chiesi all’autista quando saremmo arrivati. Lui rispose che di sabato, il traffico era più scorrevole e che non mancava molto per raggiungere l’hotel. Per percorrere trenta chilometri di strada avevamo impiegato più di un’ora e mezza.

L’indomani partii alle otto di mattina col bus della visita guidata di New York, una metropoli di oltre 8 milioni di abitanti, divisa in cinque distretti. Manhattan è uno di questi: una piccola isola, una striscia di terra sul fiume Hudson, lunga una ventina di chilometri e larga tre, quattro. Grazie allo stato roccioso del suo sottosuolo, la maggior parte degli edifici sono dei grattaceli altissimi.
Così, nel corso degli anni, la sua capacità ricettiva era aumentata notevolmente, diventando il distretto più densamente popolato.
Essendo domenica, il traffico era scorrevole. Sui marciapiedi affollati si notavano molti turisti, intenti a immortalare ricordi di grattacieli, chiese e locali famosi. Sergio, la guida locale di origine italiana, dopo aver illustrato alcune date storiche della città, ci fece scendere dove sorgevano i palazzi d’epoca dei benestanti newyorkesi. Eravamo nei pressi del Central Park, uno dei parchi cittadini più conosciuti al mondo, grazie anche alle sue comparse in molti film. Molti americani lo definiscono il “polmone verde” di New York.
Quando c’incamminammo sul viale della zona Strawberry Fields, titolo di una canzone dei Beatles, mi parve di rivivere dentro quell’immensa oasi verde di pace e tranquillità al riparo del sole, frequentata da podisti, ciclisti, pacifici animaletti e uccelli migratori. In mezzo al quel verde riposante, leggermente macchiato dai primi colori autunnali, dimenticai gli alberghi di lusso, le banche, le vetrine scintillanti e i grattacieli che toccavano il cielo, per lasciarmi sorprendere dagli scoiattoli in cerca di ghiande che mi passavano vicino indifferenti, e dai colori giallo arancio delle foglie che iniziavano a cadere.
Ma a un certo punto del percorso mi accorsi che i turisti del mio gruppo che mi precedevano erano attratti da una scritta per terra che si trovava proprio al centro di una piazzola con ai bordi alcune panchine in fila. Lì per lì, nonostante Imagine fosse il titolo di una celebre canzone che adoravo sin dai tempi dell’adolescenza, non capii il perché di tutta quella frenesia attorno a quelle sette lettere formate da un mosaico bianco e nero con la superficie circolare. Ma le spiegazioni della guida dissiparono ogni dubbio. A pochi passi da lì, ai piedi del palazzo dove viveva, nell’ormai lontano 1980 era avvenuto l’assassinio di John Lennon, l’autore e cantante di quella canzone che aveva fatto sognare i giovani d’allora. La sua traduzione finisce così: “Potresti dire che sono un sognatore ma non sono l’unico, spero che un giorno vorremo veramente essere uniti, e il mondo vivrà come una cosa sola”.

Dopo quell’emozionante e salutare passeggiata, risalimmo sul nostro bus riservato per attraversare il quartiere di Harlem, tradizionalmente conosciuto per essere un grande centro culturale e commerciale degli americani di colore. Prima di attraversare in bus il vasto e movimentato quartiere cinese, transitammo all’ingresso della festa di San Gennaro: una via molto affollata con ai lati numerosi chioschi gastronomici. A Manhattan c’erano un’infinità di piccole differenze, dove ogni quartiere, ogni zona, racchiudeva un proprio carattere. Fu così che cominciai a scoprire il volto cosmopolita di New Work, dove ogni paese del mondo è rappresentato da una vivace comunità.

Il bus proseguì fin sulla riva dello stretto marittimo East River per scendere a fotografare i due famosi ponti sospesi che collegano l’isola al distretto di Brooklyn.
Non poteva mancare una visita all’isolato dove sorgevano le torri gemelle, distrutte dal famoso attentato che fece tremare il mondo l’11 settembre 2001. L’area era occupata dal memoriale posto in mezzo a un parco alberato: due gigantesche fontane quadrate di granito profonde quattro metri, grandi quanto le superfici delle vecchie torri. I pannelli in bronzo delle balaustre riportano tutti i nomi delle vittime. Nei pressi del monumento era stato costruito un nuovo complesso residenziale con al centro la Freedom Tower, un grattacielo altissimo che con la sua punta raggiunge 541 metri.

Infine, prima di ritornare all’hotel Doubletree camminando sulla Lexington Ave, il bus raggiunse la punta dell’isola di Manhattan per osservare a distanza la statua della libertà che, offuscata da una leggera bruma, si elevava imponente sulla sponda della Liberty Island.

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INFORMAZIONI

Sergio Virginio
web iviaggidisergio.wordpress.com