“L’amico del popolo”, 25 dicembre 2018

L'amico del popolo
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L’amico del popolo”, spazio politico di idee libere, di arte e di spettacolo. Anno II. La rubrica ospita il giornale quotidiano dell’amico veronese Ugo Brusaporco, destinato a coloro che hanno a cuore la cultura. Un po’ per celia e un po’ per non morir...

Un film al giorno

SOMETHING BIG (Ti combino qualcosa di grosso, USA, 1971). Regia di Andrew V. McLaglen. Soggetto e sceneggiatura: James Lee Barrett. Musica: Burt Bacharach, Marvin Hamlisch. Fotografia: Harry Stradling Jr. Montaggio: Robert L. Simpson. Con: Dean Martin, Brian Keith, Carol White, Honor Blackman, Ben Johnson, Albert Salmi, Don Knight, Joyce Van Patten, Judi Meredith, Denver Pyle.

Sapendo che la fidanzata Dover Mac Bride è in procinto di venire a prelevarlo, Joe Baker ha deciso di concludere la sua carriera di avventuriero compiendo con la sua banda il "colpo grosso", cioè il saccheggio della roccaforte del bandito messicano Emilio Esteves. Per riuscire nel difficile intento, Baker tratta con un ladro, Cob, che gli garantisce una mitragliera in cambio di una donna. Per tale scopo, Baker assalta inutilmente quattro diligenze e soltanto al quinto tentativo fa prigioniera Mary Anna Morgan, venendo solamente in seguito a sapere che si tratta della moglie del colonnello Morgan. Trattata con il massimo rispetto la prigioniera, Joe si avvia al luogo di appuntamento, incerto sul da farsi. In tanto Morgan, venuto a conoscenza del rapimento, si mette alla caccia del bandito. Riesce a intrappolare Cob e la mitragliera. Nel frattempo è giunta Dover, sorella di Tommy MacBride, luogotenente di Baker. Grazie alle benigne e giuste dichiarazioni della moglie riguardanti il comportamento di Joe, e visto che da due giorni è ormai in pensione, Morgan non infierisce contro Joe e questi può così guidare con successo i suoi contro i bandito messicano, abbandonando tuttavia il bottino conquistato ai suoi uomini. Sulla medesima diligenza prendono posto i coniugi Morgan e Joe e Dover, salutati, i primi, da cavalleggeri Usa, e gli altri dai banditi che erano guidati da Joe Baker.

SOMETHING BIG (Ti combino qualcosa di grosso, USA, 1971). Regia di Andrew V. McLaglen

 

Una poesia al giorno

Sul far della sera, di Tristan Tzara

Tornano i pescatori con le stelle marine
spartiscono il cibo coi poveri, infilano corone ai ciechi
gli imperatori escono nei parchi a quest’ora che
sembra la vecchiaia delle incisioni
e i servitori fanno il bagno ai cani da caccia
la luce indossa i guanti
apriti finestra - e poi
ed esci notte dalla stanza come il nocciolo dalla pesca,
come il prete dalla chiesa,
dio: pettina la lana agli amanti sottomessi,
colora gli uccelli con l’inchiostro, cambia la guardia alla luna.
- andiamo a prendere i maggiolini
mettiamoli in una scatola
- andiamo al ruscello
facciamo vasi d’argilla
- andiamo alla fontana e ti bacerò
- andiamo nel parco comunale
fino al canto del gallo
che si scandalizzi la città
- oppure adagiamoci nel soppalco della stalla
dove ti punge il fieno e senti le mucche ruminare
e poi è desiderio di vitelli
partiamo, partiamo.

(In cafegolem.wordpress.com)

Tristan Tzara, pseudonimo di Samuel Rosenstock (Moinești, 16 aprile 1896 - Parigi, 25 dicembre 1963) fu poeta e saggista rumeno di lingua francese e romena. Esordì giovanissimo con versi in lingua romena ispirati al simbolismo, quindi si trasferì a Zurigo dove, al Cabaret Voltaire, fondò nel 1916 il dadaismo, che illustrò con il dramma "antipoetico" La première aventure céleste de M. Antipyrine (1916) e con la raccolta di versi 25 poèmes (1918). Dal 1919 a Parigi, collaborò con Breton e il gruppo di Littérature, con cui ruppe nel 1922, proseguendo da solo la propria attività letteraria (De nos oiseaux, 1923; Sept manifestes dada, 1924). Riavvicinatosi al surrealismo, contribuì a definirne la teoria e i temi in Le surréalisme au service de la révolution, e offrì un valido saggio di scrittura automatica nelle raccolte poetiche L'homme approximatif (1931) e L'antitête (1933). Dopo una nuova rottura con Breton (1935), prese parte attiva alla guerra civile spagnola e poi alla Resistenza; iscritto al Partito comunista, si fece promotore nelle raccolte del dopoguerra di una nozione di impegno totale del poeta (Parler seul, 1950; La rose et le chien, 1958; Juste présent, 1961; Vigies, 1962). Della sua produzione si ricordano anche la "tragedia in 15 atti" Mouchoir de nuages (1925), il poema drammatico La fuite (1947), le conferenze riunite in Le surréalisme et l'après-guerre (1947), e gli studî su Picasso e Villon. Nel 1975 è iniziata la pubblicazione delle Oeuvres complètes, nel 1991 giunte al 6º e ultimo volume.”

(In www.treccani.it)

 

Un fatto al giorno

25 dicembre 1831: sommossa di Natale. Inizia la Grande rivolta degli schiavi giamaicani; fino al 20% degli schiavi dell'isola si mobilita in una lotta alla libertà senza successo.

“L'Emancipation Act del 1838, approvato dal Parlamento britannico, pose formalmente fine allo sfruttamento della popolazione di colore: essi vennero affrancati e poterono percepire regolarmente salari e compensi per i lavori agricoli o industriali svolti. La risoluzione della Corona che abolì la pratica schiavista fu il culmine di un processo di lotte sociali che aveva visto la nascita di un movimento organizzato sotto la guida del Reverendo Sam Sharpe, anch'egli eroe nazionale giamaicano. Sharpe, rimasto celebre (la piazza principale di Montego Bay è tuttora a lui intitolata) per il proprio carisma, fu a capo della "sommossa di Natale" del 1831.”

(Wikipedia)

Illustrazione da:

“L'ultima e più grande ribellione degli schiavi in Giamaica fu denominata la rivolta di Natale del 1831, infusa da Daddy' Sam Scarpe, schiavo istruito e predicatore laico che incitò alla resistenza passiva.
La sommossa divenne violenta e circa 20.000 schiavi distrussero le piantagioni e uccisero i latifondisti. Dopo essere stati convinti ad abbandonare le armi con una falsa promessa di abolizione della schiavitù, quattrocento di essi furono impiccati e altre centinaia frustati.
Questo evento provocò una ondata di sdegno nella stessa Inghilterra che infine costrinse il parlamento ad abolire la schiavitù il 1° agosto del 1834. Nonostante questo sistema fosse stato abolito, il governo dei ricchi, che erano i soli ad avere il diritto di voto, mantenne il suo peso politico.”

(In www.caraibi.eu)

Immagini:

 

Una frase al giorno

“Tutti gli uomini sono per natura egualmente liberi e indipendenti. Quest'eguaglianza è necessaria per costituire un governo libero. Bisogna che ognuno sia uguale all'altro nel diritto naturale”.

(Filippo Mazzei. Poggio a Caiano, 25 dicembre 1730 - Pisa, 19 marzo 1816, medico, filosofo e saggista italiano)

Filippo Mazzei, conosciuto anche come Philip Mazzei e talvolta erroneamente citato con la storpiatura del cognome come Philip Mazzie, di famiglia benestante, frequentò dal 1747 i corsi di medicina presso l’ospedale fiorentino di S. Maria Nuova da cui fu espulso dopo il 1751 per miscredenza. Nel 1754 lasciò la Toscana per trasferirsi in Turchia, a Smirne, da dove nel 1756 passò a Londra. Qui avviò un redditizio commercio di prodotti alimentari con l’Italia e frequentò letterati e musicisti italiani, tra cui G. Baretti. Durante un viaggio d’affari in Toscana nel 1765 fu accusato di aver introdotto libri proibiti ed esiliato. Fu riammesso dal granduca Pietro Leopoldo di Lorena nel 1766. Di nuovo a Londra nel 1767, entrò in contatto con i circoli politici radicali di J. Wilkes e con agenti delle colonie inglesi nel Nordamerica, in particolare B. Franklin. L’osservazione della vita politica inglese, la migliore conoscenza delle colonie americane e i dissidi con alcuni italiani a Londra, uniti a una irrequietezza sua propria, spinsero il M. a trasferirsi nel 1773 in Virginia, passando per Livorno, dove tentò, con notevoli difficoltà e scarso successo, di reclutare artigiani setaioli e contadini esperti e di rifornirsi di sementi, strumenti e animali, da portare con sé Oltreoceano. Il M. progettava di introdurre nella colonia della Virginia coltivazioni e allevamenti europei per avviare un intenso e lucroso commercio attraverso l’Atlantico. (...)

Nel gennaio del 1788, dopo una lunga fase di redazione e alcuni rinvii da parte dell’editore J.-Fr. Froullé dovuti alle obiezioni dei censori (il testo era in gran parte pronto alla fine del 1786), il M. pubblicò le Recherches historiques et politiques sur les États-Unis de l’Amérique septentrionale (Paris).
Le Recherches intendevano reagire alle imprecisioni, talvolta ritenute tendenziose, contenute nelle numerose opere sugli Stati Uniti pubblicate in Francia durante la guerra d’indipendenza e dopo la conclusione della pace nel 1783. Contro Mably il M. ribadiva che i coloni americani non erano mai stati soggetti alla sovranità della madrepatria, cui erano legati piuttosto da legami di alleanza e continuità istituzionale. L’indipendenza era quindi l’esito di un processo di maturazione e di riconoscimento dei difetti insiti nel sistema politico inglese. Quando gli Americani si sottrassero alle pretese di supremazia del sovrano inglese, si trovarono «senza governo, tutti egualmente liberi, come in uno stato di natura, tutti egualmente interessati alla causa pubblica» ma anche «generalmente istruiti dei diritti dell’uomo e dei più sani principi d’un governo libero» (Recherches, II, pp. 174 s.).
La creazione di una Repubblica era stata la logica conseguenza dell’eccezionale consapevolezza politica e dell’alto grado di sviluppo culturale degli Americani: consci che la sovranità popolare era la base del potere politico, essi riconoscevano la necessità per tutti di obbedire alle leggi. La struttura sociale americana rendeva la pratica repubblicana non solo possibile ma efficace e produttiva. Esisteva, secondo il M., una concordia di interessi tra i vari gruppi sociali perché mancavano le distinzioni basate sulla nascita: i poveri non costituivano una classe condannata alla miseria, ma potevano accedere alla prosperità con il loro lavoro ed esercitare una funzione di controllo politico. La libertà di stampa e di religione garantiva un futuro di libertà, perché ogni disegno d’oppressione sarebbe necessariamente fallito: «Abolite l’ingiusta e odiosa parzialità in tutto ciò che riguarda i diritti naturali dell’uomo; che ognuno possa egualmente ottenere soddisfazione dei torti che subisce, e non avrete affatto bisogno di altra base per assicurare la tranquillità pubblica [...].
Là dove regna la libertà di discussione, gli insensati non abbondano: il buon senso domina e non la follia» (ibid., pp. 138 s.). Il quadro di maturità politica degli Americani descritto nella confutazione delle Observations di Mably si completava con la polemica verso l’opera di Raynal. Gli errori materiali nella descrizione della natura americana vi erano corretti minuziosamente, in particolare quelli relativi alla presunta degenerazione di piante, uomini e animali che Raynal riprendeva da C. de Pauw (Recherches sur les Américains..., Berlin 1768). Soprattutto il M. si sforzava di negare che l’indipendenza americana rappresentasse il primo episodio di una generale sollevazione dei popoli della Terra contro l’oppressione. A suo dire l’alleanza tra gli Americani e la monarchia francese non incideva sulla politica interna dei due Stati: gli Stati Uniti erano parte legittima del sistema diplomatico internazionale.

Nel primo e nel quarto volume delle Recherches il M. fornì una dettagliata descrizione delle istituzioni americane, mostrando predilezione per mandati di breve durata ai deputati e per il monocameralismo, sostenendo la necessità del suffragio universale maschile per assicurare la tutela dei diritti naturali e polemizzando con ogni forma di anglofilia. I conflitti tra i tre poteri e il rispetto della Costituzione dovevano essere composti da una magistratura apposita, ispirata ai censori della Pennsylvania. In capitoli di impostazione tematica il M. trattò infine le questioni aperte della società e della politica americane. Temi come gli orientamenti filomonarchici di una parte della classe dirigente, l’inflazione provocata dall’emissione di carta moneta, le pressioni centrifughe nei territori di più recente insediamento, l’opportunità di aprire nuovi rapporti commerciali con la Francia erano affrontati dal M. con l’intento palese di rafforzare il prestigio internazionale della repubblica. Egli non nascondeva tuttavia l’esistenza di problemi reali, come la schiavitù, nei cui confronti assunse una posizione di prudente critica raccomandando di rimandare la liberazione degli schiavi e di impedirne l’introduzione dall’estero. Un cauto umanitarismo informava anche il suo atteggiamento verso i pellerossa indigeni, mentre l’ostilità verso la nuova costituzione federale, resa pubblica poco prima della pubblicazione delle Recherches e discussa in un capitolo aggiunto all’ultimo momento, era motivata dal rimando ai principî di un repubblicanesimo attento a conformarsi agli orientamenti degli elettori.
La copertina del fumetto dedicato nel 2000 a Filippo Mazzei, tradotto in inglese nel 2002L’opera ebbe un certo successo di critica in Francia e all’estero e fu seguita nel 1789 dall’edizione, cui il M. partecipò attivamente con note di commento, della traduzione francese di una breve opera di J. Stevens (Examen du gouvernement d’Angleterre, comparé aux constitutions des États-Unis, London-Paris 1789). (...)

Prima di lasciare Parigi per Varsavia nel dicembre del 1791, sperò che la proclamazione della costituzione fosse la premessa per un ritorno all’ordine, se necessario attraverso l’uso della forza. A Varsavia, dove incontrò il re, consolidò i rapporti con Piattoli e divenne membro della Società degli amici della costituzione, formata dai sostenitori della politica di rafforzamento del potere monarchico all’interno e della potenza militare della Polonia, avviata dal sovrano con la costituzione del 3 maggio 1791. Riflettendo sulla natura della politica finanziaria del governo rivoluzionario in Francia, il M. scrisse un breve trattato di economia politica, apparso dapprima a Varsavia, nel 1792, in traduzione polacca, poi nell’originale testo italiano (Riflessioni sulla natura della moneta e del cambio di Filippo Mazzei autore d’un altro opuscolo intitolato Riflessioni su i mali della questua, e su i mezzi d’evitarli, Pisa 1803).
Entrato nella cerchia dei consiglieri più vicini al re, per il suo attivismo politico il M. si attirò l’accusa fantasiosa da parte degli ambasciatori russo e prussiano di essere un cospiratore rivoluzionario filo-giacobino. Di fronte all’imminente invasione russa di cui intuiva il successo, chiese e ottenne l’autorizzazione a partire per l’Italia. (...)

Trascorse gli ultimi anni di una vita inquieta e intensa raccogliendo i materiali sulla base dei quali dettò le sue Memorie, terminate il 5 marzo 1813. Il M. morì a Pisa il 19 marzo 1816, assistito dalla seconda moglie Antonia Antoni, sposata nel 1796, e dall’unica figlia Elisabetta (1798-1868).”

(Edoardo Tortarolo - Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 72, 2008 in www.treccani.it)

 

Un brano al giorno

Giovanni Battista Somis (1686-1763) - Sonata n. 6 Op. 1 in re maggiore per violino e basso continuo (Amsterdam, 1717). Registrazione novembre 2013.

1. Adagio - 2. Allegro - 3. Allegro

Violino Kreeta-Maria Kentala, Violoncello Lauri Pulakka, Clavicembalo Mitzi Meterson

Un brano al giorno  Giovanni Battista Somis (1686-1763) - Sonata n. 6 Op. 1 in re maggiore per violino e basso continuo (Amsterdam, 1717)

Giovanni Battista Somis (Torino, 25 dicembre 1686 - Torino, 14 agosto 1763) è stato un violinista e compositore italiano di età barocca. Somis nasce a Torino nel 1686 e si perfeziona a Roma con Arcangelo Corelli tra il 1703 e il 1706.
Nel 1733 tiene due concerti nel Palazzo delle Tuileries di Parigi e nel 1738 è nominato solista e direttore di corte di Torino. Il 26 dicembre 1740 inaugura il Nuovo Teatro Regio di Torino dirigendo la prima assoluta di Arsace di Francesco Feo con Giovanni Carestini ed Angelo Amorevoli dirigendo a Torino fino al gennaio 1763 nella prima assoluta di Pelopida di Giuseppe Scarlatti.
Fu fondatore della scuola violinistica piemontese, che annoverò Felice Giardini, Gaetano Pugnani e Giovanni Battista Viotti. Fu anche maestro di Jean-Marie Leclair, che a sua volta diede un impulso determinante alla scuola violinistica francese del XVIII secolo.
Compose oltre 150 concerti caratterizzati dalla fusione dello stile francese ed italiano che hanno contribuito allo sviluppo del virtuosismo violinistico. L'unica sua composizione di musica vocale conosciuta è il mottetto Mundi Splendidae.

 


Ugo Brusaporco
Ugo Brusaporco

Laureato all’Università di Bologna, Facoltà di Lettere e Filosofia, corso di laurea Dams. E’ stato aiuto regista per documentari storici e autore di alcuni video e film. E’ direttore artistico dello storico Cine Club Verona. Collabora con i quotidiani L’Arena, Il Giornale di Vicenza, Brescia Oggi, e lo svizzero La Regione Ticino. Scrive di cinema sul settimanale La Turia di Valencia (Spagna), e su Quaderni di Cinema Sud e Cinema Società. Responsabile e ideatore di alcuni Festival sul cinema. Nel 1991 fonda e dirige il Garda Film Festival, nel 1994 Le Arti al Cinema, nel 1995 il San Giò Video Festival. Ha tenuto lezioni sul cinema sperimentale alle Università di Verona e di Padova. È stato in Giuria al Festival di Locarno, in Svizzera, e di Lleida, in Spagna. Ha fondato un premio Internazionale, il Boccalino, al Festival di Locarno, uno, il Bisato d’Oro, alla Mostra di Venezia, e il prestigioso Giuseppe Becce Award al Festival di Berlino.

INFORMAZIONI

Ugo Brusaporco

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UNA STORIA MODERNA - L'APE REGINA (Italia, 1963), regia di Marco Ferreri. Sceneggiatura: Rafael Azcona, Marco Ferreri, Diego Fabbri, Pasquale Festa Campanile, Massimo Franciosa, da un'idea di Goffredo Parise, atto unico La moglie a cavallo. Fotografia: Ennio Guarnieri. Montaggio: Lionello Massobrio. Musiche: Teo Usuelli. Con: Ugo Tognazzi, Marina Vlady, Walter Giller, Linda Sini, Riccardo Fellini, Gian Luigi Polidoro, Achille Majeroni, Vera Ragazzi, Pietro Trattanelli, Melissa Drake, Sandrino Pinelli, Mario Giussani, Polidor, Elvira Paoloni, Jacqueline Perrier, John Francis Lane, Nino Vingelli, Teo Usuelli, Jussipov Regazzi, Luigi Scavran, Ugo Rossi, Renato Montalbano.

È la prima opera italiana del regista che, sino ad allora, aveva sempre girato in Spagna.

Alfonso, agiato commerciante di automobili, arrivato scapolo ai quarant'anni decide di prender moglie e si consiglia con padre Mariano, un frate domenicano suo vecchio compagno di scuola e amico di famiglia. Il frate gli combina l'incontro con una ragazza, Regina. Bella, giovane, sana, di famiglia borghese e religiosa, illibata, è la moglie ideale. Alfonso non ci pensa due volte: e padre Mariano li sposa. Regina si dimostra subito una ottima padrona di casa, dolce e tenera con il marito; dal quale decide però di voler subito un figlio. Alfonso, premuroso, cerca di accontentarla, ma senza risultati. A poco a poco l'armonia tra i due coniugi si incrina: Regina gli rimprovera di non essere all'altezza della situazione, di venir meno a una sorta di legge biologica; Alfonso comincia a sentire il peso delle continue prestazioni sessuali che gli sono richieste e che a poco a poco logorano il suo equilibrio psicologico e fisico. Preoccupato, al limite della nevrosi, chiede consiglio a padre Mariano, che non si rende conto del suo problema e inorridisce quando l'amico accenna alla possibilità di ricorrere alla Sacra Rota: il desiderio di Regina di avere un figlio ha la benedizione della Chiesa, e più che legittimo, doveroso. Alfonso tenta di sostenersi fisicamente con farmaci, ma diventa sempre più debole. Arriva finalmente il giorno in cui Regina annuncia trionfante e felice di essere incinta: parenti e amici vengono in casa a festeggiare l'avvenimento. Alfonso, ormai ridotto a una larva d'uomo, viene trasferito dalla camera da letto a uno sgabuzzino, dove potrà finalmente restare a godersi in pace gli ultimi giorni di vita. Alfonso muore, mentre Regina, soddisfatta, prepara la culla per il nascituro.

“Particolarmente avversato dalla censura per i contenuti fortemente anticonvenzionali e anticattolici, il film venne condizionato da pesanti tagli alle scene, modifiche ai dialoghi e con l'aggiunta di Una storia moderna: al titolo originario L'ape regina. Anche la colonna sonora non sfuggì all'attenzione dei censori. La scena del carretto che trasporta i resti di una salma, era in origine commentata da una musica troppo simile al rumore di ossa che ballano, troppo tintinnante e, pertanto, ne fu decisa la cancellazione”

(Wikipedia)

“L’ape regina" segna il primo incontro di Tognazzi con Marco Ferreri e lo sceneggiatore Rafael Azcona: incontro fortunato (per Tognazzi forse ancora più determinante di quelli con Salce e Risi), l'inizio di una collaborazione che diventerà, nel corso degli anni, esemplare. Assieme a Salce, Ferreri è il regista che rende più vigoroso e attendibile il nuovo, complesso personaggio incarnato dall'attore, anche questa volta protagonista maschile assoluto di una storia inconsueta. Al suo apparire, prima al festival di Cannes e poi sugli schermi italiani, il film fa scalpore, suscita polemiche e scandalo, supera a fatica le strettoie della censura (che, fra l'altro, fa misteriosamente premettere al titolo "Una storia moderna: "). Il film (che apre a Tognazzi anche il mercato statunitense) è uno dei maggiori successi commerciali delia stagione 1962/63 e procura all'attore il Nastro d'argento (assegnato dal Sindacato dei Giornalisti cinematografici) per il miglior attore protagonista. Ricordando anni dopo “L’ape regina", Tognazzi ne ha così commentato l'importanza: «Il film mi ha consentito di entrare in un mondo cinematografico che amo. Il cinema che avevo fatto fino ad allora si basava su personaggi estremamente popolari, dei film divertenti, facili, che piacevano al pubblico ma che sono, a conti fatti, delle operazioni prefabbricate. In quei film non occorre quasi mai un grande coraggio. [...] Amo il cinema non in se stesso ma in quanta rappresenta la possibilità di raccontare delle storie che riguardano la nostra vita, i nostri problemi: mi piace inserirmi in questi problemi e analizzarli [...]. Sono molto riconoscente a Ferreri di avermi offerto questa possibilità [...] di conoscere, per mezzo del cinema, la vita.”

(Ugo Tognazzi in Ecran 73, Parigi, n. 19, novembre 1973, p. 5)

“[...] Ludi di talamo infiorano anche troppo il nostro cinema comico; e le prime scene de L’ape regina, saltellanti e sguaiate, mettono in sospetto. Accade perché il film sfiora ancora il suo tema, lo tratta con estri bozzettistici. Ma quando coraggiosamente vi dà dentro, mostrandoci l'ape e il fuco appaiati in quell'ambiente palazzeschiano, carico di sensualità e di bigottismo, allora acquista una forza straordinaria, si fa serio, e scende alla conclusione con un rigore e una precipitazione da ricordare certe novelle di Maupassant. [...] Ottima la scelta dei protagonisti, un calibratissimo Tognazzi (che ormai lavora di fino) e una magnifica e feroce Marina Vlady.

(Leo Pestelli, La Stampa, Torino, 25 aprile 1963)

     

“Ape regina, benissimo interpretato da Ugo Tognazzi (che ormai è il controcanto, in nome dell'Italia nordica, di ciò che è Sordi per quella meridionale), appare come un film con qualche difetto (cadute del ritmo narrativo, scene di scarsa efficacia e precisione), ma la sua singolarità infine si impone.”

(Pietro Bianchi, Il Giorno, Milano, 25 aprile 1963)

“Il film è gradevole, per la comicità delle situazioni, il sarcasmo con cui descrive una famiglia clericale romana, tutta fatta di donne. Ferreri ci ha dato un film in cui la sua maturità di artista, esercitata su un innesto fra Zavattini e Berlanga, ha di gran lunga la meglio, per fortuna, sul fustigatore, lievemente snobistico, dei costumi contemporanei. Marina Vlady è molto bella e recita con duttilità; Ugo Tognazzi, in sordina, fa benissimo la parte un po’ grigia dell'uomo medio che ha rinnegato il suo passato di ganimede per avviarsi alla vecchiaia al fianco di una moglie affettuosa, e si trova invece vittima di un matriarcato soffocante.”

(Giovanni Grazzini, Corriere della Sera, Milano, 25 aprile 1963)

“Gran parte dell'interesse del film deriva dal notevole, asciutto stile della comicità di Ugo Tognazzi e dall'asprezza di Marina Vlady. Tognazzi ha un'aria magnificamente remissiva e angustiata e un bellissimo senso del ritmo che introduce delle osservazioni ad ogni sua azione. Quando scherza con un prete, ad esempio, per rompere un uovo sodo, egli riesce ad essere semi-serio in modo brillante. E quando egli guarda semplicemente la moglie, lui tutto slavato e lei tutta risplendente, nei suoi occhi c'è tutto un mondo di umoristica commozione.”.

(Bosley Crowther, The New York Times, New York, 17 settembre 1963)

Scene Censurate del film su: http://cinecensura.com/sesso/una-storia-moderna-lape-regina/

Altre scene in: https://www.youtube.com/watch?v=Cd1OHF83Io0

https://www.youtube.com/watch?v=IalFqT-7gUs

https://www.youtube.com/watch?v=htJsc_qMkC4

https://www.youtube.com/watch?v=9Tgboxv-OYk

Una poesia al giorno

Noi saremo di Paul Verlaine, Nous serons - Noi saremo [La Bonne Chanson, 1870].

Noi saremo, a dispetto di stolti e di cattivi

che certo guarderanno male la nostra gioia,

talvolta, fieri e sempre indulgenti, è vero?

Andremo allegri e lenti sulla strada modesta

che la speranza addita, senza badare affatto

che qualcuno ci ignori o ci veda, è vero?

Nell'amore isolati come in un bosco nero,

i nostri cuori insieme, con quieta tenerezza,

saranno due usignoli che cantan nella sera.

Quanto al mondo, che sia con noi dolce o irascibile,

non ha molta importanza. Se vuole, esso può bene

accarezzarci o prenderci di mira a suo bersaglio.

Uniti dal più forte, dal più caro legame,

e inoltre ricoperti di una dura corazza,

sorrideremo a tutti senza paura alcuna.

Noi ci preoccuperemo di quello che il destino

per noi ha stabilito, cammineremo insieme

la mano nella mano, con l'anima infantile

di quelli che si amano in modo puro, vero?

Nous serons

N'est-ce pas? en dépit des sots et des méchants

Qui ne manqueront pas d'envier notre joie,

Nous serons fiers parfois et toujours indulgents

N'est-ce pas? Nous irons, gais et lents, dans la voie

Modeste que nous montre en souriant l'Espoir,

Peu soucieux qu'on nous ignore ou qu'on nous voie.

Isolés dans l'amour ainsi qu'en un bois noir,

Nos deux cœurs, exhalant leur tendresse paisible,

Seront deux rossignols qui chantent dans le soir.

Quant au Monde, qu'il soit envers nous irascible

Ou doux, que nous feront ses gestes? Il peut bien,

S'il veut, nous caresser ou nous prendre pour cible.

Unis par le plus fort et le plus cher lien,

Et d'ailleurs, possédant l'armure adamantine,

Nous sourirons à tous et n'aurons peur de rien.

Sans nous préoccuper de ce que nous destine

Le Sort, nous marcherons pourtant du même pas,

Et la main dans la main, avec l'âme enfantine

De ceux qui s'aiment sans mélange, n'est-ce pas?

Un fatto al giorno

17 giugno 1885: La Statua della Libertà arriva a New York. Duecentoventicinque tonnellate di peso, 46 metri di altezza (piedistallo escluso) e 4 milioni di visite ogni anno. La Statua della Libertà, oggi simbolo di New York, ha una storia costruttiva avventurosa e originale, caratterizzata da trasporti eccezionali e un fundraising senza precedenti. Ripercorriamola insieme con queste foto storiche. Fu uno storico francese, Édouard de Laboulaye, a proporre, nel 1865, l'idea di erigere un monumento per celebrare l'amicizia tra Stati Uniti d'America e Francia, in occasione del primo centenario dell'indipendenza dei primi dal dominio inglese. I francesi avrebbero dovuto provvedere alla statua, gli americani al piedistallo. L'idea fu raccolta da un giovane scultore, Frédéric Auguste Bartholdi, che si ispirò all'immagine della Libertas, la dea romana della libertà, per la sagoma della statua, che avrebbe retto una torcia e una tabula ansata, a rappresentazione della legge. Per la struttura interna, Bartholdi reclutò il celebre ingegnere francese Gustave Eiffel (che tra il 1887 e il 1889 avrebbe presieduto anche alla costruzione dell'omonima Torre) il quale ideò uno scheletro flessibile in acciaio, per consentire alla statua di oscillare in presenza di vento, senza rompersi. A rivestimento della struttura, 300 fogli di rame sagomati e rivettati. Nel 1875 il cantiere fu annunciato al pubblico e presero il via le attività di fundraising. Prima ancora che il progetto venisse finalizzato, Bartholdi realizzò la testa e il braccio destro della statua e li portò in mostra all'Esposizione Centenaria di Philadelphia e all'Esposizione Universale di Parigi, per sponsorizzare la costruzione del monumento. La costruzione vera e propria prese il via a Parigi nel 1877.

(da Focus)

Una frase al giorno

“Marie non era forse né più bella né più appassionata di un'altra; temo di non amare in lei che una creazione del mio spirito e dell'amore che mi aveva fatto sognare.”

(Gustave Flaubert, 1821-1880, scrittore francese)

Un brano al giorno

Marianne Gubri, Arpa celtica, Il Viandante https://www.youtube.com/watch?v=_URmUFpa52k