“L’amico del popolo”, 2 dicembre 2017

L'amico del popolo
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L’amico del popolo”, spazio politico di idee libere, di arte e di spettacolo. Una nuova rubrica ospiterà il giornale quotidiano dell’amico veronese Ugo Brusaporco, destinato a coloro che hanno a cuore la cultura. Un po’ per celia e un po’ per non morir...

Un film al giorno

NAPOLÉON VU PAR ABEL GANCE (Francia, 1925-1927, colorato, 333m a 20 fps), regia di Abel Gance; sceneggiatura: Abel Gance; fotografia: Jules Kruger, Joseph-Louis Mundviller, Léonce-Henry Burel; montaggio: Marguerite Beaugé; scenografia: Alexandre Benois, Pierre Schildknecht, Georges Jacouty, Vladimir Meinhardt, Pimenoff; costumi: Georges Charmy, Alphonse Sauvageau, Madame Angris, Madame Neminsky, Jeanne Lanvin; musica: Arthur Honegger. Con: Albert Dieudonné (Napoleone Bonaparte), Wladimir Roudenko (Napoleone Bonaparte ragazzo), Nicolas Koline (Tristan Fleuri), Roblin (Picot de Peccaduc), Vidal (Phélipeaux), Robert Vidalin (Camille Desmoulins), Françine Mussey (Lucile Desmoulins), Harry-Krimer (Rouget de Lisle), Alexandre Koubitzky (Danton), Antonin Artaud (Marat), Edmond van Daele (Maximilien Robespierre), Maryse Damia (la 'Marseillaise'), Gina Manès (Joséphine de Beauharnais), Max Maxudian (Barras), Andrée Standard (Thérèse Cabarrus/Madame Tallien), Suzy Vernon (Madame Récamier), Marguerite Gance (Charlotte Corday), Abel Gance (Louis de Saint-Just).

La vita di Napoleone Bonaparte rievocata da alcuni dei suoi sodali. L'infanzia nel collegio militare di Brienne: una battaglia a palle di neve strategica e vittoriosa, l'ira per la sparizione dell'aquila preferita, la lite fomentata tra i compagni di dormitorio. Nel 1789, al Club des Cordeliers, il giovane Bonaparte ascolta l'ufficiale Rouget de Lisle insegnare la Marsigliese ai rivoluzionari. Il popolo marcia sulle Tuileries, si proclama la Repubblica, Bonaparte fugge in Corsica: ricercato, farà ritorno in Francia su un fragile vascello che ha per vela la bandiera tricolore. Nel 1793 Napoleone è ufficiale maggiore durante l'assedio di Tolone, conquistata nel corso di una torrenziale tempesta; una ragazza, Violine, s'innamora di lui. Intanto, a Parigi, "si vedono i dittatori popolari trasformarsi in fornitori di teste per la ghigliottina" (Léon Moussinac): Marat viene ucciso, Danton giustiziato, Saint-Just aspira il profumo d'una rosa ogni volta che cala la mannaia. Nei giorni confusi e oscuri di Termidoro, Bonaparte soffoca l'insurrezione dei monarchici contro la Convenzione, e resta folgorato da Joséphine Beauharnais. La sposa, quindi prende il comando dell'armata d'Italia e varca la frontiera.

NAPOLÉON VU PAR ABEL GANCE (Francia, 1925-1927, colorato, 333m a 20 fps), regia di Abel Gance

Napoléon avrebbe dovuto essere la prima parte di una trilogia che non trovò mai finanziatori. Per questa “épopée cinégraphique”, Abel Gance (Parigi, 25 ottobre 1889) si era preparato seriamente. La realizzazione, dalla sceneggiatura al montaggio, occupò quattro anni e costò 17 milioni di franchi. Le riprese iniziarono il 4 giugno 1924. La “prima” ebbe luogo a Parigi, al Théâtre de l’Opéra, il 7 aprile 1927, con una copia di 5000 metri, mentre l’edizione originale ne comprendeva circa 12.000. L’innovazione cui Gance aveva prestato le cure maggiori (lo schermo triplo sul quale dovevano scorrere tre azioni distin¬te oppure la medesima azione “dilatata”) non trovò spazio nelle sale cinematografiche e potè essere apprezzata soltanto nella versione (1955), sonorizzata come la seconda (1932).

Napoléon (vu par Abel Gance, precisa il titolo) è a suo modo un fatto unico nella storia del cinema. Gance aveva cominciato prestissimo (1909, come attore e sceneggiatore; 1911 come regi¬sta). J’accuse (1919) e La roue (1921) erano stati, tra i molti film girati, i successi maggiori. Lo si era paragonato a Griffith e a Stroheim. Lo si era ammirato e vilipeso in egual misura, per il vigore espressivo che sovente sconfinava nella magniloquenza, per l’arditezza delle soluzioni visive che non di rado apparivano compiaciute e deliranti. “Napoleone” scrisse “è Prometeo. Non è questione di morale né di politica ma di arte. È un essere le cui braccia non sono abbastanza grandi per stringere una cosa più grande di lui: la rivoluzione. Napoleone è un parossismo nella sua epoca, la quale è un parossismo nella storia. E il cinema è, per me, il parossismo della vita. Con queste idee, Gance ricostruì sei episodi della vita del còrso, inserendoli (tranne il primo) in una puntigliosa narrazione delle vicende della Rivoluzione: l’infanzia e la scuola a Brienne; la fuga dalla Corsica e la traversata nella tempesta per raggiungere la Francia; l’assedio di Tolone; il Terrore, gli incarichi ricevuti e rifiutati, la sommossa dei realisti a Parigi il 12 vendemmiale; il “ballo delle vittime” e le nozze con Giuseppina: l’inizio della campagna d’Italia. Napoléon ha realmente una sua grandezza. Gli eccessi sono compensati da una severa tensione morale. Quando Napoleone, nell’episodio còrso, fugge su una barca che ha per vela il tricolore ed è sorpreso dalla tempesta, Gance non esita a istituire un parallelo con la “tempesta” che scoppia alla Convenzione, alternando (attraverso una serie di immagini di tumulti e di marosi) i due episodi e fondendoli nei punti di maggiore violenza con lunghe sovraimpressioni. L’ingenuità della similitudine, e la stessa rozzezza del procedimento tecnico, trovano una giustificazione nel ritmo esagitato del montaggio. Così, nell’assedio di Tolone, quando il 17 dicembre del 1793 Napoleone trascina le truppe all’assalto del forte dell’Aiguillette, nel fango e sotto la pioggia sferzante: la prevalenza dei toni cupi, i neri tagliati da improvvise lame di luce, l’affanno disordinato dei carrelli sui soldati che avanzano, danno alla battaglia un aspetto di irreale frenesia, come si trattasse della materializzazione di astratte idee e non della descrizione di un evento bellico. Gance non ha occhi per la storia. Il suo Napoleone-Prometeo è un personaggio mitico, che vive nella dimensione “monumentale” dell’immagine cinematografica: la storia pubblica e l’esistenza privata sono entrambe trasfigurate in una allegoria eroico-patriottica che travolge e annulla anche il rischio del ridicolo (dopo una inquadratura del letto nunziale, immerso in una sfumata luce bianca, la didascalia informa: “Due notti di delirio. E sogni di gloria”). Sicché il grandioso sviluppo dell’episodio finale (le truppe dell’armata d’Italia ad Albenga, quegli straordinari campi lunghi dall’alto delle rocce, i movimenti corali della partenza, i carrelli che precedono i soldati in marcia fra la polvere, la sconfinata pianura che il condottiero osserva da Montezemolo) riassume con limpida coerenza - persino nelle enfa¬tiche sovrimpressioni di Giuseppina, del mappamondo, delle battaglie e dell’aquila - l’intera concezione dell’opera. Gance ormai si e sostituito al suo personaggio. Nel film, “parossismo della vita”, campeggia il vero Prometeo, che è l’autore”.

(Fernaldo Di Giammatteo, 100 film da salvare)

“La storia della realizzazione di Napoléon vu par Abel Gance ha assunto nel tempo toni leggendari. Il primo progetto, che risalirebbe a un incontro del 1921 tra Abel Gance e David W. Griffith, prevedeva un'epopea in otto episodi, ma i costi altissimi permisero di realizzare solo il primo: dall'infanzia di Napoleone a Brienne fino alla campagna d'Italia. Le riprese cominciarono il 15 gennaio del 1925 e furono ultimate nell'agosto dell'anno successivo, quando Gance poté iniziare a montare i 450.000 metri di pellicola impressionati da ben diciotto macchine da presa. Il film venne presentato il 7 aprile del 1927 all'Opéra di Parigi. Se da più parti si levarono forti critiche contro la tesi politica che lo animava (la Rivoluzione Francese, riletta da Gance in chiave critica, era rappresentata sotto forma di disordine e d'anarchia), unanime fu invece l'elogio per la perfezione tecnica al servizio di un'alta qualità spettacolare. Una qualità che Gance aveva fortemente cercato, come indica una nota a margine della prima sceneggiatura: "Faire du spectateur un acteur, le mêler à l'action, l'emporter dans le rythme des images". A tal fine Gance ricorse all'impiego e persino all'invenzione di apposite tecniche di ripresa: il grandangolo Branchyscope, la lente Napoléon vu par Abel Gance, film-limite che nella sua visione 'parossistica' coniuga lo sperimentalismo più radicale (in particolare la lezione del cubismo) con la grande vocazione narrativa, rappresenta un caso estremo nel campo della filologia cinematografica. Proiettato per la prima volta in una versione 'condensata' che misurava 5.200 metri e comprendeva le sequenze pensate per il triplo schermo, venne successivamente proposto alla stampa parigina in una versione di 13.000 metri, divisa in sei periodi e senza alcuna sequenza in polivisione. Per l'uscita nelle sale, si montò una versione intermedia che comprendeva la sequenza finale in triplo schermo. Seguiranno negli anni altre versioni: nel 1934 un Napoléon vu... et entendu par Abel Gance (sonorizzato, doppiato e con l'aggiunta di nuove sequenze); nel 1971 Bonaparte et la Révolution (il triplo schermo è assente, episodi interi sono scomparsi, è presente una voce off che commenta alcune sequenze). Particolarmente complesso dunque il lavoro di ricostruzione del film, curato dallo storico e pioniere del restauro cinematografico Kevin Brownlow. Cercando negli archivi di tutto il mondo copie sopravvissute del film di Gance, Brownlow ha tra l'altro ritrovato l'episodio, considerato perduto, dell'infanzia di Napoleone a Brienne. Nel 1979 è stato presentato al Festival di Telluride il primo risultato concreto del lavoro di restauro, una versione di cinque ore composta esclusivamente con materiale delle versioni del 1927; il secondo restauro di Napoléon, che misura 7.500 metri è stato eseguito sulla base di tutto il nuovo materiale che la Cinémathèque française ha fornito a Brownlow, è stato presentato nel 2000 al 56° congresso internazionale della Fédération International des Archives du Film.”.

(Davide Pozzi - Enciclopedia del Cinema, 2004, Treccani)

“Napoleon aveva richiesto 4 anni di lavoro, tre dei quali di riprese. Prima di scrivere la sceneggiatura, Abel Gance aveva letto quasi più di 100 libri su Bonaparte [...] Furono impiegati duecento tecnici di tutti i tipi [...] per certe scene furono impiegate fino a 6.000 comparse [...] Durante gli inseguimenti a cavallo girati in Corsica si lamentarono due morti per cadute da cavallo [...] La fine delle riprese in Corsica coincise con le elezioni e l'entusiasmo di tutti era tale che il partito bonapartista trionfò a svantaggio di quello repubblicano [...] Per la scena della tempesta si dovette ricostruire il Mediterraneo in studio. L'avvio delle riprese anziché essere ordinato con il classico ordine ("Motore") veniva dato di volta in volta con un colpo di pistola, muggiti di sirena o segnali luminosi. [...] Il regista agiva sui loro nervi come un direttore d'orchestra su quelli dei suoi orchestrali... Quando salì per un momento in cattedra per dare molto semplicemente con la voce dolce e velata alcune spiegazioni tecniche fu salutato da un grido di ammirazione col quale questi esseri domati si davano interamente ad un capo. E' guardando la messa in scena di questa piccola rivoluzione che si capisce quella grande. Se Abel Gance avesse avuto ai suoi ordini diecimila comparse, inebriate di storia e con l'animo stordito dall'ebrezza di obbedire, avrebbe potuto a sua volta lanciarle all'assalto di qualsiasi ostacolo, far loro invadere Palazzo Bourbon o l'Eliseo e farsi proclamare dittatore. [...] Non c'è in Napoleon scena che non ci dia l'impressione di essere il clou del film, non c'è inquadratura che non sia carica di emozione, non c'è attore che non dia il meglio di sé. Abel Gance, a dispetto degli anni, rimane il più giovane dei nostri autori”.

(François Truffaut)

NAPOLÉON VU PAR ABEL GANCE (Francia, 1925-1927, colorato, 333m a 20 fps), regia di Abel Gance

 

Una poesia al giorno

Nave Silenziosa, di Yahya Kemal Beyatli (da "Nostra celeste cupola", a cura di G. Bellingeri - Ariele, 2005)

Se è arrivato, ormai, il giorno di ritirare l’ancora dal tempo,
Parte una nave, da questo porto, che va all’ignoto,

Percorre la sua strada come se avesse passeggero nessuno
In quella partenza non si saluta né con un fazzoletto né con la mano

Per questo viaggio, coloro rimasti sul porto, sono tristi
Per tanti giorni guardano l’orizzonte i loro occhi lacrimosi

I cuori sono disperati. Questo ne è l’ultimo nave che se ne va
E neanche è l’ultimo lutto della vita nostalgica.

Amanti ed amati in questo mondo aspettano invano
Non sanno che amorosi partiti non torneranno

Tanti di quelli partiti sono felici del loro alloggio:
Sono passati tanti anni; non c’è nessuno che torna dal suo viaggio.

SESSIZ GEMI

Artik demir almak günü gelmisse zamandan,
Meçhule giden bir gemi kalkar bu limandan.

Hiç yolcusu yokmus gibi sessizce alir yol;
Sallanmaz o kalkista ne mendil ne de bir kol.

Rihtimda kalanlar bu seyahatten elemli,
Günlerce siyah ufka bakar gözleri nemli.

Biçare gönüller. Ne giden son gemidir bu.
Hicranli hayatin ne de son matemidir bu.

Dünyada sevilmis ve seven nafile bekler;
Bilmez ki, giden sevgililer dönmeyecekler.

Bir çok gidenin her biri memnun ki yerinden.
Bir çok seneler geçti; dönen yok seferinden

 

Un fatto al giorno

2 dicembre 1804: nella cattedrale di Notre Dame a Parigi, Napoleone Bonaparte si auto-incorona, alla presenza di papa Pio VII, imperatore dei Francesi.

Incoronazione di Napoleone I, Jacques-Louis David (particolare)

L'incoronazione di Napoleone” è un dipinto a olio su tela (610x970 cm) realizzato tra il 1805 e il 1807 dal pittore Jacques-Louis David. È conservato nel Musée du Louvre di Parigi. Una copia è conservata anche alla Reggia di Versailles, un'altra copia è conservata nella Oldway Mansion di Paignton nel Devon. Il dipinto rappresenta l'incoronazione di Napoleone Bonaparte e di Giuseppina di Beauharnais il 2 dicembre 1804.
David qui ritrae il momento dell'incoronazione di Napoleone, con ben ottanta invitati, tutte persone realmente esistite. È un contesto studiatissimo da David, per mostrare la nuova aristocrazia. Si basa sulle linee verticali che slanciano l'opera. Tutti gli sguardi si concentrano sulla corona, che Napoleone tiene alta nelle mani e sta per posare sulla testa della moglie Giuseppina. C'è una grande attenzione e minuzia nella realizzazione di tutti i particolari e nella esaltazione dei simboli imperiali. La scena si svolge il 2 dicembre 1804 nella Cattedrale di Notre Dame a Parigi, a differenza di tutte le altre incoronazioni di re francesi realizzate nella Cattedrale di Reims (se si esclude quella di Enrico IV, avvenuta a Chartres). È questo il primo simbolo secondo il quale Napoleone era intenzionato a rompere con la tradizione delle monarchie dell’ancien regime, svolgendo poi la famosa autoincoronazione che è ben visibile, col papa Pio VII seduto sulla destra benedicente e quasi impotente di fronte al gesto dell'Imperatore, tanto che quest'ultimo gli dà anche le spalle. Napoleone, al centro della scena, appare in atteggiamento quasi sacrale in quanto è monarca della legge divina ed egli stesso deve obbedienza a Dio. Il classicismo dell'ambiente, i decori e la corona d'alloro, riflettono inoltre il fascino di Napoleone per i fasti e le glorie dell'Impero romano. La presenza di dignitari, come pure la famiglia Bonaparte, mostra il supporto per il nuovo regime. Essi costituiscono la nuova nobiltà Impero (ufficialmente istituita nel 1808), una nobiltà basata sul merito.”

(Wikipedia)

 

Una frase al giorno

“Per non lottare ci saranno sempre moltissimi pretesti in ogni epoca e in ogni circostanza, ma mai, senza lotta, si potrà avere la libertà”.

(Fidel Alejandro Castro Ruz, 1926-2016, rivoluzionario e politico cubano)

Il 2 dicembre 1956, 82 esuli cubani guidati da Fidel Castro sbarcano a La Playa de las Coloradas, una zona paludosa vicino a Niquero (Cuba sudorientale), segnando l'inizio della rivolta che porterà alla cacciata di Fulgencio Batista nel 1959.

  • Un film del 2002:Fidel!”, di David Attwood. Sceneggiatura: Stephen Tolkin, Georgie Anne Geyer. Fotografia: Checco Varese. Montaggio: Milton Moses Ginsberg. Con: Víctor Huggo Martin, Gael García Bernal, Patricia Velasquez, Cecilia Suárez.  Questo film ritrae la vita di Fidel Castro cubano. I suoi amori, amici, prigioni e la sua ideologia politica sono mostrati in modo sorprendente. Un film di guerra, una guerra piena di piccole battaglie, ma con grandi ideali.

 

Un brano al giorno

Agostino Agazzari, Jubilate Deo
16 dicembre 2011 (Weihnachtskonzert Unterstufenchor Musisches Gymnasium Salzburg)

Agostino Agazzari, nato a Siena il 2 dicembre 1578 (e ivi morto il 10 aprile 1640), vi scrisse nel 1596 il primo libro di Madrigali a 6 voci, come risulta dalla dedica ad Angelo Malavolti, mecenate senese, e, poco più di tre anni dopo, il libro dei Madrigali a 5 voci dedicato al marchese Costavoli. Non si conoscono con certezza i suoi maestri (A. Feliciani, F. Bianciardi, A. Banchieri in quel tempo insegnavano a Siena).

Numerose sono le sue composizioni finora conosciute. Esse possono essere così raggruppate: Mottetti, e cioè un libro a 1, 2 e 4 voci con basso continuo (1615), quattro libri a 2 e 3 voci con basso continuo (1604, 1605, 1606), due libri da 1 a 5 voci con basso continuo (1625, 1640), due libri a 2, 3, 4 voci con basso continuo (1611, 1625), tre libri a 5, 6, 7, 8 voci con basso continuo (1602, 1603), un libro a 6 e 8 voci con basso continuo (1613); un libro di Messe a 4, 5 e 8 voci con basso continuo (1614); Salmi, un libro a 3 voci con basso continuo (1609), un libro a 5 voci con basso continuo (1611), un libro a 8 voci con basso continuo (1611); Completorium, un libro a 4 voci con basso continuo (1609); Litanie, un libro a 4, 5, 6 e 8 voci con basso continuo (1639).
Opere profane: Madrigali, due libri a 3 voci (1607), due libri a 5 voci (1600, 1606), un libro a 6 voci (1596); per teatro il solo Eumelio, dramma pastorale (1606), rappresentato al Seminario romano ed edito da R. Amadino a Venezia, di cui esiste la sola copia alla Biblioteca del conservatorio di S. Cecilia a Roma. Le altre opere furono stampate a Siena, a Roma, a Milano, ad Anversa, a Francoforte sul Meno ed altrove.

(Treccani)


Ugo Brusaporco
Ugo Brusaporco

Laureato all’Università di Bologna, Facoltà di Lettere e Filosofia, corso di laurea Dams. E’ stato aiuto regista per documentari storici e autore di alcuni video e film. E’ direttore artistico dello storico Cine Club Verona. Collabora con i quotidiani L’Arena, Il Giornale di Vicenza, Brescia Oggi, e lo svizzero La Regione Ticino. Scrive di cinema sul settimanale La Turia di Valencia (Spagna), e su Quaderni di Cinema Sud e Cinema Società. Responsabile e ideatore di alcuni Festival sul cinema. Nel 1991 fonda e dirige il Garda Film Festival, nel 1994 Le Arti al Cinema, nel 1995 il San Giò Video Festival. Ha tenuto lezioni sul cinema sperimentale alle Università di Verona e di Padova. È stato in Giuria al Festival di Locarno, in Svizzera, e di Lleida, in Spagna. Ha fondato un premio Internazionale, il Boccalino, al Festival di Locarno, uno, il Bisato d’Oro, alla Mostra di Venezia, e il prestigioso Giuseppe Becce Award al Festival di Berlino.

INFORMAZIONI

Ugo Brusaporco

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web www.brusaporco.org

 

 

 

 

 

UNA STORIA MODERNA - L'APE REGINA (Italia, 1963), regia di Marco Ferreri. Sceneggiatura: Rafael Azcona, Marco Ferreri, Diego Fabbri, Pasquale Festa Campanile, Massimo Franciosa, da un'idea di Goffredo Parise, atto unico La moglie a cavallo. Fotografia: Ennio Guarnieri. Montaggio: Lionello Massobrio. Musiche: Teo Usuelli. Con: Ugo Tognazzi, Marina Vlady, Walter Giller, Linda Sini, Riccardo Fellini, Gian Luigi Polidoro, Achille Majeroni, Vera Ragazzi, Pietro Trattanelli, Melissa Drake, Sandrino Pinelli, Mario Giussani, Polidor, Elvira Paoloni, Jacqueline Perrier, John Francis Lane, Nino Vingelli, Teo Usuelli, Jussipov Regazzi, Luigi Scavran, Ugo Rossi, Renato Montalbano.

È la prima opera italiana del regista che, sino ad allora, aveva sempre girato in Spagna.

Alfonso, agiato commerciante di automobili, arrivato scapolo ai quarant'anni decide di prender moglie e si consiglia con padre Mariano, un frate domenicano suo vecchio compagno di scuola e amico di famiglia. Il frate gli combina l'incontro con una ragazza, Regina. Bella, giovane, sana, di famiglia borghese e religiosa, illibata, è la moglie ideale. Alfonso non ci pensa due volte: e padre Mariano li sposa. Regina si dimostra subito una ottima padrona di casa, dolce e tenera con il marito; dal quale decide però di voler subito un figlio. Alfonso, premuroso, cerca di accontentarla, ma senza risultati. A poco a poco l'armonia tra i due coniugi si incrina: Regina gli rimprovera di non essere all'altezza della situazione, di venir meno a una sorta di legge biologica; Alfonso comincia a sentire il peso delle continue prestazioni sessuali che gli sono richieste e che a poco a poco logorano il suo equilibrio psicologico e fisico. Preoccupato, al limite della nevrosi, chiede consiglio a padre Mariano, che non si rende conto del suo problema e inorridisce quando l'amico accenna alla possibilità di ricorrere alla Sacra Rota: il desiderio di Regina di avere un figlio ha la benedizione della Chiesa, e più che legittimo, doveroso. Alfonso tenta di sostenersi fisicamente con farmaci, ma diventa sempre più debole. Arriva finalmente il giorno in cui Regina annuncia trionfante e felice di essere incinta: parenti e amici vengono in casa a festeggiare l'avvenimento. Alfonso, ormai ridotto a una larva d'uomo, viene trasferito dalla camera da letto a uno sgabuzzino, dove potrà finalmente restare a godersi in pace gli ultimi giorni di vita. Alfonso muore, mentre Regina, soddisfatta, prepara la culla per il nascituro.

“Particolarmente avversato dalla censura per i contenuti fortemente anticonvenzionali e anticattolici, il film venne condizionato da pesanti tagli alle scene, modifiche ai dialoghi e con l'aggiunta di Una storia moderna: al titolo originario L'ape regina. Anche la colonna sonora non sfuggì all'attenzione dei censori. La scena del carretto che trasporta i resti di una salma, era in origine commentata da una musica troppo simile al rumore di ossa che ballano, troppo tintinnante e, pertanto, ne fu decisa la cancellazione”

(Wikipedia)

“L’ape regina" segna il primo incontro di Tognazzi con Marco Ferreri e lo sceneggiatore Rafael Azcona: incontro fortunato (per Tognazzi forse ancora più determinante di quelli con Salce e Risi), l'inizio di una collaborazione che diventerà, nel corso degli anni, esemplare. Assieme a Salce, Ferreri è il regista che rende più vigoroso e attendibile il nuovo, complesso personaggio incarnato dall'attore, anche questa volta protagonista maschile assoluto di una storia inconsueta. Al suo apparire, prima al festival di Cannes e poi sugli schermi italiani, il film fa scalpore, suscita polemiche e scandalo, supera a fatica le strettoie della censura (che, fra l'altro, fa misteriosamente premettere al titolo "Una storia moderna: "). Il film (che apre a Tognazzi anche il mercato statunitense) è uno dei maggiori successi commerciali delia stagione 1962/63 e procura all'attore il Nastro d'argento (assegnato dal Sindacato dei Giornalisti cinematografici) per il miglior attore protagonista. Ricordando anni dopo “L’ape regina", Tognazzi ne ha così commentato l'importanza: «Il film mi ha consentito di entrare in un mondo cinematografico che amo. Il cinema che avevo fatto fino ad allora si basava su personaggi estremamente popolari, dei film divertenti, facili, che piacevano al pubblico ma che sono, a conti fatti, delle operazioni prefabbricate. In quei film non occorre quasi mai un grande coraggio. [...] Amo il cinema non in se stesso ma in quanta rappresenta la possibilità di raccontare delle storie che riguardano la nostra vita, i nostri problemi: mi piace inserirmi in questi problemi e analizzarli [...]. Sono molto riconoscente a Ferreri di avermi offerto questa possibilità [...] di conoscere, per mezzo del cinema, la vita.”

(Ugo Tognazzi in Ecran 73, Parigi, n. 19, novembre 1973, p. 5)

“[...] Ludi di talamo infiorano anche troppo il nostro cinema comico; e le prime scene de L’ape regina, saltellanti e sguaiate, mettono in sospetto. Accade perché il film sfiora ancora il suo tema, lo tratta con estri bozzettistici. Ma quando coraggiosamente vi dà dentro, mostrandoci l'ape e il fuco appaiati in quell'ambiente palazzeschiano, carico di sensualità e di bigottismo, allora acquista una forza straordinaria, si fa serio, e scende alla conclusione con un rigore e una precipitazione da ricordare certe novelle di Maupassant. [...] Ottima la scelta dei protagonisti, un calibratissimo Tognazzi (che ormai lavora di fino) e una magnifica e feroce Marina Vlady.

(Leo Pestelli, La Stampa, Torino, 25 aprile 1963)

     

“Ape regina, benissimo interpretato da Ugo Tognazzi (che ormai è il controcanto, in nome dell'Italia nordica, di ciò che è Sordi per quella meridionale), appare come un film con qualche difetto (cadute del ritmo narrativo, scene di scarsa efficacia e precisione), ma la sua singolarità infine si impone.”

(Pietro Bianchi, Il Giorno, Milano, 25 aprile 1963)

“Il film è gradevole, per la comicità delle situazioni, il sarcasmo con cui descrive una famiglia clericale romana, tutta fatta di donne. Ferreri ci ha dato un film in cui la sua maturità di artista, esercitata su un innesto fra Zavattini e Berlanga, ha di gran lunga la meglio, per fortuna, sul fustigatore, lievemente snobistico, dei costumi contemporanei. Marina Vlady è molto bella e recita con duttilità; Ugo Tognazzi, in sordina, fa benissimo la parte un po’ grigia dell'uomo medio che ha rinnegato il suo passato di ganimede per avviarsi alla vecchiaia al fianco di una moglie affettuosa, e si trova invece vittima di un matriarcato soffocante.”

(Giovanni Grazzini, Corriere della Sera, Milano, 25 aprile 1963)

“Gran parte dell'interesse del film deriva dal notevole, asciutto stile della comicità di Ugo Tognazzi e dall'asprezza di Marina Vlady. Tognazzi ha un'aria magnificamente remissiva e angustiata e un bellissimo senso del ritmo che introduce delle osservazioni ad ogni sua azione. Quando scherza con un prete, ad esempio, per rompere un uovo sodo, egli riesce ad essere semi-serio in modo brillante. E quando egli guarda semplicemente la moglie, lui tutto slavato e lei tutta risplendente, nei suoi occhi c'è tutto un mondo di umoristica commozione.”.

(Bosley Crowther, The New York Times, New York, 17 settembre 1963)

Scene Censurate del film su: http://cinecensura.com/sesso/una-storia-moderna-lape-regina/

Altre scene in: https://www.youtube.com/watch?v=Cd1OHF83Io0

https://www.youtube.com/watch?v=IalFqT-7gUs

https://www.youtube.com/watch?v=htJsc_qMkC4

https://www.youtube.com/watch?v=9Tgboxv-OYk

Una poesia al giorno

Noi saremo di Paul Verlaine, Nous serons - Noi saremo [La Bonne Chanson, 1870].

Noi saremo, a dispetto di stolti e di cattivi

che certo guarderanno male la nostra gioia,

talvolta, fieri e sempre indulgenti, è vero?

Andremo allegri e lenti sulla strada modesta

che la speranza addita, senza badare affatto

che qualcuno ci ignori o ci veda, è vero?

Nell'amore isolati come in un bosco nero,

i nostri cuori insieme, con quieta tenerezza,

saranno due usignoli che cantan nella sera.

Quanto al mondo, che sia con noi dolce o irascibile,

non ha molta importanza. Se vuole, esso può bene

accarezzarci o prenderci di mira a suo bersaglio.

Uniti dal più forte, dal più caro legame,

e inoltre ricoperti di una dura corazza,

sorrideremo a tutti senza paura alcuna.

Noi ci preoccuperemo di quello che il destino

per noi ha stabilito, cammineremo insieme

la mano nella mano, con l'anima infantile

di quelli che si amano in modo puro, vero?

Nous serons

N'est-ce pas? en dépit des sots et des méchants

Qui ne manqueront pas d'envier notre joie,

Nous serons fiers parfois et toujours indulgents

N'est-ce pas? Nous irons, gais et lents, dans la voie

Modeste que nous montre en souriant l'Espoir,

Peu soucieux qu'on nous ignore ou qu'on nous voie.

Isolés dans l'amour ainsi qu'en un bois noir,

Nos deux cœurs, exhalant leur tendresse paisible,

Seront deux rossignols qui chantent dans le soir.

Quant au Monde, qu'il soit envers nous irascible

Ou doux, que nous feront ses gestes? Il peut bien,

S'il veut, nous caresser ou nous prendre pour cible.

Unis par le plus fort et le plus cher lien,

Et d'ailleurs, possédant l'armure adamantine,

Nous sourirons à tous et n'aurons peur de rien.

Sans nous préoccuper de ce que nous destine

Le Sort, nous marcherons pourtant du même pas,

Et la main dans la main, avec l'âme enfantine

De ceux qui s'aiment sans mélange, n'est-ce pas?

Un fatto al giorno

17 giugno 1885: La Statua della Libertà arriva a New York. Duecentoventicinque tonnellate di peso, 46 metri di altezza (piedistallo escluso) e 4 milioni di visite ogni anno. La Statua della Libertà, oggi simbolo di New York, ha una storia costruttiva avventurosa e originale, caratterizzata da trasporti eccezionali e un fundraising senza precedenti. Ripercorriamola insieme con queste foto storiche. Fu uno storico francese, Édouard de Laboulaye, a proporre, nel 1865, l'idea di erigere un monumento per celebrare l'amicizia tra Stati Uniti d'America e Francia, in occasione del primo centenario dell'indipendenza dei primi dal dominio inglese. I francesi avrebbero dovuto provvedere alla statua, gli americani al piedistallo. L'idea fu raccolta da un giovane scultore, Frédéric Auguste Bartholdi, che si ispirò all'immagine della Libertas, la dea romana della libertà, per la sagoma della statua, che avrebbe retto una torcia e una tabula ansata, a rappresentazione della legge. Per la struttura interna, Bartholdi reclutò il celebre ingegnere francese Gustave Eiffel (che tra il 1887 e il 1889 avrebbe presieduto anche alla costruzione dell'omonima Torre) il quale ideò uno scheletro flessibile in acciaio, per consentire alla statua di oscillare in presenza di vento, senza rompersi. A rivestimento della struttura, 300 fogli di rame sagomati e rivettati. Nel 1875 il cantiere fu annunciato al pubblico e presero il via le attività di fundraising. Prima ancora che il progetto venisse finalizzato, Bartholdi realizzò la testa e il braccio destro della statua e li portò in mostra all'Esposizione Centenaria di Philadelphia e all'Esposizione Universale di Parigi, per sponsorizzare la costruzione del monumento. La costruzione vera e propria prese il via a Parigi nel 1877.

(da Focus)

Una frase al giorno

“Marie non era forse né più bella né più appassionata di un'altra; temo di non amare in lei che una creazione del mio spirito e dell'amore che mi aveva fatto sognare.”

(Gustave Flaubert, 1821-1880, scrittore francese)

Un brano al giorno

Marianne Gubri, Arpa celtica, Il Viandante https://www.youtube.com/watch?v=_URmUFpa52k