“L’amico del popolo”, 23 novembre 2017

L'amico del popolo
Grandezza Carattere

L’amico del popolo”, spazio politico di idee libere, di arte e di spettacolo. Una nuova rubrica ospiterà il giornale quotidiano dell’amico veronese Ugo Brusaporco, destinato a coloro che hanno a cuore la cultura. Un po’ per celia e un po’ per non morir...

Un film al giorno

SKEPP TILL INDIA LAND (La terra del desiderio, Svezia, 1947) di Ingmar Bergman. Soggetto: Ingmar Bergman, Martin Söderhjelm. Sceneggiatura: P. A. Lundgren. Fotografia: Göran Strindberg. Montaggio: Tage Holmberg. Musiche: Erland von Koch. Con: Holger Löwenadler, Anna Lindahl, Naemi Briese, Åke Fridell, Erik Hell, Hjordis Petterson, Lasse Krantz, Birger Malmsten, Jan Molander, Gertrud Fridh, Ami Aaröe, Jonas Bergström, Torsten Bergstrom, Ingrid Borthen, Gunnar Nielsen, Gustaf Hiort, Peter Lindgren.

“Johannes è un marinaio che ritorna in patria dopo sette anni di viaggio e ritrova Sally, la ragazza che un tempo aveva amato e riaffiorano in lui tanti ricordi. Accortosi di amarla ancora glielo dichiara ma Sally lo respinge. Johannes cammina vagando sulla spiaggia e ripensa al passato, a qualcosa avvenuto sette anni prima duranteun recupero marino. Essendo assente il capitano Blom, suo padre, egli, per tenere sotto controllo i marinai, assume il comando dell'operazione. Blom intanto se la passa tra un'osteria e l'altra e in una di questa fa scoppiare una rissa e, dopo aver corteggiato una sciantosa di nome Sally, la porta via con sé.
Nel frattempo viene diagnosticata a Blom una grave malattia agli occhi che lo porterà alla cecità.
Sally va ad abitare nella barca della famiglia Blom, ma tra il padre violento e Johannes si scatenano furiose liti. A poco a poco tra Johannes e Sally nasce l'amore e questo fa sì che la rabbia del padre diventi ancora più forte. Mentre la moglie di Blom cerca di convincere il marito a ritornare da lei, i due giovani fanno l'amore in un vecchio mulino e in seguito Sally confesserà al capitano il suo amore per Johannes. Segue una animata discussione in cui Sally dice al capitano: "Non sei altro che un fallito".
Durante la ripresa dell'operazione di recupero, dove Johannes lavora sotto la chiglia come palombaro mentre il padre è addetto alla pompa, quest'ultimo cerca di ucciderlo interrompendo il flusso d'aria che va allo scafandro. Johannes viene salvato ma il capitano, preso da un raptus di follia, fa inabissare in mare il relitto recuperato danneggiando tutto. Tornato a riva, raggiunge la garçonnière e la distrugge, ma quando arriva la polizia per arrestarlo si lancia dalla finestra.
Dopo questo sconvolgente episodio, Johannes si imbarca come marinaio e parte per l'India, mentre Sally ritorna a cantare e a ballare nello squallido locale dove lavorava prima.”

(Wikipedia)

SKEPP TILL INDIA LAND (La terra del desiderio, Svezia, 1947) di Ingmar Bergman

“Il desiderio del titolo italiano è quello che si perde nel liquido amniotico, il flusso d’acque che costituisce l’elemento caratterizzante il primo Bergman. Si identifica con la liquidità genitoriale, non necessariamente ed esclusivamente la madre, la visione dell’indistinto e del collettivo, campo lungo o lunghissimo (l’incipit di Come in uno specchio) dove il sentimento si intreccia, confuso e condizionato. Baluginante come i riflessi dell’acqua sulle pareti e sui volti e intermittente al pari delle luci al neon che introducono la progressione drammatica, il momento precedente il gesto estremo, il suicidio: qui, come nel film d’esordio, Crisi.
L’acqua sospende e incanta il luogo (soprattutto narrativo), fa combaciare la partenza col ritorno, l’odio con l’amore, l’immagine fisica con quella mentale. S’infiltra nella visione perturbata, vedo ciò che penso, e in quella onirica: sogno il film, il conflitto. Il racconto sfuma nel simbolo, ciascun personaggio è costruzione e decostruzione dell’io narrante e sognante Johannes (Birger Malmsten), assopito in quell’altro luogo simbolico che divide l’acqua dalle pietre, il liquido dal solido, il mobile dall’immobile, zona liminare bergmaniana che fa il paio col crocicchio finale di Piove sul nostro amore. Una spiaggia che demarca il confine tra una condizione statica, involuta e una fluttuante, in progress.
Il sogno/segno de La terra del desiderio, titolo originale Skepp till India land, nave per le Indie (dove le Indie, più che un preciso e definito luogo geografico, appartengono al mito, rappresentando il luogo mentale della liberazione), è proprio quello della famiglia, luogo da rifondare ritrovare, da cui fuggire ritornare. Lo stile comincia a definirsi in un’articolazione di immagini-affezione, primi piani di volti integrati da dialoghi fitti, secchi e dolorosi, che disegnano un mondo interiore sempre più riconoscibile, anche quando adombrato da un soggetto non originale (in questo caso un’opera teatrale di Martin Söderhjelm), radicalmente riscritto. O dalle influenze di pre-destinazione da realismo poetico, superato da un parlare meno artificioso, di lancinante verità. Attorno, di nuovo una serie composita di esercizi di forma, che il bravo operatore Göran Strindberg riesce a spalmare con estrema fluidità, oscillante tra il biancore delle scene marine e la fitta oscurità di interni cupi e strade perdute noir (sia pure ricostruite in studio).
Il dato simbolico si costruisce attraverso il ricorrente numero magico quattro, doppio del doppio (grazie al quale, come precedentemente, A combacia con B, inizio con fine, partenza con ritorno, bene con male, crisi con risoluzione, lieto fine con tragedia), oltre che completamento di un’artificiale e supposta perfezione del tre (formata dal classico nucleo familiare: padre, madre, figlio) attraverso l’elemento oscuro e perturbatore, rivelazione di crisi. Sally (Gertrud Fridh), femme fatale rovina famiglie, la soubrette di un luogo equivoco frequentato dal capitano Alexander Blom, il padre (Holger Löwenadler). Che la porta a casa (una barca), incurante del dolore (sottomesso) della moglie e delle ire impetuose del figlio odiato, disprezzato e per questo complessato, schiacciato dal peso indotto di una mostruosità immaginaria e simbolica quanto la cecità imminente e immanente a cui è condannato il padre. Preoccupato, per tal motivo, non di non poter più vedere, ma di non aver mai visto. La sua vita è stata infatti il fallimento che ha spostato sul figlio, sin dalla nascita di quest’ultimo: simbolo di una giovinezza e di una potenzialità odiate perché perdute.
Come Sally costituisce l’elemento critico per la famiglia (sin dal suo tipico ruolo di sciantosa, che però Bergman spoglia dei luoghi comuni), Johannes è l’elemento capace di togliere il sonno al capitano Blom, a sua volta incubo del figlio, pericolosamente sospinto sul labile confine tra odio e amore, ripulsa e imitazione del modello paterno. Metaforico il lavoro in comune (il recupero di un relitto marino) e metaforica (edipica) la passione che Johannes nutrirà nei confronti della donna del padre.
La ragazza, immessa nella sua routine frigida di donna insenziente, al servizio di chi le garantisca una sopravvivenza economica, non è distante dal modello della moglie del capitano, Alice (Anna Lindahl), devota e asessuata, la quale confida esclusivamente nella malattia del marito come il mezzo estremo che finalmente possa legarle l’uomo a sé, dopo un’umiliante vita a due in cui ha dovuto sopportare la presenza di altre donne e la condivisione delle di lui fisime (persino il rifiuto per il figlio).
Ognuno è specchio perturbante dell’altro, tutti un inferno in miniatura, necessario. Il sentimento autentico d’amore che Johannes offre a Sally scuote le fondamenta dell’innaturale negazione della ragazza al desiderio, all’apertura all’altro. Pungola la sua paurosa propensione a farsi pietra, esattamente come i personaggi anziani. La ragazza reagisce con terrore, l’amore è la morte (e la morte, nei film successivi, sarà l’amore). L’acqua, il mare sono allora simbolo e promessa di scioglimento, di disincagliamento dell’anima. Richiamo, voce. In virtù dell’ancestralità amniotica che rappresenta, luogo di potenzialità tutto da esprimere, nostalgia di un’era che non ha raggiunto la solidificazione, non ancora nata. Eppure materia da cui tutto ha avuto origine, male e sviluppo errato successivo inclusi.
Le sequenze d’amore tra i due giovani, in spiaggia, in barca, nel mulino, hanno l’ariosità del Bergman delle estati d’amore, senza la consapevolezza che il temporale è in agguato, preannuncio della disilludente stagione successiva. Durante l’operazione di recupero del relitto, il padre tenta di uccidere il figlio, sprofondato sotto la chiglia. La sua ombra sembra quella di un vampiro. Scoperto, ha una violenta reazione infantile. Fa inabissare l’imbarcazione (simbolo della sua esistenza), fugge da tutto e tutti, rifugiandosi in una garçonniere interiore dove, allo stesso modo, rompe gli oggetti che la decorano, maschere e monili esotici, foto di luoghi lontani. La stanza dei sogni, delle utopie e delle falsità, dei viaggi perduti. Rifugio però dove l’odio per il figlio si rivela per quel che è davvero: disgusto di sé. Una sequenza forte ed espressiva, commovente nel mostrare il lato misero e fragile del cattivo: classico bergmaniano. All’arrivo della polizia, l’uomo si getta dalla finestra, nonostante la comprensione della moglie e del figlio; o forse proprio per questo. Amore terrore, sentimento che uccide.
Un gesto risolutivo che restituisce alla coppia ufficiale l’unità originaria, ma malata. La realizzazione del sogno meschino di Alice, con il marito, ancora più a mal partito dopo la caduta, ricondotto a un misero ovile di dipendenza reciproca. Per Johannes è la spinta verso le Indie, l’invito al viaggio verso un non luogo, zona di latenza e latitanza. Ma il film si è aperto sul suo ritorno, la vicenda ha avuto origine dal sogno-flashback. Al risveglio, dietro l’uomo, una coppia allegra sulla spiaggia, riflesso malinconico della sua stagione amorosa con Sally. Coazione a ripetere, senza stavolta alcun cupo disincanto. L’uomo è tornato per regolare davvero i conti, per portare Sally a sé e con sé. Sette anni dopo: convenzione formulare per indicare un periodo lungo e compiuto, nonché il risultato del tre celeste con il quarto incomodo terrestre. La solidificazione della ragazza è già avvenuta e tuttavia Johannes insiste, fino a scioglierla, come da un incantesimo. Nave nuovamente in partenza, viaggio a due. Mare, cielo, gabbiani. Sembrerebbe esserci adesso il compimento di un finale positivo. Nei film successivi, però, la situazione della fuga in coppia, tra il mare e le onde, col culmine di Monica e il desiderio, sarà ancora, e in maniera più netta e radicale, soltanto il principio di un’ulteriore promessa non mantenuta. L’in(d)izio di una sconfitta definitiva”.

(Leonardo Persia)

"Un mondo di purezza cinematografica abbagliante [...] che discende direttamente dal cinema svedese delle origini".

(André Bazin)

Al porto di Gotebörg, lo strano interludio tra un marinaio che ritorna dopo anni di assenza e una ragazza che ha tentato il suicidio. Per sua ammissione, Bergman pensa ancora a Carné: il film è anche un timido ricalco scandinavo del Porto delle nebbie, "un capolavoro pervaso da una luce eterna". Se non eterna, certo assai struggente è però anche la luce di questo film, tessuto di solitudine, di speranze senza domani e di atmosfera salmastra.

(pcris)

  • Il film “A Ship Bound for India” (1947), Ingmar Bergman: www.youtube.com

SKEPP TILL INDIA LAND (La terra del desiderio, Svezia, 1947) di Ingmar Bergman

 

Una poesia al giorno

Ad Anna, che gli gettò della neve, di Clément des Marets, soprannominato Marot (1496-1544), poeta francese.

Anna per gioco mi gettò della neve,
che trovai fredda, senz’alcun dubbio:
ma era fuoco, e n’ebbi prova,
ché ne avvampai, di soprassalto.

Visto che il fuoco s’annida quieto
sotto la neve, quale riparo potrò
trovare dalle sue fiamme? Anna,
solo il tuo incanto potrà placarle
(io ben l’ho inteso: ghiaccio, neve,
acqua valgono a nulla) se la loro ardore
anche tu cedi, com’io ho ceduto.

Clément des Marets, poeta francese (Cahors 1496 - Torino 1544). Figlio del "rhétoriqueur" Jean, studiò a Parigi sotto la guida del padre; iniziò quindi la carriera di cortigiano e alla morte del padre ereditò la carica di "valet de chambre" del re Francesco I. A corte godé di un grande prestigio; ma accusato di eresia, e compromesso nell'affaire des placards, dové riparare prima presso Margherita di Navarra (1534), poi in Italia, a Ferrara (presso Renata di Francia) e a Venezia; quindi, dopo altre accuse e vicende, in Svizzera, e ancora in Italia, a Torino, dove morì. Fu poeta originale che nella nuova sensibilità rinascimentale seppe anche riprendere e fondere elementi tradizionali, medievali e quattrocenteschi: apprezzò Villon, delle cui opere curò un'edizione (1532); pubblicò anche un'edizione del Roman de la rose (1529), da cui aveva tratto motivi e figure per il suo poemetto allegorico Le temple de Cupido (1515); e dalla retorica paterna derivò buona parte della sua abilità di versificatore. La sua poesia trovò le espressioni più sincere e felici nel ricordo dei primi anni (Adolescence clémentine, 1532; La suite de l'Adolescence clémentine, 1533-34), nella vena epigrammatica delle epistole e delle favole, nelle note più gravi e sommesse delle meditazioni religiose, e nelle fortunate traduzioni che egli fece dei Salmi (Les Psaumes, 1541 e 1545). Più arguto che profondo, seppe controllare sempre, con un'eleganza scherzosa, le deviazioni e gli abbandoni della sua malinconia. Raccolse le sue Oeuvres nel 1538 e nel 1542”.

(Treccani)

  • La neve bollente, simbolo dell’amore, in una poesia di Clément Marot: blog.graphe.it

 

Un fatto al giorno

23 novembre 1531: scoppia la seconda guerra di Kappel in Svizzera. La seconda guerra di Kappel (in tedesco: Zweiter Kappelerkrieg) è stata un conflitto armato, del 1531, tra i cantoni svizzeri protestanti e quelli cattolici della Vecchia Confederazione durante la Riforma protestante svizzera.”

(Wikipedia)

“Kappel Centro svizzero, nel cantone di Zurigo. Guerre di K. I due conflitti, scoppiati per motivi confessionali, fra cantoni protestanti e cattolici. La prima guerra, iniziata dalla città riformata di Zurigo (1529), ebbe come protagonisti in campo protestante Berna, Bienne, Mulhouse e Basilea, e fra i cattolici i cinque cantoni alpini (Waldstätten) dell’Alleanza cristiana; la pace, sottoscritta a K. e accettata da Zurigo contro la volontà di Zwingli, segnò il successo dei protestanti. Nella seconda guerra (1531), esplosa per iniziativa dei cantoni cattolici, i protestanti furono sconfitti presso K. e a Menzingen. La pace, grazie all’intervento mediatore dei duchi di Savoia e di Milano e della stessa Francia, rappresentò l’arresto della diffusione della Riforma nel territorio svizzero (la lega fra i cantoni protestanti fu sciolta e le località oggetto di contesa sottoposte alla sovranità dei Waldstätten)”.

(Treccani)

 

Una frase al giorno

“Viviamo in un mondo così legato ai numeri e ai calcoli che è quasi difficile vivere la propria fantasia. È più semplice dedicarsi ai numeri e parlare di essi”.

(Terry Gilliam, nato nel 1940 e vivente, è attore, regista, sceneggiatore e produttore statunitense)

  • Making OF Brazil”, 1985, film di Terry Gilliam, con Jonathan Pryce, Robert De Niro, Michael Palin, Kim Greist

 

Un brano al giorno

Claude-Achille Debussy (1862 - 1918), Suite Bergamasque. Claudio Arrau, piano

 

Ugo Brusaporco
Ugo Brusaporco

Laureato all’Università di Bologna, Facoltà di Lettere e Filosofia, corso di laurea Dams. E’ stato aiuto regista per documentari storici e autore di alcuni video e film. E’ direttore artistico dello storico Cine Club Verona. Collabora con i quotidiani L’Arena, Il Giornale di Vicenza, Brescia Oggi, e lo svizzero La Regione Ticino. Scrive di cinema sul settimanale La Turia di Valencia (Spagna), e su Quaderni di Cinema Sud e Cinema Società. Responsabile e ideatore di alcuni Festival sul cinema. Nel 1991 fonda e dirige il Garda Film Festival, nel 1994 Le Arti al Cinema, nel 1995 il San Giò Video Festival. Ha tenuto lezioni sul cinema sperimentale alle Università di Verona e di Padova. È stato in Giuria al Festival di Locarno, in Svizzera, e di Lleida, in Spagna. Ha fondato un premio Internazionale, il Boccalino, al Festival di Locarno, uno, il Bisato d’Oro, alla Mostra di Venezia, e il prestigioso Giuseppe Becce Award al Festival di Berlino.

INFORMAZIONI

Ugo Brusaporco

e-mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
web www.brusaporco.org

 

 

 

 

 

UNA STORIA MODERNA - L'APE REGINA (Italia, 1963), regia di Marco Ferreri. Sceneggiatura: Rafael Azcona, Marco Ferreri, Diego Fabbri, Pasquale Festa Campanile, Massimo Franciosa, da un'idea di Goffredo Parise, atto unico La moglie a cavallo. Fotografia: Ennio Guarnieri. Montaggio: Lionello Massobrio. Musiche: Teo Usuelli. Con: Ugo Tognazzi, Marina Vlady, Walter Giller, Linda Sini, Riccardo Fellini, Gian Luigi Polidoro, Achille Majeroni, Vera Ragazzi, Pietro Trattanelli, Melissa Drake, Sandrino Pinelli, Mario Giussani, Polidor, Elvira Paoloni, Jacqueline Perrier, John Francis Lane, Nino Vingelli, Teo Usuelli, Jussipov Regazzi, Luigi Scavran, Ugo Rossi, Renato Montalbano.

È la prima opera italiana del regista che, sino ad allora, aveva sempre girato in Spagna.

Alfonso, agiato commerciante di automobili, arrivato scapolo ai quarant'anni decide di prender moglie e si consiglia con padre Mariano, un frate domenicano suo vecchio compagno di scuola e amico di famiglia. Il frate gli combina l'incontro con una ragazza, Regina. Bella, giovane, sana, di famiglia borghese e religiosa, illibata, è la moglie ideale. Alfonso non ci pensa due volte: e padre Mariano li sposa. Regina si dimostra subito una ottima padrona di casa, dolce e tenera con il marito; dal quale decide però di voler subito un figlio. Alfonso, premuroso, cerca di accontentarla, ma senza risultati. A poco a poco l'armonia tra i due coniugi si incrina: Regina gli rimprovera di non essere all'altezza della situazione, di venir meno a una sorta di legge biologica; Alfonso comincia a sentire il peso delle continue prestazioni sessuali che gli sono richieste e che a poco a poco logorano il suo equilibrio psicologico e fisico. Preoccupato, al limite della nevrosi, chiede consiglio a padre Mariano, che non si rende conto del suo problema e inorridisce quando l'amico accenna alla possibilità di ricorrere alla Sacra Rota: il desiderio di Regina di avere un figlio ha la benedizione della Chiesa, e più che legittimo, doveroso. Alfonso tenta di sostenersi fisicamente con farmaci, ma diventa sempre più debole. Arriva finalmente il giorno in cui Regina annuncia trionfante e felice di essere incinta: parenti e amici vengono in casa a festeggiare l'avvenimento. Alfonso, ormai ridotto a una larva d'uomo, viene trasferito dalla camera da letto a uno sgabuzzino, dove potrà finalmente restare a godersi in pace gli ultimi giorni di vita. Alfonso muore, mentre Regina, soddisfatta, prepara la culla per il nascituro.

“Particolarmente avversato dalla censura per i contenuti fortemente anticonvenzionali e anticattolici, il film venne condizionato da pesanti tagli alle scene, modifiche ai dialoghi e con l'aggiunta di Una storia moderna: al titolo originario L'ape regina. Anche la colonna sonora non sfuggì all'attenzione dei censori. La scena del carretto che trasporta i resti di una salma, era in origine commentata da una musica troppo simile al rumore di ossa che ballano, troppo tintinnante e, pertanto, ne fu decisa la cancellazione”

(Wikipedia)

“L’ape regina" segna il primo incontro di Tognazzi con Marco Ferreri e lo sceneggiatore Rafael Azcona: incontro fortunato (per Tognazzi forse ancora più determinante di quelli con Salce e Risi), l'inizio di una collaborazione che diventerà, nel corso degli anni, esemplare. Assieme a Salce, Ferreri è il regista che rende più vigoroso e attendibile il nuovo, complesso personaggio incarnato dall'attore, anche questa volta protagonista maschile assoluto di una storia inconsueta. Al suo apparire, prima al festival di Cannes e poi sugli schermi italiani, il film fa scalpore, suscita polemiche e scandalo, supera a fatica le strettoie della censura (che, fra l'altro, fa misteriosamente premettere al titolo "Una storia moderna: "). Il film (che apre a Tognazzi anche il mercato statunitense) è uno dei maggiori successi commerciali delia stagione 1962/63 e procura all'attore il Nastro d'argento (assegnato dal Sindacato dei Giornalisti cinematografici) per il miglior attore protagonista. Ricordando anni dopo “L’ape regina", Tognazzi ne ha così commentato l'importanza: «Il film mi ha consentito di entrare in un mondo cinematografico che amo. Il cinema che avevo fatto fino ad allora si basava su personaggi estremamente popolari, dei film divertenti, facili, che piacevano al pubblico ma che sono, a conti fatti, delle operazioni prefabbricate. In quei film non occorre quasi mai un grande coraggio. [...] Amo il cinema non in se stesso ma in quanta rappresenta la possibilità di raccontare delle storie che riguardano la nostra vita, i nostri problemi: mi piace inserirmi in questi problemi e analizzarli [...]. Sono molto riconoscente a Ferreri di avermi offerto questa possibilità [...] di conoscere, per mezzo del cinema, la vita.”

(Ugo Tognazzi in Ecran 73, Parigi, n. 19, novembre 1973, p. 5)

“[...] Ludi di talamo infiorano anche troppo il nostro cinema comico; e le prime scene de L’ape regina, saltellanti e sguaiate, mettono in sospetto. Accade perché il film sfiora ancora il suo tema, lo tratta con estri bozzettistici. Ma quando coraggiosamente vi dà dentro, mostrandoci l'ape e il fuco appaiati in quell'ambiente palazzeschiano, carico di sensualità e di bigottismo, allora acquista una forza straordinaria, si fa serio, e scende alla conclusione con un rigore e una precipitazione da ricordare certe novelle di Maupassant. [...] Ottima la scelta dei protagonisti, un calibratissimo Tognazzi (che ormai lavora di fino) e una magnifica e feroce Marina Vlady.

(Leo Pestelli, La Stampa, Torino, 25 aprile 1963)

     

“Ape regina, benissimo interpretato da Ugo Tognazzi (che ormai è il controcanto, in nome dell'Italia nordica, di ciò che è Sordi per quella meridionale), appare come un film con qualche difetto (cadute del ritmo narrativo, scene di scarsa efficacia e precisione), ma la sua singolarità infine si impone.”

(Pietro Bianchi, Il Giorno, Milano, 25 aprile 1963)

“Il film è gradevole, per la comicità delle situazioni, il sarcasmo con cui descrive una famiglia clericale romana, tutta fatta di donne. Ferreri ci ha dato un film in cui la sua maturità di artista, esercitata su un innesto fra Zavattini e Berlanga, ha di gran lunga la meglio, per fortuna, sul fustigatore, lievemente snobistico, dei costumi contemporanei. Marina Vlady è molto bella e recita con duttilità; Ugo Tognazzi, in sordina, fa benissimo la parte un po’ grigia dell'uomo medio che ha rinnegato il suo passato di ganimede per avviarsi alla vecchiaia al fianco di una moglie affettuosa, e si trova invece vittima di un matriarcato soffocante.”

(Giovanni Grazzini, Corriere della Sera, Milano, 25 aprile 1963)

“Gran parte dell'interesse del film deriva dal notevole, asciutto stile della comicità di Ugo Tognazzi e dall'asprezza di Marina Vlady. Tognazzi ha un'aria magnificamente remissiva e angustiata e un bellissimo senso del ritmo che introduce delle osservazioni ad ogni sua azione. Quando scherza con un prete, ad esempio, per rompere un uovo sodo, egli riesce ad essere semi-serio in modo brillante. E quando egli guarda semplicemente la moglie, lui tutto slavato e lei tutta risplendente, nei suoi occhi c'è tutto un mondo di umoristica commozione.”.

(Bosley Crowther, The New York Times, New York, 17 settembre 1963)

Scene Censurate del film su: http://cinecensura.com/sesso/una-storia-moderna-lape-regina/

Altre scene in: https://www.youtube.com/watch?v=Cd1OHF83Io0

https://www.youtube.com/watch?v=IalFqT-7gUs

https://www.youtube.com/watch?v=htJsc_qMkC4

https://www.youtube.com/watch?v=9Tgboxv-OYk

Una poesia al giorno

Noi saremo di Paul Verlaine, Nous serons - Noi saremo [La Bonne Chanson, 1870].

Noi saremo, a dispetto di stolti e di cattivi

che certo guarderanno male la nostra gioia,

talvolta, fieri e sempre indulgenti, è vero?

Andremo allegri e lenti sulla strada modesta

che la speranza addita, senza badare affatto

che qualcuno ci ignori o ci veda, è vero?

Nell'amore isolati come in un bosco nero,

i nostri cuori insieme, con quieta tenerezza,

saranno due usignoli che cantan nella sera.

Quanto al mondo, che sia con noi dolce o irascibile,

non ha molta importanza. Se vuole, esso può bene

accarezzarci o prenderci di mira a suo bersaglio.

Uniti dal più forte, dal più caro legame,

e inoltre ricoperti di una dura corazza,

sorrideremo a tutti senza paura alcuna.

Noi ci preoccuperemo di quello che il destino

per noi ha stabilito, cammineremo insieme

la mano nella mano, con l'anima infantile

di quelli che si amano in modo puro, vero?

Nous serons

N'est-ce pas? en dépit des sots et des méchants

Qui ne manqueront pas d'envier notre joie,

Nous serons fiers parfois et toujours indulgents

N'est-ce pas? Nous irons, gais et lents, dans la voie

Modeste que nous montre en souriant l'Espoir,

Peu soucieux qu'on nous ignore ou qu'on nous voie.

Isolés dans l'amour ainsi qu'en un bois noir,

Nos deux cœurs, exhalant leur tendresse paisible,

Seront deux rossignols qui chantent dans le soir.

Quant au Monde, qu'il soit envers nous irascible

Ou doux, que nous feront ses gestes? Il peut bien,

S'il veut, nous caresser ou nous prendre pour cible.

Unis par le plus fort et le plus cher lien,

Et d'ailleurs, possédant l'armure adamantine,

Nous sourirons à tous et n'aurons peur de rien.

Sans nous préoccuper de ce que nous destine

Le Sort, nous marcherons pourtant du même pas,

Et la main dans la main, avec l'âme enfantine

De ceux qui s'aiment sans mélange, n'est-ce pas?

Un fatto al giorno

17 giugno 1885: La Statua della Libertà arriva a New York. Duecentoventicinque tonnellate di peso, 46 metri di altezza (piedistallo escluso) e 4 milioni di visite ogni anno. La Statua della Libertà, oggi simbolo di New York, ha una storia costruttiva avventurosa e originale, caratterizzata da trasporti eccezionali e un fundraising senza precedenti. Ripercorriamola insieme con queste foto storiche. Fu uno storico francese, Édouard de Laboulaye, a proporre, nel 1865, l'idea di erigere un monumento per celebrare l'amicizia tra Stati Uniti d'America e Francia, in occasione del primo centenario dell'indipendenza dei primi dal dominio inglese. I francesi avrebbero dovuto provvedere alla statua, gli americani al piedistallo. L'idea fu raccolta da un giovane scultore, Frédéric Auguste Bartholdi, che si ispirò all'immagine della Libertas, la dea romana della libertà, per la sagoma della statua, che avrebbe retto una torcia e una tabula ansata, a rappresentazione della legge. Per la struttura interna, Bartholdi reclutò il celebre ingegnere francese Gustave Eiffel (che tra il 1887 e il 1889 avrebbe presieduto anche alla costruzione dell'omonima Torre) il quale ideò uno scheletro flessibile in acciaio, per consentire alla statua di oscillare in presenza di vento, senza rompersi. A rivestimento della struttura, 300 fogli di rame sagomati e rivettati. Nel 1875 il cantiere fu annunciato al pubblico e presero il via le attività di fundraising. Prima ancora che il progetto venisse finalizzato, Bartholdi realizzò la testa e il braccio destro della statua e li portò in mostra all'Esposizione Centenaria di Philadelphia e all'Esposizione Universale di Parigi, per sponsorizzare la costruzione del monumento. La costruzione vera e propria prese il via a Parigi nel 1877.

(da Focus)

Una frase al giorno

“Marie non era forse né più bella né più appassionata di un'altra; temo di non amare in lei che una creazione del mio spirito e dell'amore che mi aveva fatto sognare.”

(Gustave Flaubert, 1821-1880, scrittore francese)

Un brano al giorno

Marianne Gubri, Arpa celtica, Il Viandante https://www.youtube.com/watch?v=_URmUFpa52k