“L’amico del popolo”, 12 novembre 2017

L'amico del popolo
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L’amico del popolo”, spazio politico di idee libere, di arte e di spettacolo. Una nuova rubrica ospiterà il giornale quotidiano dell’amico veronese Ugo Brusaporco, destinato a coloro che hanno a cuore la cultura. Un po’ per celia e un po’ per non morir...

Un film al giorno

SORELLE MATERASSI (Italia, 1943), regia di Ferdinando Maria Poggioli, basato sul romanzo omonimo di Aldo Palazzeschi. Sceneggiatura: Bernard Zimmer. Fotografia: Arturo Gallea. Montaggio: Ferdinando Maria Poggioli. Musiche: Enzo Masetti. Con: Emma Gramatica, Irma Gramatica, Olga Solbelli, Massimo Serato, Clara Calamai, Dina Romano, Paola Borboni, Anna Mari, Leo Melchiorri, Loris Gizzi, Ninì Imbornoni, Pietro Bigerna, Margherita Nicosia Bossi, Amalia Pellegrini, Franco Cuppini, Carlo Giustini.

Due anziane signorine, Carolina e Teresa Materassi, vivono in un piccolo paese nei dintorni di Firenze insieme a un’altra sorella, Giselda, che è stata abbandonata dal marito e che ancora non ha superato la delusione. Grazie al loro raffinato laboratorio di biancheria, le sorelle Materassi hanno accumulato un patrimonio. Quando alla loro porta bussa Remo, un loro nipote rimasto orfano, la loro vita ne viene sconvolta. Remo, è un giovane molto attraente e simpatico, riesce ad esercitare una forte influenza sulle sue due zie (Giselda è contraria), tanto da riuscire ad accaparrarsi il loro patrimonio e sperperarlo al gioco Come se non bastasse, Remo coinvolge le anziane signore anche in situazioni ridicole e umilianti. Un giorno, il ragazzo conosce una ricca americana e la sposa senza neanche informare le zie; quindi, viziato ed egoista com’è, non esita ad abbandonarle. Carolina e Teresa, ferite e amareggiate per l’inatteso comportamento del nipote, ora sono più sole che mai.

“Il film girato a Cinecittà, visto censura del 26 ottobre 1943 n. 32029, uscì in prima visione pubblica, a guerra non ancora finita, nelle sale di Roma solo il 19 dicembre del 1944. Il film ebbe una distribuzione molto approssimativa, dovuta al tempo di guerra e alle vicissitudini italiane, dopo l'8 settembre. Tra l'altro fu terminato da Poggioli dopo la liberazione. Il successo del film arriverà nel 1945”.

(Wikipedia)

“Il superiore valore del libro, nel film non lo ritroviamo se non in una vaga - ed assai vaga - apparenza (...) Il peggior difetto del film consiste in una dimenticanza. Mentre la cornice dei particolari è centrata con mira esatta, il paesaggio, al contrario è dietro le quinte: non si vede o lo si vede appena. E il paesaggio fiorentino, così come lo descrive Palazzeschi, fino dalla prima pagina illumina e avvolge in maniera prepotentissima, il colore della favola.”

(Fabrizio Sarazani, in Il Tempo, 19 gennaio 1945)

"Vi sono pellicole che soddisfano unicamente interessi spettacolari ed eventuali successi di cassetta e pertanto giustificano questa loro dichiarata inconsistenza; altre invece nascono con pretese ed intenti ben più seri. (...) Poggioli purtroppo ancora una volta (...) è uscito dal seminato, dimostrando di non possedere ancora quella sensibilità che era necessaria per risolvere con immagini in un'atmosfera cinematografica, i felici 'punti e contrasti psicologici del romanzo'. (...) la passione quasi morbosa delle sorelle risulta falsa, snervata e completamente esteriore: non solo ma si crea tra pubblico e personaggi una spiacevole atmosfera di repulsione. (...) L'ambientazione nel paesetto di Santa Maria a Coverciano, che pure Palazzeschi aveva descritto minuziosamente, rimane indecisa e superficiale. L'interpretazione certamente avrebbe potuto essere migliore se ci fosse stato un regista sempre presente".

(Giorgio Moser, 'L'Italia Nuova', 19 gennaio 1945)

“Ferdinando Maria Poggioli Regista. Uomo di grande erudizione, amico di artisti e letterati, debutta nel cinema negli anni Trenta prima come assistente alla regia, poi come montatore. Dal 1936 al '43 dirige 11 film, tra cui 'La bisbetica domata' e 'Gelosia'. Verso la fine della guerra abbandona completamente l'attività cinematografica ed intraprende quella di antiquario. Dopo pochi mesi, a 48 anni, si suicida lasciandosi soffocare dal gas”.

(FilmTv)

Regista cinematografico, nato a Bologna il 15 dicembre 1897 e morto a Roma il 2 febbraio 1945. Appartenne (con Renato Castellani, Mario Soldati, Luigi Chiarini, Alberto Lattuada, Mario Camerini) alla corrente dei 'calligrafici' che tra la fine degli anni Trenta e l'inizio degli anni Quaranta segnò il passaggio dalle atmosfere edulcorate dei telefoni bianchi ai toni accesi del Neorealismo. A lungo ingiustamente dimenticato, è stato rivalutato dalla critica a partire dagli anni Settanta.

(Treccani)

SORELLE MATERASSI (Italia, 1943), regia di Ferdinando Maria Poggioli

 

Una poesia al giorno

Quando l'amore tentò, di Juana Inés de la Cruz (1648-1695). Versi d'amore e di circostanza. Torino: Einaudi, 1995.

Quando l'amore tentò
di fare tue le mie spoglie,
Lysi, e la luce mi levò,
diede all'anima quegli occhi
che dal corpo mio sottrasse.
Diede a me, perché potessi
con più attenzione adorarti,
occhi con cui contemplarti;
e così ebbi miglior vista,
pur se mi accecò il guardarti.
E prima questi occhi in me
erano intralci penosi:
non avendoti per sé
è chiaro che erano oziosi
non potendo veder te.
Accecarsi, a mio vedere,
fu una grande provvidenza
poiché non potevo averti:
a chi più luce non ha,
che importa vedere o no?

Ma è una gloria così rara
quella che ho nell'adorarti,
che, se pure mi uccidesse,
porrebbe fine la gioia
a quel che il dolor non seppe.
Ma che importa se la palma
mi sottraggono, violenti,
in questa amorosa calma,
non del mio corpo i tormenti,
ma dell'anima i diletti?

Così avrò nella violenta
condanna di non vederti,
a sollievo del tormento,
sempre il mio pensiero in te,
sempre te nel mio pensiero.
Qui nell'anima vedrò
il centro dei miei affetti
con gli occhi della mia fede:
ché piaceri immaginati,
anche un cieco può vederli.

Juana Inés de la Cruz (1648-1695)

“Chi fu il poeta più erotico di fine Rinascimento e inizio Barocco? Sir Thomas Wyatt che scriveva di Anna Bolena? Shakespeare sulla voluttuosa “Dark Lady”? Non proprio. Si tratta di una donna, anzi una suora, Sor Juana Inés de la Cruz, la Fenice d'America, poetessa di punta della Nuova Spagna del diciassettesimo secolo. Una luminare del suo tempo dalla mente vorace, che consumava oltre quattromila libri, da Aristotele a Kircher. Totalmente autodidatta. Il suo nome è quasi dimenticato nei libri di storia, ma la sua faccia è sulla banconota messicana. In vita, la sua fama ha attraversato l’oceano. Ha composto anche trattati matematici, manifesti sociali, musica, libri in difesa del diritto all’educazione delle donne. Ora è uscita in inglese, edita da Norton, una nuova raccolta di sonetti su mortalità e decadenza, sulla lotta fra corpo e mente, schiavismo ed emancipazione. Include anche la sua Respuesta a Sor Filotea” del 1691, dove contestava il vescovo di Puebla, il quale sosteneva che i temi filosofici non erano affare femminile. La “Respuesta” le causò molti guai con la Chiesa Cattolica, in seguito dovette firmare con il sangue un voto di silenzio.
Nata nel 1651, da madre illetterata, terza di sei figli illegittimi, Juana sapeva leggere già a tre anni. A sei anni chiese di tagliarsi i capelli corti e di poter studiare all’università come era concesso agli uomini. Da adolescente diventò dama di corte per la moglie del Marchese de Mancera, viceré del Messico, il quale mise insieme gli uomini più dotti in circolazione per mettere alla prova la cultura di Juana, su storia, mitologia, letteratura, scienza. Lo spettacolo che la ragazzina diede ebbe eco anche in Europa: aveva passato l’esame come “un galeone reale che si difendeva da qualche imbarcazione a remi”...

Immagini

  • Un film: Yo, la peor de todas (1990) di Maria Luisa Bemberg (Buenos Aires, 14 aprile 1922 - Buenos Aires, 7 maggio 1995), regista cinematografica e sceneggiatrice argentina.

Sor Juana Inés de la Cruz

 

Un fatto al giorno

12 novembre 1927: Leon Trotsky viene espulso dal Partito Comunista dell'Unione Sovietica, lasciando a Stalin il controllo incontrastato dell'Unione Sovietica.
La Treccani su Trotsky: “Proveniente da una famiglia israelita di medi contadini, aderì ben presto al movimento rivoluzionario, venendo arrestato (1898) e deportato in Siberia (1899). Riuscito a fuggire nel 1902, raggiunse Lenin a Londra ed entrò nella redazione dell'Iskra. Schieratosi con i menscevichi nel II congresso del Partito operaio socialdemocratico russo (1903), assunse negli anni successivi una posizione intermedia fra questi e i bolscevichi, adoperandosi senza successo per ricomporre l'unità del partito. Tornato in Russia nel gennaio 1905, nel corso di quell'anno formulò la teoria della rivoluzione permanente, secondo la quale al proletariato spettava il compito di realizzare la rivoluzione borghese e democratica nei paesi economicamente arretrati, come la Russia, la cui borghesia era giudicata troppo debole. La politica raggiunta così dal proletariato avrebbe comportato la trasformazione della rivoluzione democratica in rivoluzione sociale, avviando il processo di costruzione del socialismo, il cui esito sarebbe comunque dipeso dall'eventuale diffusione della rivoluzione anche in paesi economicamente avanzati. Scaturita dall'analisi degli avvenimenti rivoluzionari in corso, la teoria della rivoluzione permanente costituì poi il riferimento teorico dell'intera attività rivoluzionaria di T.; fu quindi il principale bersaglio degli attacchi polemici di Stalin, che nel 1924, in opposizione a essa, lanciò la parola d'ordine della costruzione del "socialismo in un paese solo". Nel 1906 T. fu nuovamente deportato; fuggito nel 1907, fu in esilio in Austria, quindi in Francia e negli Stati Uniti. Raggiunta nel maggio 1917 la Russia, in agosto aderì al bolscevismo. Presidente del soviet di Pietroburgo (ottobre 1917) fu a capo del comitato militare rivoluzionario di questo, protagonista dell'insurrezione del 25 ottobre 1917. Commissario del popolo agli Affari esteri (ottobre 1917 - febbraio 1918), guidò la delegazione russa durante le trattative di Brest-Litovsk, adottando la formula negoziale "né guerra né pace", nel tentativo di guadagnare tempo in vista di una diffusione della rivoluzione in Germania. Durante la guerra civile guidò l'Armata rossa, portandola alla vittoria sulle forze controrivoluzionarie. A partire dal 1923, convinto della necessità di superare la NEP e di promuovere una radicale trasformazione (attraverso la nazionalizzazione dell'industria, la collettivizzazione dell'agricoltura e la pianificazione dell'economia) della struttura economica del paese, entrò in urto con Bucharin e Stalin, appoggiati fino al 1925 da Kamenev e Zinov´ev. Promosse quindi la cosiddetta opposizione di sinistra (portandola nel 1926 all'alleanza con Kamenev e Zinov´ev, da cui nacque l'opposizione unificata), che alla battaglia sulla strategia economica affiancò quella contro la burocratizzazione del partito e dell'Internazionale comunista. Sconfitto da Stalin, che aveva con sé la maggioranza, T. fu espulso dal partito, confinato in Kazachstan (1928), quindi esiliato in Turchia (1929). In seguito risiedette in Francia e in Norvegia e promosse la riorganizzazione delle forze del marxismo antistalinista, sfociata nella costituzione della Quarta Internazionale. Condannato a morte in contumacia durante il primo dei processi della grande purga staliniana, si trasferì a Città di Messico nel 1937; là fu ucciso da un agente della GPU.”

L'archivio T. è conservato presso la Harvard University. In Italia esiste un sito a lui dedicato: www.trotsky.it

Un film: La sconfitta di Trotsky (1967), di Marco Leto

Negli anni Venti dopo la morte di Lenin, i capi comunisti si contendono il potere in Unione Sovietica. Trotzky, il capo delle armate durante la rivoluzione, viene emarginato da Giuseppe Stalin e costretto ad andare in esilio. Quasi venti anni dopo verrà ucciso in Messico da un sicario inviato da Stalin.
Sceneggiatura e regia: Marco Leto
Personaggi e interpreti:
Il narratore: Giulio Bosetti, Sedova: Valeria Valeri, Jackson: Massimo Foschi, Trotsky: Franco Parenti, Hansen: Aleardo Ward, Stalin: Renzo Giovanpiero Alleluyeva: Lucia Catullo, Lenin: Ennio Balbo, Bucharin: Luigi Casellato, Zinoviev: Lino Troisi, Kamenev: Antonio Meschini, Sverdlov: Armando Spadaro, Joffe: Franco Graziosi, Glasser: Benedetta Valabrega, Krupskaia: Annamaria Alegiani, Barzhanov: Tino Schirinzi, Radek: Edoardo Torricella, Serge: Virginio Gazzolo, Molotov: Enrico Ostermann, Solz: Andrea Checchi, Un compagno: Carlo Vittorio Zizzari, 1° agente GPU: Alberto Lux, 2° agente GPU: Michele Borelli

È l’occasione per vedere all’opera grandi attori.

 

Una frase al giorno

“So che dopo la mia morte sulla mia tomba sarà deposta molta immondizia. Ma il vento della storia la disperderà senza pietà”.

(Stalin, pseudonimo di Iosif Vissarionovič Džugašvili, 1878 - 1953, politico sovietico)

Immagini:

 

Un brano al giorno

Alexander Borodin (12 novembre 1833 - 27 febbraio 1887), String Quartet No. 2 in Re maggiore, scritto nel 1881.
Performers: Borodin String Quartet
Anno di registrazione: 1980

 

Ugo Brusaporco
Ugo Brusaporco

Laureato all’Università di Bologna, Facoltà di Lettere e Filosofia, corso di laurea Dams. E’ stato aiuto regista per documentari storici e autore di alcuni video e film. E’ direttore artistico dello storico Cine Club Verona. Collabora con i quotidiani L’Arena, Il Giornale di Vicenza, Brescia Oggi, e lo svizzero La Regione Ticino. Scrive di cinema sul settimanale La Turia di Valencia (Spagna), e su Quaderni di Cinema Sud e Cinema Società. Responsabile e ideatore di alcuni Festival sul cinema. Nel 1991 fonda e dirige il Garda Film Festival, nel 1994 Le Arti al Cinema, nel 1995 il San Giò Video Festival. Ha tenuto lezioni sul cinema sperimentale alle Università di Verona e di Padova. È stato in Giuria al Festival di Locarno, in Svizzera, e di Lleida, in Spagna. Ha fondato un premio Internazionale, il Boccalino, al Festival di Locarno, uno, il Bisato d’Oro, alla Mostra di Venezia, e il prestigioso Giuseppe Becce Award al Festival di Berlino.

INFORMAZIONI

Ugo Brusaporco

e-mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
web www.brusaporco.org

 

 

 

 

 

UNA STORIA MODERNA - L'APE REGINA (Italia, 1963), regia di Marco Ferreri. Sceneggiatura: Rafael Azcona, Marco Ferreri, Diego Fabbri, Pasquale Festa Campanile, Massimo Franciosa, da un'idea di Goffredo Parise, atto unico La moglie a cavallo. Fotografia: Ennio Guarnieri. Montaggio: Lionello Massobrio. Musiche: Teo Usuelli. Con: Ugo Tognazzi, Marina Vlady, Walter Giller, Linda Sini, Riccardo Fellini, Gian Luigi Polidoro, Achille Majeroni, Vera Ragazzi, Pietro Trattanelli, Melissa Drake, Sandrino Pinelli, Mario Giussani, Polidor, Elvira Paoloni, Jacqueline Perrier, John Francis Lane, Nino Vingelli, Teo Usuelli, Jussipov Regazzi, Luigi Scavran, Ugo Rossi, Renato Montalbano.

È la prima opera italiana del regista che, sino ad allora, aveva sempre girato in Spagna.

Alfonso, agiato commerciante di automobili, arrivato scapolo ai quarant'anni decide di prender moglie e si consiglia con padre Mariano, un frate domenicano suo vecchio compagno di scuola e amico di famiglia. Il frate gli combina l'incontro con una ragazza, Regina. Bella, giovane, sana, di famiglia borghese e religiosa, illibata, è la moglie ideale. Alfonso non ci pensa due volte: e padre Mariano li sposa. Regina si dimostra subito una ottima padrona di casa, dolce e tenera con il marito; dal quale decide però di voler subito un figlio. Alfonso, premuroso, cerca di accontentarla, ma senza risultati. A poco a poco l'armonia tra i due coniugi si incrina: Regina gli rimprovera di non essere all'altezza della situazione, di venir meno a una sorta di legge biologica; Alfonso comincia a sentire il peso delle continue prestazioni sessuali che gli sono richieste e che a poco a poco logorano il suo equilibrio psicologico e fisico. Preoccupato, al limite della nevrosi, chiede consiglio a padre Mariano, che non si rende conto del suo problema e inorridisce quando l'amico accenna alla possibilità di ricorrere alla Sacra Rota: il desiderio di Regina di avere un figlio ha la benedizione della Chiesa, e più che legittimo, doveroso. Alfonso tenta di sostenersi fisicamente con farmaci, ma diventa sempre più debole. Arriva finalmente il giorno in cui Regina annuncia trionfante e felice di essere incinta: parenti e amici vengono in casa a festeggiare l'avvenimento. Alfonso, ormai ridotto a una larva d'uomo, viene trasferito dalla camera da letto a uno sgabuzzino, dove potrà finalmente restare a godersi in pace gli ultimi giorni di vita. Alfonso muore, mentre Regina, soddisfatta, prepara la culla per il nascituro.

“Particolarmente avversato dalla censura per i contenuti fortemente anticonvenzionali e anticattolici, il film venne condizionato da pesanti tagli alle scene, modifiche ai dialoghi e con l'aggiunta di Una storia moderna: al titolo originario L'ape regina. Anche la colonna sonora non sfuggì all'attenzione dei censori. La scena del carretto che trasporta i resti di una salma, era in origine commentata da una musica troppo simile al rumore di ossa che ballano, troppo tintinnante e, pertanto, ne fu decisa la cancellazione”

(Wikipedia)

“L’ape regina" segna il primo incontro di Tognazzi con Marco Ferreri e lo sceneggiatore Rafael Azcona: incontro fortunato (per Tognazzi forse ancora più determinante di quelli con Salce e Risi), l'inizio di una collaborazione che diventerà, nel corso degli anni, esemplare. Assieme a Salce, Ferreri è il regista che rende più vigoroso e attendibile il nuovo, complesso personaggio incarnato dall'attore, anche questa volta protagonista maschile assoluto di una storia inconsueta. Al suo apparire, prima al festival di Cannes e poi sugli schermi italiani, il film fa scalpore, suscita polemiche e scandalo, supera a fatica le strettoie della censura (che, fra l'altro, fa misteriosamente premettere al titolo "Una storia moderna: "). Il film (che apre a Tognazzi anche il mercato statunitense) è uno dei maggiori successi commerciali delia stagione 1962/63 e procura all'attore il Nastro d'argento (assegnato dal Sindacato dei Giornalisti cinematografici) per il miglior attore protagonista. Ricordando anni dopo “L’ape regina", Tognazzi ne ha così commentato l'importanza: «Il film mi ha consentito di entrare in un mondo cinematografico che amo. Il cinema che avevo fatto fino ad allora si basava su personaggi estremamente popolari, dei film divertenti, facili, che piacevano al pubblico ma che sono, a conti fatti, delle operazioni prefabbricate. In quei film non occorre quasi mai un grande coraggio. [...] Amo il cinema non in se stesso ma in quanta rappresenta la possibilità di raccontare delle storie che riguardano la nostra vita, i nostri problemi: mi piace inserirmi in questi problemi e analizzarli [...]. Sono molto riconoscente a Ferreri di avermi offerto questa possibilità [...] di conoscere, per mezzo del cinema, la vita.”

(Ugo Tognazzi in Ecran 73, Parigi, n. 19, novembre 1973, p. 5)

“[...] Ludi di talamo infiorano anche troppo il nostro cinema comico; e le prime scene de L’ape regina, saltellanti e sguaiate, mettono in sospetto. Accade perché il film sfiora ancora il suo tema, lo tratta con estri bozzettistici. Ma quando coraggiosamente vi dà dentro, mostrandoci l'ape e il fuco appaiati in quell'ambiente palazzeschiano, carico di sensualità e di bigottismo, allora acquista una forza straordinaria, si fa serio, e scende alla conclusione con un rigore e una precipitazione da ricordare certe novelle di Maupassant. [...] Ottima la scelta dei protagonisti, un calibratissimo Tognazzi (che ormai lavora di fino) e una magnifica e feroce Marina Vlady.

(Leo Pestelli, La Stampa, Torino, 25 aprile 1963)

     

“Ape regina, benissimo interpretato da Ugo Tognazzi (che ormai è il controcanto, in nome dell'Italia nordica, di ciò che è Sordi per quella meridionale), appare come un film con qualche difetto (cadute del ritmo narrativo, scene di scarsa efficacia e precisione), ma la sua singolarità infine si impone.”

(Pietro Bianchi, Il Giorno, Milano, 25 aprile 1963)

“Il film è gradevole, per la comicità delle situazioni, il sarcasmo con cui descrive una famiglia clericale romana, tutta fatta di donne. Ferreri ci ha dato un film in cui la sua maturità di artista, esercitata su un innesto fra Zavattini e Berlanga, ha di gran lunga la meglio, per fortuna, sul fustigatore, lievemente snobistico, dei costumi contemporanei. Marina Vlady è molto bella e recita con duttilità; Ugo Tognazzi, in sordina, fa benissimo la parte un po’ grigia dell'uomo medio che ha rinnegato il suo passato di ganimede per avviarsi alla vecchiaia al fianco di una moglie affettuosa, e si trova invece vittima di un matriarcato soffocante.”

(Giovanni Grazzini, Corriere della Sera, Milano, 25 aprile 1963)

“Gran parte dell'interesse del film deriva dal notevole, asciutto stile della comicità di Ugo Tognazzi e dall'asprezza di Marina Vlady. Tognazzi ha un'aria magnificamente remissiva e angustiata e un bellissimo senso del ritmo che introduce delle osservazioni ad ogni sua azione. Quando scherza con un prete, ad esempio, per rompere un uovo sodo, egli riesce ad essere semi-serio in modo brillante. E quando egli guarda semplicemente la moglie, lui tutto slavato e lei tutta risplendente, nei suoi occhi c'è tutto un mondo di umoristica commozione.”.

(Bosley Crowther, The New York Times, New York, 17 settembre 1963)

Scene Censurate del film su: http://cinecensura.com/sesso/una-storia-moderna-lape-regina/

Altre scene in: https://www.youtube.com/watch?v=Cd1OHF83Io0

https://www.youtube.com/watch?v=IalFqT-7gUs

https://www.youtube.com/watch?v=htJsc_qMkC4

https://www.youtube.com/watch?v=9Tgboxv-OYk

Una poesia al giorno

Noi saremo di Paul Verlaine, Nous serons - Noi saremo [La Bonne Chanson, 1870].

Noi saremo, a dispetto di stolti e di cattivi

che certo guarderanno male la nostra gioia,

talvolta, fieri e sempre indulgenti, è vero?

Andremo allegri e lenti sulla strada modesta

che la speranza addita, senza badare affatto

che qualcuno ci ignori o ci veda, è vero?

Nell'amore isolati come in un bosco nero,

i nostri cuori insieme, con quieta tenerezza,

saranno due usignoli che cantan nella sera.

Quanto al mondo, che sia con noi dolce o irascibile,

non ha molta importanza. Se vuole, esso può bene

accarezzarci o prenderci di mira a suo bersaglio.

Uniti dal più forte, dal più caro legame,

e inoltre ricoperti di una dura corazza,

sorrideremo a tutti senza paura alcuna.

Noi ci preoccuperemo di quello che il destino

per noi ha stabilito, cammineremo insieme

la mano nella mano, con l'anima infantile

di quelli che si amano in modo puro, vero?

Nous serons

N'est-ce pas? en dépit des sots et des méchants

Qui ne manqueront pas d'envier notre joie,

Nous serons fiers parfois et toujours indulgents

N'est-ce pas? Nous irons, gais et lents, dans la voie

Modeste que nous montre en souriant l'Espoir,

Peu soucieux qu'on nous ignore ou qu'on nous voie.

Isolés dans l'amour ainsi qu'en un bois noir,

Nos deux cœurs, exhalant leur tendresse paisible,

Seront deux rossignols qui chantent dans le soir.

Quant au Monde, qu'il soit envers nous irascible

Ou doux, que nous feront ses gestes? Il peut bien,

S'il veut, nous caresser ou nous prendre pour cible.

Unis par le plus fort et le plus cher lien,

Et d'ailleurs, possédant l'armure adamantine,

Nous sourirons à tous et n'aurons peur de rien.

Sans nous préoccuper de ce que nous destine

Le Sort, nous marcherons pourtant du même pas,

Et la main dans la main, avec l'âme enfantine

De ceux qui s'aiment sans mélange, n'est-ce pas?

Un fatto al giorno

17 giugno 1885: La Statua della Libertà arriva a New York. Duecentoventicinque tonnellate di peso, 46 metri di altezza (piedistallo escluso) e 4 milioni di visite ogni anno. La Statua della Libertà, oggi simbolo di New York, ha una storia costruttiva avventurosa e originale, caratterizzata da trasporti eccezionali e un fundraising senza precedenti. Ripercorriamola insieme con queste foto storiche. Fu uno storico francese, Édouard de Laboulaye, a proporre, nel 1865, l'idea di erigere un monumento per celebrare l'amicizia tra Stati Uniti d'America e Francia, in occasione del primo centenario dell'indipendenza dei primi dal dominio inglese. I francesi avrebbero dovuto provvedere alla statua, gli americani al piedistallo. L'idea fu raccolta da un giovane scultore, Frédéric Auguste Bartholdi, che si ispirò all'immagine della Libertas, la dea romana della libertà, per la sagoma della statua, che avrebbe retto una torcia e una tabula ansata, a rappresentazione della legge. Per la struttura interna, Bartholdi reclutò il celebre ingegnere francese Gustave Eiffel (che tra il 1887 e il 1889 avrebbe presieduto anche alla costruzione dell'omonima Torre) il quale ideò uno scheletro flessibile in acciaio, per consentire alla statua di oscillare in presenza di vento, senza rompersi. A rivestimento della struttura, 300 fogli di rame sagomati e rivettati. Nel 1875 il cantiere fu annunciato al pubblico e presero il via le attività di fundraising. Prima ancora che il progetto venisse finalizzato, Bartholdi realizzò la testa e il braccio destro della statua e li portò in mostra all'Esposizione Centenaria di Philadelphia e all'Esposizione Universale di Parigi, per sponsorizzare la costruzione del monumento. La costruzione vera e propria prese il via a Parigi nel 1877.

(da Focus)

Una frase al giorno

“Marie non era forse né più bella né più appassionata di un'altra; temo di non amare in lei che una creazione del mio spirito e dell'amore che mi aveva fatto sognare.”

(Gustave Flaubert, 1821-1880, scrittore francese)

Un brano al giorno

Marianne Gubri, Arpa celtica, Il Viandante https://www.youtube.com/watch?v=_URmUFpa52k