“L’amico del popolo”, 27 settembre 2017

L'amico del popolo
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L’amico del popolo”, spazio politico di idee libere, di arte e di spettacolo. Una nuova rubrica ospiterà il giornale quotidiano dell’amico veronese Ugo Brusaporco, destinato a coloro che hanno a cuore la cultura. Un po’ per celia e un po’ per non morir...

Un film al giorno

LE FILS (Il figlio, Belgio, 2002), scritto e diretto da Jean-Pierre e Luc Dardenne. Con: Olivier Gourmet, Morgan Marinne, Isabella Soupart, Nassim Hassaini, Remy Renaud, Kevin Leroy, Félicien Pitsaer.

Chi è quel ragazzo di nome Francis? Se Olivier si rifiuta di prenderlo nella sua officina, perché ha cominciato a seguirlo nei corridoi del centro di formazione, per le strade, nel suo palazzo? Perché è così interessato a lui? Perché sembra così dispiaciuto per lui? Per tenere a bada la disperazione, Oliver da anni trasmette a ragazzi che potrebbero essere suoi figli la sua abilità nella falegnameria. Perché la paternità è anche questa sapienza trasmessa e se a Oliver manca un figlio a Francis manca un padre.

“Olivier è un falegname che insegna in una scuola di avviamento alle professioni. Da quando suo figlio è stato ucciso da un undicenne e sua moglie lo ha lasciato l'uomo si dedica totalmente al lavoro. Un giorno arriva nella scuola Francis, l'assassino del figlio, scarcerato dopo alcuni anni di detenzione e ora immesso in un percorso di recupero. Olivier, dopo qualche incertezza, chiede di averlo nella sua classe. Lui sa bene chi è mentre il ragazzo ignora di essere di fronte al padre della propria vittima. Ancora una volta i Dardenne decidono di utilizzare la tecnica del pedinamento che in questa occasione assume il valore simbolico di una ricerca. Olivier, anche se ancora lacerato da un desiderio di vendetta, di fatto sta cercando quel figlio che non ha più proprio in chi glielo ha sottratto e Francis in fondo ha bisogno di un padre. Potrebbe sembrare innaturale e troppo 'cinematografica' la decisione di Olivier di rinunciare a vendicarsi di chi gli ha devastato la vita. Ma i Dardenne ne sono consapevoli e costruiscono (e seguono) il tormento dell'uomo senza forzature. Non è un caso che ci sia un dialogo con la ex moglie (ora incinta di un altro) che gli chiede che senso abbia comportarsi così nei confronti dell'omicida del figlio. La risposta di Olivier non è immediata proprio perché si sta ancora sviluppando un percorso. La forza del cinema dei due registi belgi sta proprio in questo: nel non offrire mai soluzioni facili e che non provengano dallo sviluppo di un pensiero che finisce col farsi azione. Si osservi con attenzione la sequenza in cui Olivier entra nell'abitazione di Francis di nascosto e si sdraia sul suo letto e ci si chieda quale intenzione nasconda. Si vedrà che quell'intenzione sta al centro di tutto il cinema dei Dardenne: cercare di comprendere (che non significa affatto semplicisticamente 'giustificare') l'altro. La confidenza tra i due si sviluppa per quasi impercettibili passi in avanti dove non c'è qualcuno che vuole educare anche perché l'altro non vuole essere educato. C'è piuttosto una convergenza sulla messa a disposizione di competenza e passione che finisce con il trasmettersi dall'uno all'altro divenendo poi fisicità in cui può riemergere l'odio ma finisce con il prevalere una possibilità: quella che i Dardenne non negano mai ai loro personaggi senza per questo adagiarsi su facili happy end”.

(Giancarlo Zappoli in MyMovies)

“È un occhio disorientato, quello che si apre sul film di Jean-Pierre e Luc Dardenne. Fin dalle prime inquadrature, la macchina da presa sta addosso a Olivier (Olivier Gourmet), come se arrivasse a toccarlo. Spesso lo inquadra di schiena, rincorrendolo nella falegnameria dove, sollecito e brusco, segue il lavoro dei suoi ragazzi. Non lo riprende mai a figura intera, e neppure in primo piano. Piuttosto, ne vede e ne mostra dettagli. Il suo corpo e il suo viso sono come frantumati nella concitazione d’un cinema che sembra voler ridurre in frantumi il nostro stesso sguardo”.

(Roberto Escobar, Il Sole 24 Ore)

“È rarissimo incontrare un film che riunisca, come Il figlio, temi di una densità che sfiora la metafisica con un senso così preciso, così fisico, della concretezza delle cose e dei corpi. Il soggetto, degno di Dostoevskij (il delitto, il castigo, il perdono), è incentrato sul rapporto tra il padre di un bambino morto e il ragazzo che lo ha ucciso. Olivier forma apprendisti carpentieri in un centro per il recupero dei delinquenti minorili. L'uomo è sconvolto dall'arrivo di Francis, responsabile della morte di suo figlio; più che cercare la vendetta, tuttavia, egli si sforza di capire: come e perché Francis, che aveva solo undici anni, può avere compiuto un simile delitto? In un crescendo di sorprese, sino al finale”.

(Roberto Nepoti, La Repubblica)

"I Dardenne usano una scala ottica inconsueta: stanno con le immagini addosso ai personaggi come se dovessero rubare loro l'anima per stamparla sullo schermo e permettono così allo spettatore di cogliere il movimento dei corpi, l'essenzialità dei gesti. Olivier Gourmet, attore da sempre complice dei fratelli registi, fa il resto. (...) 'Le fils' è anche un giallo, è un intreccio a chiave che appaga lo spettatore; ma soprattutto è un frammento di un cinema che non assomiglia a nessun altro" (Andrea Martini, 'Il Giorno', 24 maggio 2002) "La bellezza de 'Il figlio' sta nel non ostentare mai le intenzioni del protagonista. (...) Con una regia che interpreta ma nello stesso tempo resta pudica (macchina da presa a mano ma meno radicale che in 'Rosetta'), i Dardenne mettono dunque in scena un racconto morale dove si confrontano, a livello minimale, argomenti di spessore assoluto".

(Mauro Gervasini, 'Film Tv', 8 ottobre 2002)

"Le fils è molto bello anche per l'attenzione speciale portata alla materialità del lavoro di falegnameria, ai legni e ai rumori, agli attrezzi. L'ansioso ritratto del protagonista e della sua impoverita esistenza è perfetto; il film civilissimo è sostenuto dalla suspence che muove la vicenda, dalle immagini nitide e profonde, dal sentimento di una solitudine invincibile."

(Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 24 maggio 2002)

"Macchina a mano sempre in movimento, primi e primissimi piani molto spesso di spalle, nemmeno una nota in tutto il film ma una vera partitura di musica concreta per martello, sega e trapano, i rumori che scandiscono la giornata di un carpentiere, 'Le fils' cinge d'assedio Olivier fino a farci quasi ascoltare i suoi pensieri. E quella che potrebbe sembrare una regia casuale, da reportage, nasconde una consapevolezza totale. Abbiamo confrontato gli appunti presi in sala con quelli dei Dardenne: liberi di non crederci, ma sono quasi le stesse parole. La nuca, gli occhiali, quel metro che misura la distanza fra Olivier e Francis, i corpi sempre in pericolo in cima alle scale, fra le assi pesanti e scivolose. E sotto a tutto questo la colpa, il rimorso, la paura, la vendetta, il perdono. Non si può chiedere di più."

(Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 24 maggio 2002)

"I fratelli belgi non sono tipi da spettacolarizzare i sentimenti. Il dramma è messo in scena senza il minimo accenno di retorica, attraverso i corpi, gli oggetti, i gesti quotidiani. La macchina da presa sta addosso all'ottimo interprete, Olivier Gourmet, inquadrandolo in primo piano e in dettaglio: una sorta di semi-soggettiva ininterrotta che fa coincidere lo sguardo dello spettatore, a un tempo, con lo sguardo del protagonista e con quello del regista."

(Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 24 maggio 2002)

"Il genere di 'Fils' è quello molto francese di 'Cani perduti senza collare' di Jean Delannoy (1955), dei 'Quattrocento colpi', di Francois Truffaut (1959), e di 'Due contro la città', di José Giovanni (1973). Rispetto all'inflazionato cinema americano della 'second chance', 'Le fils' non propende all'ottimismo. Ma i Dardenne vogliono sperare e riescono a essere credibili, perché sono modesti e seri. E hanno in Gourmet un perfetto protagonista, che quasi da solo traghetta lo spettatore - che non altro vede nel film - dalla disperazione alla catarsi."

(Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 24 maggio 2002)

"Il nuovo film dei due fratelli belgi, 'Fils', vale il precedente e forse è addirittura migliore. (....) Questa forte parabola sull'odio e sul perdono messi in alternativa, avvince in una rappresentazione impeccabile come un egregio lavoro di falegnameria."

(Tullio Kezich, 'Il Corriere della Sera', 24 maggio 2002)

"Palma d'oro al miglior attore (Gourmet) a Cannes, è un'implacabile inchiesta comportamentale sul bisogno di vendetta, a partire dalla questione: che cosa fai se ti trovi ad accudire l'assassino di tuo figlio?"

(Silvio Danese, 'Il Giorno', 4 ottobre 2002)

"I Dardenne usano una scala ottica inconsueta: stanno con le immagini addosso ai personaggi come se dovessero rubare loro l'anima per stamparla sullo schermo e permettono così allo spettatore di cogliere il movimento dei corpi, l'essenzialità dei gesti. Olivier Gourmet, attore da sempre complice dei fratelli registi, fa il resto. (...) 'Le fils' è anche un giallo, è un intreccio a chiave che appaga lo spettatore; ma soprattutto è un frammento di un cinema che non assomiglia a nessun altro".

(Andrea Martini, 'Il Giorno', 24 maggio 2002)

"La bellezza de 'Il figlio' sta nel non ostentare mai le intenzioni del protagonista. (...) Con una regia che interpreta ma nello stesso tempo resta pudica (macchina da presa a mano ma meno radicale che in 'Rosetta'), i Dardenne mettono dunque in scena un racconto morale dove si confrontano, a livello minimale, argomenti di spessore assoluto".

(Mauro Gervasini, 'Film Tv', 8 ottobre 2002)

“Superato il fastidio di un film girato quasi interamente in primissimi piani, Il figlio dei fratelli belgi Jean-Pierre e Luc Dardenne si rivela una prova cinematografica essenziale che raggiunge livelli artistici inconsueti e lambisce i vertici di una tragicità aperta a un'umanissima commedia. Il dato più importante di questo singolare 'prodotto' risiede nella scrittura che sovraintende le immagini, che potremmo definire dogmatica, se l'allusione non risultasse ingenerosa nei confronti di questi due autori. Una lingua delle immagini da risultare - per lo spettatore abituato ad altri canoni linguistici, anche se raffinati - fastidiosa, appunto, odiosa, claustrofobica al limite della nausea. La terribile trama è sospesa tra tensione ed elegia, che si manifesta nel dolore del protagonista e nella cinica innocenza di un ragazzino: Destino potrebbe essere un valido sottotitolo a questo film. Olivier è un falegname (o carpentiere) che ha scelto di insegnare il mestiere a dei ragazzini usciti dal riformatorio. Un giorno scopre che uno dei candidati per il suo laboratorio è Francis, che all'età di undici anni aveva strangolato proprio suo figlio. Da allora la moglie Magali lo ha lasciato, si è risposata con un altro e aspetta un bambino. Dopo un'esitazione iniziale e contro ogni logica, Olivier accetta di istruire Francis (interpretato dall'attore non professionista Morgan Marinne). Questi è un biondino, ora sedicenne, dalle grandi e belle mani, dal profilo caprino-lombrosiano, dallo sguardo di belvetta pericolosa ma ferita tanto che assume psicofarmaci per dormire: non riusciamo a condannare questo adolescente mal tourné. Girato quasi interamente con camera a mano, il film ha una fotografia straordinaria (Alain Marcoen), la più difficile da ottenere: quella del realismo 'totale', con toni di blu (che risaltano le tute da carpentiere) lontani dal blu elettrico-moderno che imperversa altrove. Non una sola nota di musica, inoltre, si sovrappone al reale. Il figlio si rivela un'esperienza interiore che costringe lo spettatore a una partecipazione curiosa per mezzo di un semplice quanto geniale meccanismo di suspence. La drammaturgia si snoda come una soggettiva di un osservatore ideale che pedina un padre (tentando di intuirne il 'piano') che a sua volta pedina un giovane in modo tanto morboso da apparire l'autore di un incipiente irretimento erotico. Le inquietudini per un gesto irrimediabile crescono via via che i fratelli Dardenne svelano l'antefatto attraverso una struttura narrativa che si sviluppa da un qui e ora per andare verso un là ed allora. E il disvelamento ha le caratteristiche della grande tragedia. La macchina da presa resta costantemente attaccata al volto, alla nuca, agli occhi, al profilo, alle spalle del padre, creando così un universo psicologico assoluto: quello della mente di un genitore in cui il dolore ha il sopravvento su tutto. Il resto del mondo è escluso come dai Peanuts di Schulz sono esclusi gli adulti, citati solo per sineddochi, mozziconi di presenze aliene. Solo tre personaggi sono dati: il padre, la madre, l'assassino. Gli edifici, gli interni, gli altri ragazzini del laboratorio, le porte, i mobili, le strade sono di scorcio. Solo nelle sequenze finali il quadro riacquista un'ariosità più 'tradizionale'. Ma cosa passa veramente per la testa del padre? Ha preso il ragazzino con sé per ucciderlo e vendicare così la morte del figlio? o per scaricare in qualche modo il proprio odio? o per quale altra ragione? Assistiamo 'impotenti' al divenire di una macchinazione. Olivier, infine, porta con sé Francis in un viaggio di lavoro durante il quale gli chiede il motivo della sua detenzione nel carcere minorile. Noi sappiamo che il padre sa e scorgiamo l'odio (appena trattenuto) affiorare nei primissimi piani del suo sguardo, del suo profilo. L'attore (Olivier Gourmet), straordinario comunicatore di emozioni intense e vere, è stato giustamente premiato a Cannes 2002. In un crescendo diluito che si placherà solo nella sequenza finale, Francis 'confessa' di essere l'autore di un delitto. Alla domanda: "Ti dispiace?" la risposta è cinicamente, mostruosamente innocente: "Ovviamente, a chi non dispiacerebbe farsi cinque anni di riformatorio". Non raccontiamo il bellissimo finale per lasciarlo 'aperto' come nel film”.

(In: Drammaturgia.it - Il figlio di Jean-Pierre Darrdenne e Luc Dardenne)

LE FILS (Il figlio, Belgio, 2002), scritto e diretto da Jean-Pierre e Luc Dardenne

 

Una poesia al giorno

Settembre, di Antonio Machado (Antonio Cipriano José María y Francisco de Santa Ana Machado Ruiz, Siviglia, 26 luglio 1875 - Collioure, 22 febbraio 1939, è stato un poeta e scrittore spagnolo, tra i maggiori di tutti i tempi appartenente alla cosiddetta generazione del '98)

Verdi giardinetti,
chiare piazzole,
fonte verdognola
dove l'acqua sogna,
dove l'acqua muta
finisce sulla pietra.

Le foglie d'un verde
vizzo, quasi nere
dell'acacia, il vento
di settembre le bacia,
e alcune si porta via
gialle, secche,
giocando, tra la bianca
polvere della terra.

 

Un fatto al giorno

27 settembre 1998: nasce il motore di ricerca Google. “Larry Page e Sergey Brin, allora studenti dell'Università di Stanford, dopo aver sviluppato la teoria secondo cui un motore di ricerca basato sull'analisi matematica delle relazioni tra i siti web (topologia) avrebbe prodotto risultati migliori rispetto alle tecniche empiriche usate precedentemente, fondarono l'azienda il 4 settembre 1998. Convinti che le pagine citate con un maggior numero di link fossero le più importanti e meritevoli (Teoria delle Reti), decisero di approfondire la loro teoria all'interno dei loro studi e posero le basi per il loro motore di ricerca. Dal 2005 l'anniversario della nascita si festeggia il 27 settembre, in ricordo di quando nel 1998 fu registrato il record di pagine indicizzate. Il 7 maggio 2010 Google ha subito l'aggiornamento considerato più importante della sua storia, consistente nel rinnovamento dell'aspetto grafico e nell'aggiunta di miglioramenti e nuove funzioni. Il 9 novembre 2010 Google ha reso disponibile la nuova funzione Instant Previews, che permette di visualizzare l'anteprima di ogni risultato direttamente dalla pagina di ricerca. Il 1º ottobre 2012 Google ha superato Microsoft nel valore capitale in borsa, registrando, alla chiusura, 249,19 miliardi di dollari americani, rispetto ai 247,44 di Microsoft. Il 2 ottobre 2015 Larry Page ha annunciato la costituzione della holding Alphabet Inc., di cui Google rappresenta la compagnia principale, usata anche come nuova denominazione di Google presso la borsa di New York. Le azioni di Google vengono convertite alla pari in azioni di Alphabet ma la nuova holding mantiene gli stessi acronimi precedenti (GOOGL e GOOG) per evidenziare la continuità. I due fondatori, Page e Brin, avevano cercato un nome con cui si potesse rappresentare la capacità di organizzare l'immensa quantità di informazioni disponibili sul Web; avevano bisogno di un'iperbole. Utilizzarono un nome già esistente: Googol, termine coniato dal nipote del matematico statunitense Edward Kasner nel 1938, per riferirsi al numero rappresentato da 1 seguito da 100 zeri. A Page e Brin sembrò perfetto come metafora della vastità del web. I due fondatori avevano intenzione di chiamare il neonato motore di ricerca proprio Googol, ma al momento della registrazione, non sapendo come si scrivesse esattamente decisero per "Google" anziché Googol. La loro collega a Stanford li avvertì solo il giorno dopo dell'errore, ma il dominio era ormai registrato e lo lasciarono tale.”

(Wikipedia)

Google interns' first week

 

Una frase al giorno

“Se preferisco i gatti ai cani, è perché non ci sono gatti poliziotti”

(Jean Maurice Eugène Clément Cocteau, 1889-1963, poeta, saggista, drammaturgo, sceneggiatore, disegnatore, scrittore, librettista, regista e attore francese).

 

Un brano al giorno
  • PARADE, di Erik Satie. Dallas Neo-Classical Ballet nel 100° anniversario: "Il balletto è stato originariamente realizzato per i balletti russi di Diaghilev e fu rappresentato il 18 maggio 1917 nel Théâtre du Châtelet di Parigi con costumi e scenografie disegnate da Pablo Picasso e coreografie di Léonide Massine. 100 anni dopo, siamo entusiasti di portare questo balletto in vita!”

Lo scenario della rivoluzionaria opera Parade è uno dei più famosi dipinti di Picasso

 

Lo scenario della rivoluzionaria opera Parade è uno dei più famosi dipinti di Picasso. Esso è però anche legato alla memoria di Sergej Diaghilev, il grande impresario che a Pietroburgo, fondendo nei Balletti Russi la pittura con la danza e la musica creò ai primi decenni del Novecento il Mir Isskustva. In altre parole, una nuova forma di arte. Parade, in particolare, nacque dalla collaborazione di quattro geniali personaggi. Erik Satie, che compose la musica, Jean Cocteau, che scrisse i testi. Pablo Picasso, che disegnò lo scenario e i costumi. E il primo ballerino Lèonide Massine, che curò la coreografia. Un quartetto davvero formidabile.

 

Ugo Brusaporco
Ugo Brusaporco

Laureato all’Università di Bologna, Facoltà di Lettere e Filosofia, corso di laurea Dams. E’ stato aiuto regista per documentari storici e autore di alcuni video e film. E’ direttore artistico dello storico Cine Club Verona. Collabora con i quotidiani L’Arena, Il Giornale di Vicenza, Brescia Oggi, e lo svizzero La Regione Ticino. Scrive di cinema sul settimanale La Turia di Valencia (Spagna), e su Quaderni di Cinema Sud e Cinema Società. Responsabile e ideatore di alcuni Festival sul cinema. Nel 1991 fonda e dirige il Garda Film Festival, nel 1994 Le Arti al Cinema, nel 1995 il San Giò Video Festival. Ha tenuto lezioni sul cinema sperimentale alle Università di Verona e di Padova. È stato in Giuria al Festival di Locarno, in Svizzera, e di Lleida, in Spagna. Ha fondato un premio Internazionale, il Boccalino, al Festival di Locarno, uno, il Bisato d’Oro, alla Mostra di Venezia, e il prestigioso Giuseppe Becce Award al Festival di Berlino.

INFORMAZIONI

Ugo Brusaporco

e-mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
web www.brusaporco.org

 

 

 

 

 

UNA STORIA MODERNA - L'APE REGINA (Italia, 1963), regia di Marco Ferreri. Sceneggiatura: Rafael Azcona, Marco Ferreri, Diego Fabbri, Pasquale Festa Campanile, Massimo Franciosa, da un'idea di Goffredo Parise, atto unico La moglie a cavallo. Fotografia: Ennio Guarnieri. Montaggio: Lionello Massobrio. Musiche: Teo Usuelli. Con: Ugo Tognazzi, Marina Vlady, Walter Giller, Linda Sini, Riccardo Fellini, Gian Luigi Polidoro, Achille Majeroni, Vera Ragazzi, Pietro Trattanelli, Melissa Drake, Sandrino Pinelli, Mario Giussani, Polidor, Elvira Paoloni, Jacqueline Perrier, John Francis Lane, Nino Vingelli, Teo Usuelli, Jussipov Regazzi, Luigi Scavran, Ugo Rossi, Renato Montalbano.

È la prima opera italiana del regista che, sino ad allora, aveva sempre girato in Spagna.

Alfonso, agiato commerciante di automobili, arrivato scapolo ai quarant'anni decide di prender moglie e si consiglia con padre Mariano, un frate domenicano suo vecchio compagno di scuola e amico di famiglia. Il frate gli combina l'incontro con una ragazza, Regina. Bella, giovane, sana, di famiglia borghese e religiosa, illibata, è la moglie ideale. Alfonso non ci pensa due volte: e padre Mariano li sposa. Regina si dimostra subito una ottima padrona di casa, dolce e tenera con il marito; dal quale decide però di voler subito un figlio. Alfonso, premuroso, cerca di accontentarla, ma senza risultati. A poco a poco l'armonia tra i due coniugi si incrina: Regina gli rimprovera di non essere all'altezza della situazione, di venir meno a una sorta di legge biologica; Alfonso comincia a sentire il peso delle continue prestazioni sessuali che gli sono richieste e che a poco a poco logorano il suo equilibrio psicologico e fisico. Preoccupato, al limite della nevrosi, chiede consiglio a padre Mariano, che non si rende conto del suo problema e inorridisce quando l'amico accenna alla possibilità di ricorrere alla Sacra Rota: il desiderio di Regina di avere un figlio ha la benedizione della Chiesa, e più che legittimo, doveroso. Alfonso tenta di sostenersi fisicamente con farmaci, ma diventa sempre più debole. Arriva finalmente il giorno in cui Regina annuncia trionfante e felice di essere incinta: parenti e amici vengono in casa a festeggiare l'avvenimento. Alfonso, ormai ridotto a una larva d'uomo, viene trasferito dalla camera da letto a uno sgabuzzino, dove potrà finalmente restare a godersi in pace gli ultimi giorni di vita. Alfonso muore, mentre Regina, soddisfatta, prepara la culla per il nascituro.

“Particolarmente avversato dalla censura per i contenuti fortemente anticonvenzionali e anticattolici, il film venne condizionato da pesanti tagli alle scene, modifiche ai dialoghi e con l'aggiunta di Una storia moderna: al titolo originario L'ape regina. Anche la colonna sonora non sfuggì all'attenzione dei censori. La scena del carretto che trasporta i resti di una salma, era in origine commentata da una musica troppo simile al rumore di ossa che ballano, troppo tintinnante e, pertanto, ne fu decisa la cancellazione”

(Wikipedia)

“L’ape regina" segna il primo incontro di Tognazzi con Marco Ferreri e lo sceneggiatore Rafael Azcona: incontro fortunato (per Tognazzi forse ancora più determinante di quelli con Salce e Risi), l'inizio di una collaborazione che diventerà, nel corso degli anni, esemplare. Assieme a Salce, Ferreri è il regista che rende più vigoroso e attendibile il nuovo, complesso personaggio incarnato dall'attore, anche questa volta protagonista maschile assoluto di una storia inconsueta. Al suo apparire, prima al festival di Cannes e poi sugli schermi italiani, il film fa scalpore, suscita polemiche e scandalo, supera a fatica le strettoie della censura (che, fra l'altro, fa misteriosamente premettere al titolo "Una storia moderna: "). Il film (che apre a Tognazzi anche il mercato statunitense) è uno dei maggiori successi commerciali delia stagione 1962/63 e procura all'attore il Nastro d'argento (assegnato dal Sindacato dei Giornalisti cinematografici) per il miglior attore protagonista. Ricordando anni dopo “L’ape regina", Tognazzi ne ha così commentato l'importanza: «Il film mi ha consentito di entrare in un mondo cinematografico che amo. Il cinema che avevo fatto fino ad allora si basava su personaggi estremamente popolari, dei film divertenti, facili, che piacevano al pubblico ma che sono, a conti fatti, delle operazioni prefabbricate. In quei film non occorre quasi mai un grande coraggio. [...] Amo il cinema non in se stesso ma in quanta rappresenta la possibilità di raccontare delle storie che riguardano la nostra vita, i nostri problemi: mi piace inserirmi in questi problemi e analizzarli [...]. Sono molto riconoscente a Ferreri di avermi offerto questa possibilità [...] di conoscere, per mezzo del cinema, la vita.”

(Ugo Tognazzi in Ecran 73, Parigi, n. 19, novembre 1973, p. 5)

“[...] Ludi di talamo infiorano anche troppo il nostro cinema comico; e le prime scene de L’ape regina, saltellanti e sguaiate, mettono in sospetto. Accade perché il film sfiora ancora il suo tema, lo tratta con estri bozzettistici. Ma quando coraggiosamente vi dà dentro, mostrandoci l'ape e il fuco appaiati in quell'ambiente palazzeschiano, carico di sensualità e di bigottismo, allora acquista una forza straordinaria, si fa serio, e scende alla conclusione con un rigore e una precipitazione da ricordare certe novelle di Maupassant. [...] Ottima la scelta dei protagonisti, un calibratissimo Tognazzi (che ormai lavora di fino) e una magnifica e feroce Marina Vlady.

(Leo Pestelli, La Stampa, Torino, 25 aprile 1963)

     

“Ape regina, benissimo interpretato da Ugo Tognazzi (che ormai è il controcanto, in nome dell'Italia nordica, di ciò che è Sordi per quella meridionale), appare come un film con qualche difetto (cadute del ritmo narrativo, scene di scarsa efficacia e precisione), ma la sua singolarità infine si impone.”

(Pietro Bianchi, Il Giorno, Milano, 25 aprile 1963)

“Il film è gradevole, per la comicità delle situazioni, il sarcasmo con cui descrive una famiglia clericale romana, tutta fatta di donne. Ferreri ci ha dato un film in cui la sua maturità di artista, esercitata su un innesto fra Zavattini e Berlanga, ha di gran lunga la meglio, per fortuna, sul fustigatore, lievemente snobistico, dei costumi contemporanei. Marina Vlady è molto bella e recita con duttilità; Ugo Tognazzi, in sordina, fa benissimo la parte un po’ grigia dell'uomo medio che ha rinnegato il suo passato di ganimede per avviarsi alla vecchiaia al fianco di una moglie affettuosa, e si trova invece vittima di un matriarcato soffocante.”

(Giovanni Grazzini, Corriere della Sera, Milano, 25 aprile 1963)

“Gran parte dell'interesse del film deriva dal notevole, asciutto stile della comicità di Ugo Tognazzi e dall'asprezza di Marina Vlady. Tognazzi ha un'aria magnificamente remissiva e angustiata e un bellissimo senso del ritmo che introduce delle osservazioni ad ogni sua azione. Quando scherza con un prete, ad esempio, per rompere un uovo sodo, egli riesce ad essere semi-serio in modo brillante. E quando egli guarda semplicemente la moglie, lui tutto slavato e lei tutta risplendente, nei suoi occhi c'è tutto un mondo di umoristica commozione.”.

(Bosley Crowther, The New York Times, New York, 17 settembre 1963)

Scene Censurate del film su: http://cinecensura.com/sesso/una-storia-moderna-lape-regina/

Altre scene in: https://www.youtube.com/watch?v=Cd1OHF83Io0

https://www.youtube.com/watch?v=IalFqT-7gUs

https://www.youtube.com/watch?v=htJsc_qMkC4

https://www.youtube.com/watch?v=9Tgboxv-OYk

Una poesia al giorno

Noi saremo di Paul Verlaine, Nous serons - Noi saremo [La Bonne Chanson, 1870].

Noi saremo, a dispetto di stolti e di cattivi

che certo guarderanno male la nostra gioia,

talvolta, fieri e sempre indulgenti, è vero?

Andremo allegri e lenti sulla strada modesta

che la speranza addita, senza badare affatto

che qualcuno ci ignori o ci veda, è vero?

Nell'amore isolati come in un bosco nero,

i nostri cuori insieme, con quieta tenerezza,

saranno due usignoli che cantan nella sera.

Quanto al mondo, che sia con noi dolce o irascibile,

non ha molta importanza. Se vuole, esso può bene

accarezzarci o prenderci di mira a suo bersaglio.

Uniti dal più forte, dal più caro legame,

e inoltre ricoperti di una dura corazza,

sorrideremo a tutti senza paura alcuna.

Noi ci preoccuperemo di quello che il destino

per noi ha stabilito, cammineremo insieme

la mano nella mano, con l'anima infantile

di quelli che si amano in modo puro, vero?

Nous serons

N'est-ce pas? en dépit des sots et des méchants

Qui ne manqueront pas d'envier notre joie,

Nous serons fiers parfois et toujours indulgents

N'est-ce pas? Nous irons, gais et lents, dans la voie

Modeste que nous montre en souriant l'Espoir,

Peu soucieux qu'on nous ignore ou qu'on nous voie.

Isolés dans l'amour ainsi qu'en un bois noir,

Nos deux cœurs, exhalant leur tendresse paisible,

Seront deux rossignols qui chantent dans le soir.

Quant au Monde, qu'il soit envers nous irascible

Ou doux, que nous feront ses gestes? Il peut bien,

S'il veut, nous caresser ou nous prendre pour cible.

Unis par le plus fort et le plus cher lien,

Et d'ailleurs, possédant l'armure adamantine,

Nous sourirons à tous et n'aurons peur de rien.

Sans nous préoccuper de ce que nous destine

Le Sort, nous marcherons pourtant du même pas,

Et la main dans la main, avec l'âme enfantine

De ceux qui s'aiment sans mélange, n'est-ce pas?

Un fatto al giorno

17 giugno 1885: La Statua della Libertà arriva a New York. Duecentoventicinque tonnellate di peso, 46 metri di altezza (piedistallo escluso) e 4 milioni di visite ogni anno. La Statua della Libertà, oggi simbolo di New York, ha una storia costruttiva avventurosa e originale, caratterizzata da trasporti eccezionali e un fundraising senza precedenti. Ripercorriamola insieme con queste foto storiche. Fu uno storico francese, Édouard de Laboulaye, a proporre, nel 1865, l'idea di erigere un monumento per celebrare l'amicizia tra Stati Uniti d'America e Francia, in occasione del primo centenario dell'indipendenza dei primi dal dominio inglese. I francesi avrebbero dovuto provvedere alla statua, gli americani al piedistallo. L'idea fu raccolta da un giovane scultore, Frédéric Auguste Bartholdi, che si ispirò all'immagine della Libertas, la dea romana della libertà, per la sagoma della statua, che avrebbe retto una torcia e una tabula ansata, a rappresentazione della legge. Per la struttura interna, Bartholdi reclutò il celebre ingegnere francese Gustave Eiffel (che tra il 1887 e il 1889 avrebbe presieduto anche alla costruzione dell'omonima Torre) il quale ideò uno scheletro flessibile in acciaio, per consentire alla statua di oscillare in presenza di vento, senza rompersi. A rivestimento della struttura, 300 fogli di rame sagomati e rivettati. Nel 1875 il cantiere fu annunciato al pubblico e presero il via le attività di fundraising. Prima ancora che il progetto venisse finalizzato, Bartholdi realizzò la testa e il braccio destro della statua e li portò in mostra all'Esposizione Centenaria di Philadelphia e all'Esposizione Universale di Parigi, per sponsorizzare la costruzione del monumento. La costruzione vera e propria prese il via a Parigi nel 1877.

(da Focus)

Una frase al giorno

“Marie non era forse né più bella né più appassionata di un'altra; temo di non amare in lei che una creazione del mio spirito e dell'amore che mi aveva fatto sognare.”

(Gustave Flaubert, 1821-1880, scrittore francese)

Un brano al giorno

Marianne Gubri, Arpa celtica, Il Viandante https://www.youtube.com/watch?v=_URmUFpa52k