“L’amico del popolo”, 5 agosto 2017

L'amico del popolo
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L’amico del popolo”, spazio politico di idee libere, di arte e di spettacolo. Una nuova rubrica ospiterà il giornale quotidiano dell’amico veronese Ugo Brusaporco, destinato a coloro che hanno a cuore la cultura. Un po’ per celia e un po’ per non morir...

Un film al giorno

PODZEMLJE (Underground, Francia, Germania, Jugoslavia, Ungheria, 1995), regia di Emir Kusturica. Sceneggiatura: Dusan Kovacevic, dal romanzo "Bila jednom jedna zemlja" e dall'opera teatrale "Prolece u januaru" di Dusan Kovacevic e dall'opera teatrale di Emir Kusturica. Fotografia: Vilko Filac. Montaggio: Branka Ceperac. Musica: Goran Bregovic. Con: Miki Manojlovic, Lazar Ristovski, Mirjana Jokovic, Slavko Stimac, Ernst Stötzner, Srdjan Todorovic, Mirjana Karanovic, Milena Pavlovic, Danilo 'Bata' Stojkovic, Bora Todorovic, Davor Dujmovic, Branislav Lecic, Dragan Nikolic, Erol Kadic, Predrag Zagorac, Petar Kralj, Pierre Spengler, Emir Kusturica, Hark Bohm.

Nel 1941, a Belgrado, il "compagno" Marko - che insieme all'ingenuo e impetuoso Blacky si destreggia con scaltrezza contro i nazisti - accoglie alcuni rifugiati nello scantinato del nonno e li convince a fabbricare armi e altri prodotti destinati al mercato nero. Del gruppo fanno parte anche il giovane fratello di Marko, Ivan, e la moglie di Blacky, Vera, che muore dando alla luce un figlio, Jovan. Due anni dopo Blacky si esibisce nella più spettacolare delle sue azioni assaltando un teatro per rapire la giovane attrice di cui è follemente innamorato, Natalija. Arrestato da Franz, il protettore nazista della donna, Blacky sopporta orribili torture prima che Marko lo liberi per nascondere anche lui nello scantinato. Certo dell'assoluta fedeltà di Blacky, Marko non esita a tradirlo seducendo Natalija. Nel 1944 finisce la guerra: mentre nel sottosuolo si continuano a fabbricare armi, la Jugoslavia soccombe a un altro miraggio: il culto del dittatore Tito. Marko emerge come esponente del regime e Natalija diventa un idolo delle masse, mentre Blacky, che tutti credono morto, è onorato dalla nazione come eroe della Resistenza. La macchinazione viene scoperta nel 1961, durante il matrimonio di Jovan con Jelena, quando Natalija, ubriaca, rivela a Blacky il suo amore per Marko e l'inganno dell'amico. Blacky dà una pistola a Marko che inscena un simbolico suicidio, sparandosi alle gambe. Poi un'esplosione accidentale apre nello scantinato uno squarcio verso l'esterno. Emersi dal sottosuolo, Blacky e Jovan si trovano davanti un gruppo di nazisti. Blacky comincia a sparare all'impazzata, ignaro di essere capitato sul set di un film sulla sua vita, basato sui racconti fittizi di Marko. Mentre questi fugge insieme a Natalija attraverso il dedalo di tunnel che collegano le capitali d'Europa, Jovan annega nel Danubio inseguendo il miraggio della moglie. Nel 1991, dopo un lungo internamento in un ospedale psichiatrico, Ivan viene a sapere della macchinazione del fratello e del nuovo dramma della Jugoslavia. Servendosi della vecchia rete di tunnel torna in Slavenia dove Blacky dirige un commando militare. In un villaggio distrutto, Ivan si imbatte nel fratello, sempre coinvolto in discutibili traffici. Accecato dalla rabbia, Ivan lo picchia e poi, convinto di averlo ucciso, si impicca nel campanile di una chiesa. Sarà un anonimo soldato ad uccidere Marko e Natalija, mentre Blacky ne scoprirà i cadaveri illividiti. Tornato nello scantinato ormai abbandonato da trent'anni, Blacky, seguendo la voce del figlio morto, annega nel dedalo dei tunnel che sfociano sul Danubio, sulle cui rive "ritrova" con gioia tutte le persone, amate e disprezzate, che ha conosciuto in vita. Ora, nella morte, non c'è più rancore. Si beve e si balla tutti insieme, mentre un lembo di terra su cui tutti si trovano, si stacca dalla tormentata madrepatria.

"Se è nella seconda parte del film che esce più chiaro l'attacco di Kusturica alla cultura del suo stesso paese, che ostinatamente per lui resta la Jugoslavia, è nella prima che il film allinea le immagini più memorabili: lo zoo di Belgrado distrutto dalle bombe, con gli animali che si aggirano tra le rovine, la vita quotidiana nel sotterraneo, il fescennino nuziale al suono di un'orchestra tzigana che intreccia ai ricordi felliniani, un omaggio a L'Atalante (che è anche una autocitazione da Il tempo dei gitani): mentre nel mondo di sopra Lili Marleen e la Sinfonia "Dal nuovo mondo" accompagnano le immagini di repertorio - qualche volta abilmente trattate, e perché no?, visto che la realtà è manipolazione - della storia ufficiale. Ancora una volta Kusturica dice e nega insieme: l'emozione prodotta dalle sequenze del treno che porta la bara di Tito attraverso il Paese, dalla disperazione popolare, dai grandi della terra a lutto (c'è il nostro Pertini, Hussein, una solitaria Thatcher) ci comunica il rimpianto per l'uomo che era riuscito a tenere insieme il mondo balcanico - guarda caso lo stesso che ha inventato il sotterraneo jugoslavo. E' in questa dialettica che si riassumono l'ambiguità e la sincerità di Underground. E anche se dai film di Kusturica si esce stremati e coi timpani a pezzi, sarebbe una vera perdita se gli attacchi di cui è stato vittima lo convincessero a lasciare per sempre il cinema."

(Irene Bignardi, 'La Repubblica', 22 dicembre 1995)

"Sulla recitazione spericolata di Miki Manojlovic (Marko, un grande attore che è stato con Peter Brook), di Lazar Ristvski Blacky e dell'ambigua Mirjana Jokovic, l'autore sintetizza in termini di triangolo amoroso la violenza di una tragedia storica senza preoccuparsi dei tempi, degli equilibri drammaturgici, delle omissioni e delle ripetizioni. Da questo film senza tregua si esce come da una sbornia balcanica accaldati, eccitati, vulnerati, fra il pianto e il riso. E con il cuore che batte furiosamente a significare, contro ogni evidenza geopolitica, che anche per la ex Jugoslavia finché c'è vita c'è speranza."

(Tullio Kezich, 'Il Corriere della Sera', 24 dicembre 1995)

"Grazie anche la vittoria a Cannes (1995) Underground rimane, giustamente, il film più conosciuto di Kusturica, quello in cui riesce ad esprimere al massimo grado il suo mondo. Dopo, tranne qualche rara occasione, lo stile diventerà sempre più maniera. Il film cresce in modo caotico e ipertrofico a partire da una trovata semplice, da melodramma popolare: due amici che entrano in rivalità per amore di una donna. La struttura narrativa di base è tutta in questo schema a tre: lui, lei, l'altro. L'amore, il tradimento sino alla nemesi, alla giustizia della Storia che ripaga l'inganno con la morte. Ma su questo scheletro poi s'innestano una miriade di personaggi e situazioni, schegge impazzite a formare un materiale magmatico, che attraversa cinquanta anni dell'ex Jugoslavia. I protagonisti camminano (letteralmente) nella storia, si confondono visivamente nel suo flusso in quelle scene palesemente truccate in cui la fiction si mescola al documento, all'immagine di repertorio. In questo con-fondersi, per una volta lo sfondo diviene più importante della vicenda in sé e per sé. Il valore reale di Underground sta nella riflessione storico-politica, nel suo tentativo di cogliere i gangli, i punti nodali di un periodo. Allora è il sotterraneo (l'underground, appunto) ad assumere una valenza metaforica evidente. Diviene la cifra di ciò che giace sepolto sotto la superficie "ufficiale" della storia. Come sottolineato dallo stesso Kusturica, Underground, attraverso l'inganno di Marko, vuole essere la parabola delle manipolazioni del potere. E nonostante sulla superficie possa sembrare tutto pacifico e prosperoso, negli "inferi" continuano a muoversi i carri armati: la guerra è una linea che attraversa non solo gli anni successivi al conflitto mondiale, ma ogni epoca e periodo. E' una scossa tellurica che corre sotto terra, per poi manifestarsi in superficie con effetti devastanti. E' un messaggio in fondo senza speranza. Ma Kusturica ne smorza (anche troppo) la carica tragica, trasformandolo in una "fiaba", confondendolo nello sfrenato vitalismo balcanico. Il sesso, le feste, le musiche di Bregovic (che in realtà riprende motivi gitani tipici), le sbronze colossali, quel riso che si trasforma in pianto e viceversa. Alla fine c'è la speranza (più della volontà che della ragione) di un'isola felice in cui poter cancellare le macchie del passato, il dolore e il male. Ma l'impressione è che si tratti dell'ennesima sbornia. Una volta smaltita, resta il mal di testa, la coscienza di un destino ineluttabile".

(Aldo Spiniello)

PODZEMLJE (Underground, Francia, Germania, Jugoslavia, Ungheria, 1995), regia di Emir Kusturica

 

Una poesia al giorno

Da “YO SOY tuya”, di Myra Jara.

(Myra Jara è nata a Lima nel 1987, e vive a Roma. Ha studiato letteratura in Perú, in Germania e in Italia, e ha praticato Danza Contemporanea a Lima e a New York; ha fatto parte per due anni, 2012 e 2013, dello staff del Festival Internazionale di Poesia di Lima. Sue poesie sono state pubblicate su riviste di poesia in Messico, Argentina, Perù, Italia e Finlandia. Traduzione di Carlo Bordini.)

Qui vengono solo le donne delle pulizie due volte al mese
sono due donne vecchie,
mi piace la loro presenza
non le conosco: vengono a casa mia e puliscono
la cosa più importante che una persona può fare per me è [pulire
quando vengono mi piace guardarle lavorare
sono entrambe basse e magre, molto bianche
usano delle calze che coprono le loro vecchie ginocchia
quattro ginocchia secche e rotonde
le ginocchia di queste donne sono i miei amuleti.

in clinica entravo in rapporto timidamente coi ragazzi [delle pulizie
li guardavo raccogliere i rifiuti
pulire i gradini e i pavimenti,
i pulitori erano pieni di istinto

Aquí solo llegan las mujeres de limpieza dos veces al mes
son dos mujeres ancianas,
me gusta su presencia
no las conozco: vienen a mi casa y limpian
lo más importante que una persona puede hacer por mí es [limpiar
cuando vienen me gusta mirarlas trabajar
ambas son bajas y delgadas, muy blancas
utilizan unas pantimedias que cubren sus viejas rodillas
cuatro rodillas secas y redondas
las rodillas de esas mujeres son mis amuletos

en la clínica me relacionaba tímidamente con los muchachos de limpieza
los miraba recoger los desechos
limpiar las gradas y los suelos,
los limpiadores estaban llenos de instinto.

 

Un fatto al giorno

5 agosto 1862: guerra di secessione americana, battaglia di Baton Rouge; lungo il fiume Mississippi, nei pressi di Baton Rouge (Louisiana), le truppe confederate respingono quelle unioniste all'interno della città.
Il 4 agosto 1862 il general maggiore sudista John C. Breckinridge arrivò al fiume Comite (circa 16 km a est di Baton Rouge) con l'intenzione di attaccare di sorpresa la città di notte ma venne scoperto da alcune sentinelle nordiste. Nonostante ciò all'alba del 5 agosto Breckinridge lanciò l'attacco durante il quale il comandante nordista Thomas Williams venne ucciso. Il colonnello Thomas W. Cahill prese dunque il comando delle forze nordiste e organizzò una linea difensiva nei pressi del penitenziario, protetto dalle navi da guerra ancorate lì vicino. Breckenridge sperava di poter contare sull'arrivo della nave da combattimento Arkansas che però a pochi chilometri da Baton Rouge ebbe un'avaria al motore e dovette essere abbandonata e distrutta per evitare che cadesse in mano ai nordisti. Senza supporto navale Breckenridge fu costretto a ritirarsi.

 

Una frase al giorno

“La scienza ha promesso la felicità? Non credo. Ha promesso la verità, e la questione è sapere se con la verità si farà mai la felicità”

(Émile Zola, 1840-1902, giornalista, scrittore e saggista francese)

 

Marta Argerich suona Debussy (1069): Estampes

Un brano al giorno

Marta Argerich suona Debussy (1069): Estampes

Estampes è un lavoro per pianoforte composto da Claude Debussy nel 1903. La sua prima esecuzione ha avuto luogo il 9 gennaio 1904 dal pianista Ricardo Viñes a Salle Érard della Société nationale demusique. È un trittico di tre corti pezzi chiamati Pagodas, La sera di Granada e Giardini in pioggia.

 

Ugo Brusaporco
Ugo Brusaporco

Laureato all’Università di Bologna, Facoltà di Lettere e Filosofia, corso di laurea Dams. E’ stato aiuto regista per documentari storici e autore di alcuni video e film. E’ direttore artistico dello storico Cine Club Verona. Collabora con i quotidiani L’Arena, Il Giornale di Vicenza, Brescia Oggi, e lo svizzero La Regione Ticino. Scrive di cinema sul settimanale La Turia di Valencia (Spagna), e su Quaderni di Cinema Sud e Cinema Società. Responsabile e ideatore di alcuni Festival sul cinema. Nel 1991 fonda e dirige il Garda Film Festival, nel 1994 Le Arti al Cinema, nel 1995 il San Giò Video Festival. Ha tenuto lezioni sul cinema sperimentale alle Università di Verona e di Padova. È stato in Giuria al Festival di Locarno, in Svizzera, e di Lleida, in Spagna. Ha fondato un premio Internazionale, il Boccalino, al Festival di Locarno, uno, il Bisato d’Oro, alla Mostra di Venezia, e il prestigioso Giuseppe Becce Award al Festival di Berlino.

INFORMAZIONI

Ugo Brusaporco

e-mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
web www.brusaporco.org

 

 

 

 

 

UNA STORIA MODERNA - L'APE REGINA (Italia, 1963), regia di Marco Ferreri. Sceneggiatura: Rafael Azcona, Marco Ferreri, Diego Fabbri, Pasquale Festa Campanile, Massimo Franciosa, da un'idea di Goffredo Parise, atto unico La moglie a cavallo. Fotografia: Ennio Guarnieri. Montaggio: Lionello Massobrio. Musiche: Teo Usuelli. Con: Ugo Tognazzi, Marina Vlady, Walter Giller, Linda Sini, Riccardo Fellini, Gian Luigi Polidoro, Achille Majeroni, Vera Ragazzi, Pietro Trattanelli, Melissa Drake, Sandrino Pinelli, Mario Giussani, Polidor, Elvira Paoloni, Jacqueline Perrier, John Francis Lane, Nino Vingelli, Teo Usuelli, Jussipov Regazzi, Luigi Scavran, Ugo Rossi, Renato Montalbano.

È la prima opera italiana del regista che, sino ad allora, aveva sempre girato in Spagna.

Alfonso, agiato commerciante di automobili, arrivato scapolo ai quarant'anni decide di prender moglie e si consiglia con padre Mariano, un frate domenicano suo vecchio compagno di scuola e amico di famiglia. Il frate gli combina l'incontro con una ragazza, Regina. Bella, giovane, sana, di famiglia borghese e religiosa, illibata, è la moglie ideale. Alfonso non ci pensa due volte: e padre Mariano li sposa. Regina si dimostra subito una ottima padrona di casa, dolce e tenera con il marito; dal quale decide però di voler subito un figlio. Alfonso, premuroso, cerca di accontentarla, ma senza risultati. A poco a poco l'armonia tra i due coniugi si incrina: Regina gli rimprovera di non essere all'altezza della situazione, di venir meno a una sorta di legge biologica; Alfonso comincia a sentire il peso delle continue prestazioni sessuali che gli sono richieste e che a poco a poco logorano il suo equilibrio psicologico e fisico. Preoccupato, al limite della nevrosi, chiede consiglio a padre Mariano, che non si rende conto del suo problema e inorridisce quando l'amico accenna alla possibilità di ricorrere alla Sacra Rota: il desiderio di Regina di avere un figlio ha la benedizione della Chiesa, e più che legittimo, doveroso. Alfonso tenta di sostenersi fisicamente con farmaci, ma diventa sempre più debole. Arriva finalmente il giorno in cui Regina annuncia trionfante e felice di essere incinta: parenti e amici vengono in casa a festeggiare l'avvenimento. Alfonso, ormai ridotto a una larva d'uomo, viene trasferito dalla camera da letto a uno sgabuzzino, dove potrà finalmente restare a godersi in pace gli ultimi giorni di vita. Alfonso muore, mentre Regina, soddisfatta, prepara la culla per il nascituro.

“Particolarmente avversato dalla censura per i contenuti fortemente anticonvenzionali e anticattolici, il film venne condizionato da pesanti tagli alle scene, modifiche ai dialoghi e con l'aggiunta di Una storia moderna: al titolo originario L'ape regina. Anche la colonna sonora non sfuggì all'attenzione dei censori. La scena del carretto che trasporta i resti di una salma, era in origine commentata da una musica troppo simile al rumore di ossa che ballano, troppo tintinnante e, pertanto, ne fu decisa la cancellazione”

(Wikipedia)

“L’ape regina" segna il primo incontro di Tognazzi con Marco Ferreri e lo sceneggiatore Rafael Azcona: incontro fortunato (per Tognazzi forse ancora più determinante di quelli con Salce e Risi), l'inizio di una collaborazione che diventerà, nel corso degli anni, esemplare. Assieme a Salce, Ferreri è il regista che rende più vigoroso e attendibile il nuovo, complesso personaggio incarnato dall'attore, anche questa volta protagonista maschile assoluto di una storia inconsueta. Al suo apparire, prima al festival di Cannes e poi sugli schermi italiani, il film fa scalpore, suscita polemiche e scandalo, supera a fatica le strettoie della censura (che, fra l'altro, fa misteriosamente premettere al titolo "Una storia moderna: "). Il film (che apre a Tognazzi anche il mercato statunitense) è uno dei maggiori successi commerciali delia stagione 1962/63 e procura all'attore il Nastro d'argento (assegnato dal Sindacato dei Giornalisti cinematografici) per il miglior attore protagonista. Ricordando anni dopo “L’ape regina", Tognazzi ne ha così commentato l'importanza: «Il film mi ha consentito di entrare in un mondo cinematografico che amo. Il cinema che avevo fatto fino ad allora si basava su personaggi estremamente popolari, dei film divertenti, facili, che piacevano al pubblico ma che sono, a conti fatti, delle operazioni prefabbricate. In quei film non occorre quasi mai un grande coraggio. [...] Amo il cinema non in se stesso ma in quanta rappresenta la possibilità di raccontare delle storie che riguardano la nostra vita, i nostri problemi: mi piace inserirmi in questi problemi e analizzarli [...]. Sono molto riconoscente a Ferreri di avermi offerto questa possibilità [...] di conoscere, per mezzo del cinema, la vita.”

(Ugo Tognazzi in Ecran 73, Parigi, n. 19, novembre 1973, p. 5)

“[...] Ludi di talamo infiorano anche troppo il nostro cinema comico; e le prime scene de L’ape regina, saltellanti e sguaiate, mettono in sospetto. Accade perché il film sfiora ancora il suo tema, lo tratta con estri bozzettistici. Ma quando coraggiosamente vi dà dentro, mostrandoci l'ape e il fuco appaiati in quell'ambiente palazzeschiano, carico di sensualità e di bigottismo, allora acquista una forza straordinaria, si fa serio, e scende alla conclusione con un rigore e una precipitazione da ricordare certe novelle di Maupassant. [...] Ottima la scelta dei protagonisti, un calibratissimo Tognazzi (che ormai lavora di fino) e una magnifica e feroce Marina Vlady.

(Leo Pestelli, La Stampa, Torino, 25 aprile 1963)

     

“Ape regina, benissimo interpretato da Ugo Tognazzi (che ormai è il controcanto, in nome dell'Italia nordica, di ciò che è Sordi per quella meridionale), appare come un film con qualche difetto (cadute del ritmo narrativo, scene di scarsa efficacia e precisione), ma la sua singolarità infine si impone.”

(Pietro Bianchi, Il Giorno, Milano, 25 aprile 1963)

“Il film è gradevole, per la comicità delle situazioni, il sarcasmo con cui descrive una famiglia clericale romana, tutta fatta di donne. Ferreri ci ha dato un film in cui la sua maturità di artista, esercitata su un innesto fra Zavattini e Berlanga, ha di gran lunga la meglio, per fortuna, sul fustigatore, lievemente snobistico, dei costumi contemporanei. Marina Vlady è molto bella e recita con duttilità; Ugo Tognazzi, in sordina, fa benissimo la parte un po’ grigia dell'uomo medio che ha rinnegato il suo passato di ganimede per avviarsi alla vecchiaia al fianco di una moglie affettuosa, e si trova invece vittima di un matriarcato soffocante.”

(Giovanni Grazzini, Corriere della Sera, Milano, 25 aprile 1963)

“Gran parte dell'interesse del film deriva dal notevole, asciutto stile della comicità di Ugo Tognazzi e dall'asprezza di Marina Vlady. Tognazzi ha un'aria magnificamente remissiva e angustiata e un bellissimo senso del ritmo che introduce delle osservazioni ad ogni sua azione. Quando scherza con un prete, ad esempio, per rompere un uovo sodo, egli riesce ad essere semi-serio in modo brillante. E quando egli guarda semplicemente la moglie, lui tutto slavato e lei tutta risplendente, nei suoi occhi c'è tutto un mondo di umoristica commozione.”.

(Bosley Crowther, The New York Times, New York, 17 settembre 1963)

Scene Censurate del film su: http://cinecensura.com/sesso/una-storia-moderna-lape-regina/

Altre scene in: https://www.youtube.com/watch?v=Cd1OHF83Io0

https://www.youtube.com/watch?v=IalFqT-7gUs

https://www.youtube.com/watch?v=htJsc_qMkC4

https://www.youtube.com/watch?v=9Tgboxv-OYk

Una poesia al giorno

Noi saremo di Paul Verlaine, Nous serons - Noi saremo [La Bonne Chanson, 1870].

Noi saremo, a dispetto di stolti e di cattivi

che certo guarderanno male la nostra gioia,

talvolta, fieri e sempre indulgenti, è vero?

Andremo allegri e lenti sulla strada modesta

che la speranza addita, senza badare affatto

che qualcuno ci ignori o ci veda, è vero?

Nell'amore isolati come in un bosco nero,

i nostri cuori insieme, con quieta tenerezza,

saranno due usignoli che cantan nella sera.

Quanto al mondo, che sia con noi dolce o irascibile,

non ha molta importanza. Se vuole, esso può bene

accarezzarci o prenderci di mira a suo bersaglio.

Uniti dal più forte, dal più caro legame,

e inoltre ricoperti di una dura corazza,

sorrideremo a tutti senza paura alcuna.

Noi ci preoccuperemo di quello che il destino

per noi ha stabilito, cammineremo insieme

la mano nella mano, con l'anima infantile

di quelli che si amano in modo puro, vero?

Nous serons

N'est-ce pas? en dépit des sots et des méchants

Qui ne manqueront pas d'envier notre joie,

Nous serons fiers parfois et toujours indulgents

N'est-ce pas? Nous irons, gais et lents, dans la voie

Modeste que nous montre en souriant l'Espoir,

Peu soucieux qu'on nous ignore ou qu'on nous voie.

Isolés dans l'amour ainsi qu'en un bois noir,

Nos deux cœurs, exhalant leur tendresse paisible,

Seront deux rossignols qui chantent dans le soir.

Quant au Monde, qu'il soit envers nous irascible

Ou doux, que nous feront ses gestes? Il peut bien,

S'il veut, nous caresser ou nous prendre pour cible.

Unis par le plus fort et le plus cher lien,

Et d'ailleurs, possédant l'armure adamantine,

Nous sourirons à tous et n'aurons peur de rien.

Sans nous préoccuper de ce que nous destine

Le Sort, nous marcherons pourtant du même pas,

Et la main dans la main, avec l'âme enfantine

De ceux qui s'aiment sans mélange, n'est-ce pas?

Un fatto al giorno

17 giugno 1885: La Statua della Libertà arriva a New York. Duecentoventicinque tonnellate di peso, 46 metri di altezza (piedistallo escluso) e 4 milioni di visite ogni anno. La Statua della Libertà, oggi simbolo di New York, ha una storia costruttiva avventurosa e originale, caratterizzata da trasporti eccezionali e un fundraising senza precedenti. Ripercorriamola insieme con queste foto storiche. Fu uno storico francese, Édouard de Laboulaye, a proporre, nel 1865, l'idea di erigere un monumento per celebrare l'amicizia tra Stati Uniti d'America e Francia, in occasione del primo centenario dell'indipendenza dei primi dal dominio inglese. I francesi avrebbero dovuto provvedere alla statua, gli americani al piedistallo. L'idea fu raccolta da un giovane scultore, Frédéric Auguste Bartholdi, che si ispirò all'immagine della Libertas, la dea romana della libertà, per la sagoma della statua, che avrebbe retto una torcia e una tabula ansata, a rappresentazione della legge. Per la struttura interna, Bartholdi reclutò il celebre ingegnere francese Gustave Eiffel (che tra il 1887 e il 1889 avrebbe presieduto anche alla costruzione dell'omonima Torre) il quale ideò uno scheletro flessibile in acciaio, per consentire alla statua di oscillare in presenza di vento, senza rompersi. A rivestimento della struttura, 300 fogli di rame sagomati e rivettati. Nel 1875 il cantiere fu annunciato al pubblico e presero il via le attività di fundraising. Prima ancora che il progetto venisse finalizzato, Bartholdi realizzò la testa e il braccio destro della statua e li portò in mostra all'Esposizione Centenaria di Philadelphia e all'Esposizione Universale di Parigi, per sponsorizzare la costruzione del monumento. La costruzione vera e propria prese il via a Parigi nel 1877.

(da Focus)

Una frase al giorno

“Marie non era forse né più bella né più appassionata di un'altra; temo di non amare in lei che una creazione del mio spirito e dell'amore che mi aveva fatto sognare.”

(Gustave Flaubert, 1821-1880, scrittore francese)

Un brano al giorno

Marianne Gubri, Arpa celtica, Il Viandante https://www.youtube.com/watch?v=_URmUFpa52k