“L’amico del popolo”, 4 luglio 2017

L'amico del popolo
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L’amico del popolo”, spazio politico di idee libere, di arte e di spettacolo. Una nuova rubrica ospiterà il giornale quotidiano dell’amico veronese Ugo Brusaporco, destinato a coloro che hanno a cuore la cultura. Un po’ per celia e un po’ per non morir...

Un film al giorno

LES YEUX SANS VISAGE (Occhi senza volto, Italia-Francia, 1959), regia di Georges Franju. Sceneggiatura: Pierre Boileau, Thomas Narcejac, Jean Redon, Claude Sautet Dialoghi: Pierre Gascar. Fotografia: Eugen Schüfftan. Montaggio: Gilbert Natot. Musica: Maurice Jarre. Con: Pierre Brasseur, Alida Valli, Edith Scob, Juliette Maynel, Claude Brasseur.

“Una donna, di notte, getta un corpo senza vita nelle acque della Senna. Intanto il professor Génessier tiene una conferenza, esponendo i risultati delle sue ricerche nel campo del trapianti dei tessuti. Finito l'incontro, il professore corre all'obitorio. Al funerale di Christiane, Génessier riceve le condoglianze insieme a Louise, la sua segretaria: è lei la donna che ha buttato nella Senna il corpo senza vita. Louise alla fine della cerimonia, è preda di una crisi di nervi e Génessier la schiaffeggia, mentre mette in ordine le corone di fiori nella cappella di famiglia. Tornato a casa, il professore sale in una camera nella quale giace una ragazza: è Christiane, col volto sfigurato. La morta è Simone, che il professore ha operato per toglierle il viso, cercando di restituirlo alla figlia. Louise, che deve il suo aspetto alla chirurgia plastica di Génessier dopo un incidente che l'aveva sfigurata, è all'opera ancora una volta. Irretisce una ragazza, Edna, prospettandole l'occasione di una stanza libera e la porta nella villa di Génessier. Qui, i due la narcotizzano e la portano in una stanza segreta, dove il medico conduce i suoi esperimenti. Christiane vede e sente tutto, ma non interviene, anzi, aspetta fiduciosa questa nuova operazione che dovrebbe renderle un viso. L'operazione va a buon fine: Edna sopravvive, ed anche Christiane sembra reagire bene. L'assistente si reca nella camera dove viene tenuta prigioniera Edna per darle da mangiare. Edna ne approfitta per colpirla e scappare. Ma la sua fuga termina con una caduta dalla finestra e la ragazza muore. Génessier e Louise, non sapendo come fare per nascondere questo nuovo cadavere, lo portano al cimitero e lo nascondono nella tomba di famiglia, accanto a quello di Simone. Il viso di Christiane a poco a poco, però, va in necrosi: la ragazza è costretta a rimettersi la maschera che la copre. Disperata, chiede a Louise di lasciarla morire, magari fornendole i veleni che il padre usa negli esperimenti con i cani che tiene nelle gabbie giù in laboratorio. Poi, un giorno, telefona al fidanzato, Jacques, che la ritiene morta. Lui sente solo pronunciare il suo nome e si reca alla polizia, per cercare di chiarire la cosa. Il poliziotto lo disillude: Christiane è morta, suo padre ne aveva riconosciuto il corpo. E poi ci sono tanti mitomani, tanti si dice, tante tracce che non portano a niente. Si mette a enumerare i si dice dei suoi casi: tra questi, anche una ragazza che ha denunciato la sparizione di un'amica che si faceva vedere negli ultimi tempi con una signora di cui ricorda solo che portava un collier di perle molto alto e che le cingeva strettamente il collo. Tutte le ragazze scomparse sono bionde con gli occhi blu: i poliziotti chiedono a Paulette, una ragazza che corrisponde alla descrizione, di aiutarli facendosi ricoverare nella clinica di Génessier. La giovane viene notata dal medico ma viene dimessa in serata. Recandosi a prendere l'autobus, è prelevata da Louise e finisce pure lei nel lettino di contenzione dove dovrà subire l'operazione di prelievo. Génessier, però, viene interrotto dall'arrivo della polizia: all'accettazione l'infermiera dichiara che la ragazza se n'è andata da poco. Jacques e la polizia se ne vanno, convinti che all'ospedale non sia successo niente. Christiane, nel frattempo, aspetta l'ennesima operazione nel letto vicino alla sua vittima e quando costei si risveglia, prende un bisturi e la libera tagliandole i lacci che la legano. Arriva Louise per fermarla, ma la figlia del medico la colpisce al collo uccidendola. Paulette fugge via e Christiane libera tutti i cani rinchiusi nelle gabbie. Génessier, di ritorno dalla clinica dove ha incontrato i poliziotti, viene circondato dagli animali che straziano il loro torturatore, uccidendolo. Christiane libera delle colombe e si allontana nella notte”.

(Wikipedia)

Occhi senza volto giunse nelle sale nel 1959, anno di consacrazione definitiva della Nouvelle Vague. Franju considerava questa una mera coincidenza dato che egli ha più volte espressamente ribadito la sua estraneità al movimento e alle sue regole estetiche (improvvisazione sul set, rifiuto dell’utilizzo di teatri di posa), anche se quasi tutti gli studi sulla Nouvelle Vague annoverano il regista tra i suoi esponenti più illustri. E’ in realtà all’Espressionismo tedesco, Murnau e Lang in particolar modo, che Franju guarda al momento di girare Les yeux sans visage; quando il film fu presentato a Edimburgo ben sette persone in sala persero i sensi e la critica rimase scandalizzata. L’unico giornalista che osò parlarne bene perse il lavoro. Franju beffardo dichiarò che aveva capito perché gli scozzesi indossassero il gonnellino. A rivederlo oggi a distanza di più di mezzo secolo la reazione del pubblico di allora potrebbe sembrarci quantomeno esagerata, e in effetti la storia non contiene elementi particolarmente innovativi. C’è tutto: dallo scienziato pazzo alla villa isolata in campagna con tanto di laboratorio nei sotterranei, ma la maestria di Franju sta nel plasmare gli elementi a sua disposizione riuscendo a creare qualcosa di unico partendo da archetipi ben consolidati. Se il dottor Genessier (Genesi?) è spinto dall’ambizione sfrenata e da un opprimente senso di colpa ad agire come il Creatore, disponendo del destino altrui pur di restituire a sua figlia Christiane la bellezza perduta dopo essere rimasta sfigurata in un incidente automobilistico, a Louise (Alida Valli) spetta il ruolo di angelo della morte che seleziona le vittime sacrificali in base alle caratteristiche fisiche: bionde e con gli occhi azzurri, come Christiane appunto. Tuttavia non è intenzione del regista stigmatizzare l’arroganza della scienza di fronte ad un ordine divino o naturale; in molti infatti hanno voluto piuttosto vedere nel film un preciso sottotesto politico: l’egoismo familiare del dottor Genessier, che distorce l’amore paterno per la figlia riducendo a mere astrazioni tutte le altre ragazze, sarebbe ben radicato nel culto della famiglia che fu una bandiera della politica pétainista - in opposizione alla resistenza - a lungo presente nei programmi conservatori per la Rinascita Morale. Il gesto finale di Christiane si presenterebbe quindi come una presa di posizione politicamente di sinistra. Reiterando l’alternarsi di morte e vita e calcando la mano sulla sinistra ambiguità dei personaggi, Franju fa precipitare lo spettatore in una lugubre spirale orrorifica che gioca costantemente sul filo del non detto, fino al cruento finale che sublima la tensione accumulata in una liberatoria sequenza di puro splatter ante-litteram”.

(Andrea Cardosi)

"Il mio volto mi fa paura, la maschera mi fa ancora più terrore". Paura della morte e finzione del peccato nel racconto di Jean Redon sceneggiato, fra gli altri, da Claude Sautet. L'orrore di Franju inquieta nel suo incedere surreale, nel disegno d'una favola nera sinistra e stregata, nel pedinamento delle danze macabre degli attori (Franju indugia con Brasseur per le scale e con sua figlia che corteggia il telefono), nella lettura degli sguardi (senza più volto, vita) del trio assassino (av)vinto dal senso di colpa e, al contempo, indifferente all'oscenità. Dominano i chiaroscuri dell'espressionismo tedesco (i giochi di luce durante l'encefalogramma!) e delle categorie di Bene e Male (quanto mistero e repulsione/attrazione negli occhi sognanti della sfigurata, insensibile alla morte altrui!), mentre si nutre l'orrore inconscio senza esaurire certe pulsioni nella conscia messinscena dell'orrore. Gli unici tersi occhi per vedere sono quelli della Coscienza: bendati quelli dell'uomo superbo che si sostituisce a Dio, accecati dalla gratitudine quelli del suo servitore, ottenebrati dal dolore e dalla rabbia (anche verso il padre) quelli del beneficiario che ha le fattezze di un Angelo... della Morte. Dove inizia il peccato e dove finisce la pretesa d'amore? Quali limiti e alibi può porsi l'orrore? Una serie di "cappuccetti rossi" sperduti nel bosco finisce fra le mani di un compassato macellaio, caricatura minacciosa del professionista imperturbabile. Il mito dell'eterna giovinezza e il ritratto di Dorian Gray seguono con (insostenibile) occhio "documentaristico" i tagli chirurgici dei volti da asportare e la documentazione scientifica del Rigetto. Gli scheletri vengono seppelliti nella tomba di famiglia, Freud sghignazza da sotto la lapide, De Sade s'eccita nella sala operatoria, Clouzot aleggia, Franju carica con sprazzi lirici il contrasto angosciante di un'allegra aria da organetto di strada suonata da un orribile storpio. Si bestemmia Dio parlando di miracoli ma l'idolo/vittima libera le colombe, si monda, toglie il volto al padre e lo dà in pasto alle belve vivisezionate, per poi perdersi nel bosco della dolce follia. Se non fosse stato per lei, un altro omicidio sarebbe avvenuto; se era per i poliziotti, l'assassinio era certo: perché se ne vanno dall'ospedale certi che non ci sia più nulla su cui indagare?

(Niccolò Rangoni Machiavelli)

Il film online: www.youtube.com

LES YEUX SANS VISAGE (Occhi senza volto, Italia-Francia, 1959), regia di Georges Franju

 

Una poesia al giorno

Gioia, di Ko Un (nato il 1° agosto 1933, a Gunsan, Corea del Sud), in “L’isola che canta. Antologia poetica 1992-2002”, LietoColle, 2015, traduzione italiana di V. D’Urso.

Ciò che ora io penso,
chissà dove nel mondo,
qualcuno l’avrà già pensato.
Non piangere.

Ciò che ora io penso,
chissà dove nel mondo,
qualcuno lo starà pensando.
Non piangere.

Ciò che ora io penso,
chissà dove nel mondo,
qualcuno lo vorrà pensare.
Non piangere.

Che gioia!
In questo mondo,
chissà dove in questo mondo,
io sono composto di molti Io.
Che gioia!
Io sono composto
di molti Altri.
Non piangere.

 

Un fatto al giorno

Il Coniglio Bianco4 luglio 1862: Lewis Carroll racconta a Alice Liddell una storia che si sarebbe sviluppata nelle avventure di Alice nel paese delle meraviglie ei suoi sequel. Nel 1865 viene pubblicato “Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie”, con le illustrazioni di John Tenniel. Il racconto è pieno di allusioni a personaggi, poemetti, proverbi e avvenimenti propri dell'epoca in cui Dodgson opera e il "Paese delle Meraviglie" descritto nel racconto gioca con regole logiche, linguistiche, fisiche e matematiche che gli hanno fatto ben guadagnare la fama che ha. Il libro ha un seguito chiamato Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò. Nella maggior parte dei casi gli adattamenti teatrali e cinematografici preferiscono fondere insieme elementi dell'uno e dell'altro.
Lo statunitense Martin Gardner ha pubblicato un'opera intitolata The Annotated Alice che riproponeva il testo di entrambi i libri arricchito da numerosissime note esplicative che spiegavano tra l'altro i riferimenti più o meno conosciuti ai vari poemetti vittoriani di cui Dodgson propone parodie nei suoi libri.

Capitoli

  • Capitolo 1 - Nella tana del coniglio
  • Capitolo 2 - Un lago di Lacrime
  • Capitolo 3 - Una corsa elettorale e una lunga storia
  • Capitolo 4 - Il coniglio presenta un conticino
  • Capitolo 5 - I Consigli di un Bruco
  • Capitolo 6 - Porco e pepe
  • Capitolo 7 - Un tè di matti
  • Capitolo 8 - La partita a croquet della Regina
  • Capitolo 9 - La Storia della Finta Tartaruga
  • Capitolo 10 - La Quadriglia delle Aragoste
  • Capitolo 11 - Chi ha rubato le paste?
  • Capitolo 12 - La deposizione di Alice

Da vedere: www.youtube.com

Alice, la Lepre Marzolina e il Cappellaio Matto di John Tenniel

Una frase al giorno

“È una ben povera memoria quella che funziona solo all'indietro”.

(Lewis Carroll, pseudonimo di Charles Lutwidge Dodgson, 1832-1898, scrittore matematico e scrittore inglese reverendo)

 

Un brano al giorno

"Alice" di Francesco De Gregori 

 

Ugo Brusaporco
Ugo Brusaporco

Laureato all’Università di Bologna, Facoltà di Lettere e Filosofia, corso di laurea Dams. E’ stato aiuto regista per documentari storici e autore di alcuni video e film. E’ direttore artistico dello storico Cine Club Verona. Collabora con i quotidiani L’Arena, Il Giornale di Vicenza, Brescia Oggi, e lo svizzero La Regione Ticino. Scrive di cinema sul settimanale La Turia di Valencia (Spagna), e su Quaderni di Cinema Sud e Cinema Società. Responsabile e ideatore di alcuni Festival sul cinema. Nel 1991 fonda e dirige il Garda Film Festival, nel 1994 Le Arti al Cinema, nel 1995 il San Giò Video Festival. Ha tenuto lezioni sul cinema sperimentale alle Università di Verona e di Padova. È stato in Giuria al Festival di Locarno, in Svizzera, e di Lleida, in Spagna. Ha fondato un premio Internazionale, il Boccalino, al Festival di Locarno, uno, il Bisato d’Oro, alla Mostra di Venezia, e il prestigioso Giuseppe Becce Award al Festival di Berlino.

INFORMAZIONI

Ugo Brusaporco

e-mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
web www.brusaporco.org

 

 

 

 

 

UNA STORIA MODERNA - L'APE REGINA (Italia, 1963), regia di Marco Ferreri. Sceneggiatura: Rafael Azcona, Marco Ferreri, Diego Fabbri, Pasquale Festa Campanile, Massimo Franciosa, da un'idea di Goffredo Parise, atto unico La moglie a cavallo. Fotografia: Ennio Guarnieri. Montaggio: Lionello Massobrio. Musiche: Teo Usuelli. Con: Ugo Tognazzi, Marina Vlady, Walter Giller, Linda Sini, Riccardo Fellini, Gian Luigi Polidoro, Achille Majeroni, Vera Ragazzi, Pietro Trattanelli, Melissa Drake, Sandrino Pinelli, Mario Giussani, Polidor, Elvira Paoloni, Jacqueline Perrier, John Francis Lane, Nino Vingelli, Teo Usuelli, Jussipov Regazzi, Luigi Scavran, Ugo Rossi, Renato Montalbano.

È la prima opera italiana del regista che, sino ad allora, aveva sempre girato in Spagna.

Alfonso, agiato commerciante di automobili, arrivato scapolo ai quarant'anni decide di prender moglie e si consiglia con padre Mariano, un frate domenicano suo vecchio compagno di scuola e amico di famiglia. Il frate gli combina l'incontro con una ragazza, Regina. Bella, giovane, sana, di famiglia borghese e religiosa, illibata, è la moglie ideale. Alfonso non ci pensa due volte: e padre Mariano li sposa. Regina si dimostra subito una ottima padrona di casa, dolce e tenera con il marito; dal quale decide però di voler subito un figlio. Alfonso, premuroso, cerca di accontentarla, ma senza risultati. A poco a poco l'armonia tra i due coniugi si incrina: Regina gli rimprovera di non essere all'altezza della situazione, di venir meno a una sorta di legge biologica; Alfonso comincia a sentire il peso delle continue prestazioni sessuali che gli sono richieste e che a poco a poco logorano il suo equilibrio psicologico e fisico. Preoccupato, al limite della nevrosi, chiede consiglio a padre Mariano, che non si rende conto del suo problema e inorridisce quando l'amico accenna alla possibilità di ricorrere alla Sacra Rota: il desiderio di Regina di avere un figlio ha la benedizione della Chiesa, e più che legittimo, doveroso. Alfonso tenta di sostenersi fisicamente con farmaci, ma diventa sempre più debole. Arriva finalmente il giorno in cui Regina annuncia trionfante e felice di essere incinta: parenti e amici vengono in casa a festeggiare l'avvenimento. Alfonso, ormai ridotto a una larva d'uomo, viene trasferito dalla camera da letto a uno sgabuzzino, dove potrà finalmente restare a godersi in pace gli ultimi giorni di vita. Alfonso muore, mentre Regina, soddisfatta, prepara la culla per il nascituro.

“Particolarmente avversato dalla censura per i contenuti fortemente anticonvenzionali e anticattolici, il film venne condizionato da pesanti tagli alle scene, modifiche ai dialoghi e con l'aggiunta di Una storia moderna: al titolo originario L'ape regina. Anche la colonna sonora non sfuggì all'attenzione dei censori. La scena del carretto che trasporta i resti di una salma, era in origine commentata da una musica troppo simile al rumore di ossa che ballano, troppo tintinnante e, pertanto, ne fu decisa la cancellazione”

(Wikipedia)

“L’ape regina" segna il primo incontro di Tognazzi con Marco Ferreri e lo sceneggiatore Rafael Azcona: incontro fortunato (per Tognazzi forse ancora più determinante di quelli con Salce e Risi), l'inizio di una collaborazione che diventerà, nel corso degli anni, esemplare. Assieme a Salce, Ferreri è il regista che rende più vigoroso e attendibile il nuovo, complesso personaggio incarnato dall'attore, anche questa volta protagonista maschile assoluto di una storia inconsueta. Al suo apparire, prima al festival di Cannes e poi sugli schermi italiani, il film fa scalpore, suscita polemiche e scandalo, supera a fatica le strettoie della censura (che, fra l'altro, fa misteriosamente premettere al titolo "Una storia moderna: "). Il film (che apre a Tognazzi anche il mercato statunitense) è uno dei maggiori successi commerciali delia stagione 1962/63 e procura all'attore il Nastro d'argento (assegnato dal Sindacato dei Giornalisti cinematografici) per il miglior attore protagonista. Ricordando anni dopo “L’ape regina", Tognazzi ne ha così commentato l'importanza: «Il film mi ha consentito di entrare in un mondo cinematografico che amo. Il cinema che avevo fatto fino ad allora si basava su personaggi estremamente popolari, dei film divertenti, facili, che piacevano al pubblico ma che sono, a conti fatti, delle operazioni prefabbricate. In quei film non occorre quasi mai un grande coraggio. [...] Amo il cinema non in se stesso ma in quanta rappresenta la possibilità di raccontare delle storie che riguardano la nostra vita, i nostri problemi: mi piace inserirmi in questi problemi e analizzarli [...]. Sono molto riconoscente a Ferreri di avermi offerto questa possibilità [...] di conoscere, per mezzo del cinema, la vita.”

(Ugo Tognazzi in Ecran 73, Parigi, n. 19, novembre 1973, p. 5)

“[...] Ludi di talamo infiorano anche troppo il nostro cinema comico; e le prime scene de L’ape regina, saltellanti e sguaiate, mettono in sospetto. Accade perché il film sfiora ancora il suo tema, lo tratta con estri bozzettistici. Ma quando coraggiosamente vi dà dentro, mostrandoci l'ape e il fuco appaiati in quell'ambiente palazzeschiano, carico di sensualità e di bigottismo, allora acquista una forza straordinaria, si fa serio, e scende alla conclusione con un rigore e una precipitazione da ricordare certe novelle di Maupassant. [...] Ottima la scelta dei protagonisti, un calibratissimo Tognazzi (che ormai lavora di fino) e una magnifica e feroce Marina Vlady.

(Leo Pestelli, La Stampa, Torino, 25 aprile 1963)

     

“Ape regina, benissimo interpretato da Ugo Tognazzi (che ormai è il controcanto, in nome dell'Italia nordica, di ciò che è Sordi per quella meridionale), appare come un film con qualche difetto (cadute del ritmo narrativo, scene di scarsa efficacia e precisione), ma la sua singolarità infine si impone.”

(Pietro Bianchi, Il Giorno, Milano, 25 aprile 1963)

“Il film è gradevole, per la comicità delle situazioni, il sarcasmo con cui descrive una famiglia clericale romana, tutta fatta di donne. Ferreri ci ha dato un film in cui la sua maturità di artista, esercitata su un innesto fra Zavattini e Berlanga, ha di gran lunga la meglio, per fortuna, sul fustigatore, lievemente snobistico, dei costumi contemporanei. Marina Vlady è molto bella e recita con duttilità; Ugo Tognazzi, in sordina, fa benissimo la parte un po’ grigia dell'uomo medio che ha rinnegato il suo passato di ganimede per avviarsi alla vecchiaia al fianco di una moglie affettuosa, e si trova invece vittima di un matriarcato soffocante.”

(Giovanni Grazzini, Corriere della Sera, Milano, 25 aprile 1963)

“Gran parte dell'interesse del film deriva dal notevole, asciutto stile della comicità di Ugo Tognazzi e dall'asprezza di Marina Vlady. Tognazzi ha un'aria magnificamente remissiva e angustiata e un bellissimo senso del ritmo che introduce delle osservazioni ad ogni sua azione. Quando scherza con un prete, ad esempio, per rompere un uovo sodo, egli riesce ad essere semi-serio in modo brillante. E quando egli guarda semplicemente la moglie, lui tutto slavato e lei tutta risplendente, nei suoi occhi c'è tutto un mondo di umoristica commozione.”.

(Bosley Crowther, The New York Times, New York, 17 settembre 1963)

Scene Censurate del film su: http://cinecensura.com/sesso/una-storia-moderna-lape-regina/

Altre scene in: https://www.youtube.com/watch?v=Cd1OHF83Io0

https://www.youtube.com/watch?v=IalFqT-7gUs

https://www.youtube.com/watch?v=htJsc_qMkC4

https://www.youtube.com/watch?v=9Tgboxv-OYk

Una poesia al giorno

Noi saremo di Paul Verlaine, Nous serons - Noi saremo [La Bonne Chanson, 1870].

Noi saremo, a dispetto di stolti e di cattivi

che certo guarderanno male la nostra gioia,

talvolta, fieri e sempre indulgenti, è vero?

Andremo allegri e lenti sulla strada modesta

che la speranza addita, senza badare affatto

che qualcuno ci ignori o ci veda, è vero?

Nell'amore isolati come in un bosco nero,

i nostri cuori insieme, con quieta tenerezza,

saranno due usignoli che cantan nella sera.

Quanto al mondo, che sia con noi dolce o irascibile,

non ha molta importanza. Se vuole, esso può bene

accarezzarci o prenderci di mira a suo bersaglio.

Uniti dal più forte, dal più caro legame,

e inoltre ricoperti di una dura corazza,

sorrideremo a tutti senza paura alcuna.

Noi ci preoccuperemo di quello che il destino

per noi ha stabilito, cammineremo insieme

la mano nella mano, con l'anima infantile

di quelli che si amano in modo puro, vero?

Nous serons

N'est-ce pas? en dépit des sots et des méchants

Qui ne manqueront pas d'envier notre joie,

Nous serons fiers parfois et toujours indulgents

N'est-ce pas? Nous irons, gais et lents, dans la voie

Modeste que nous montre en souriant l'Espoir,

Peu soucieux qu'on nous ignore ou qu'on nous voie.

Isolés dans l'amour ainsi qu'en un bois noir,

Nos deux cœurs, exhalant leur tendresse paisible,

Seront deux rossignols qui chantent dans le soir.

Quant au Monde, qu'il soit envers nous irascible

Ou doux, que nous feront ses gestes? Il peut bien,

S'il veut, nous caresser ou nous prendre pour cible.

Unis par le plus fort et le plus cher lien,

Et d'ailleurs, possédant l'armure adamantine,

Nous sourirons à tous et n'aurons peur de rien.

Sans nous préoccuper de ce que nous destine

Le Sort, nous marcherons pourtant du même pas,

Et la main dans la main, avec l'âme enfantine

De ceux qui s'aiment sans mélange, n'est-ce pas?

Un fatto al giorno

17 giugno 1885: La Statua della Libertà arriva a New York. Duecentoventicinque tonnellate di peso, 46 metri di altezza (piedistallo escluso) e 4 milioni di visite ogni anno. La Statua della Libertà, oggi simbolo di New York, ha una storia costruttiva avventurosa e originale, caratterizzata da trasporti eccezionali e un fundraising senza precedenti. Ripercorriamola insieme con queste foto storiche. Fu uno storico francese, Édouard de Laboulaye, a proporre, nel 1865, l'idea di erigere un monumento per celebrare l'amicizia tra Stati Uniti d'America e Francia, in occasione del primo centenario dell'indipendenza dei primi dal dominio inglese. I francesi avrebbero dovuto provvedere alla statua, gli americani al piedistallo. L'idea fu raccolta da un giovane scultore, Frédéric Auguste Bartholdi, che si ispirò all'immagine della Libertas, la dea romana della libertà, per la sagoma della statua, che avrebbe retto una torcia e una tabula ansata, a rappresentazione della legge. Per la struttura interna, Bartholdi reclutò il celebre ingegnere francese Gustave Eiffel (che tra il 1887 e il 1889 avrebbe presieduto anche alla costruzione dell'omonima Torre) il quale ideò uno scheletro flessibile in acciaio, per consentire alla statua di oscillare in presenza di vento, senza rompersi. A rivestimento della struttura, 300 fogli di rame sagomati e rivettati. Nel 1875 il cantiere fu annunciato al pubblico e presero il via le attività di fundraising. Prima ancora che il progetto venisse finalizzato, Bartholdi realizzò la testa e il braccio destro della statua e li portò in mostra all'Esposizione Centenaria di Philadelphia e all'Esposizione Universale di Parigi, per sponsorizzare la costruzione del monumento. La costruzione vera e propria prese il via a Parigi nel 1877.

(da Focus)

Una frase al giorno

“Marie non era forse né più bella né più appassionata di un'altra; temo di non amare in lei che una creazione del mio spirito e dell'amore che mi aveva fatto sognare.”

(Gustave Flaubert, 1821-1880, scrittore francese)

Un brano al giorno

Marianne Gubri, Arpa celtica, Il Viandante https://www.youtube.com/watch?v=_URmUFpa52k