“L’amico del popolo”, 19 maggio 2017

L'amico del popolo
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L’amico del popolo”, spazio politico di idee libere, di arte e di spettacolo. Una nuova rubrica ospiterà il giornale quotidiano dell’amico veronese Ugo Brusaporco, destinato a coloro che hanno a cuore la cultura. Un po’ per celia e un po’ per non morir...

Un film al giorno

IL GENERALE DELLA ROVERE (Italia, 1959), regia di Roberto Rossellini. Soggetto di Indro Montanelli. Sceneggiatura: Indro Montanelli, Diego Fabbri, Sergio Amidei. Fotografia: Carlo Carlini. Montaggio: Cesare Cavagna. Musiche: Renzo Rossellini. Con: Vittorio De Sica, Hannes Messemer, Vittorio Caprioli, Nando Angelini, Herbert Fischer, Maria Greco, Bernardino Menicacci, Lucia Modugno, Luciano Pigozzi, Giuseppe Rossetti, Linda Veras, Kurt Polter, Leopoldo Valentini, Kurt Selge, Franco Interlenghi, Ester Carloni, Gianni Baghino, Roberto Rossellini, Piero Pastore, Anne Vernon, Sandra Milo, Giovanna Ralli, Joan Peter Boom, Armando Annuale, Lina De Rossi, Clarissa Corner.

Al tempo dell'occupazione tedesca un truffatore, di nome Bertone, che è sempre vissuto di espedienti, viene arrestato dalle SS: è accusato di essersi fatto versare delle somme dai parenti dei fucilati e dei deportati, vantando inesistenti aderenze presso il Comando tedesco. Ora lo stesso Bertone è esposto al pericolo di essere fucilato; ma all'alto ufficiale che lo interroga viene l'idea di valersi dell'abilità dimostrata dall'imputato nel tessere imbrogli per i suoi fini. Gli offre quindi la libertà se acconsente ad entrare nel carcere di San Vittore, figurando di essere il generale badogliano Della Rovere, così da poter raccogliere le confidenze dei prigionieri politici ivi detenuti e procurare alle SS preziose informazioni.

“Giovanni Bertone, cinquantenne imbroglione, si spaccia per il generale Della Rovere, incaricato dal governo Badoglio di costituire nel Nord occupato una rete cospirativa. Arrestato dalle SS a Milano, nel giungo 1944 è trasferito con altri nel campo di Fossoli. Smascherato, reggerà il gioco fino alla fine, finendo nella lista dei 67 fucilati del Poligono di Cibeno. Il film riprende la vicenda nei termini - assai romanzati - nei quali era stata trattata da Indro Montanelli, che a San Vittore aveva conosciuto il vero Giovanni Bertone (o Bertoni, secondo altre fonti). In questo modo una delle figure più discusse tra quelle delle migliaia di deportati a Fossoli è divenuta paradossalmente anche una delle più celebri, contribuendo - malgrado la buona volontà di Rossellini - a falsare la percezione che il pubblico ha avuto della strage di Cibeno, una delle più sanguinose tra quelle perpetrate in Italia sotto l'occupazione nazista. Per Vittorio De Sica si trattò del primo ruolo drammatico, interpretato con grande talento e intensità”.

(www.deportati.it › Filmografia)

"Quanti veri personaggi ho saputo creare? Stanno tutti sulle dita di una mano, guardi, sono meno degli Oscar che ho avuto come regista. Puoi andare a prenderli col lanternino: il mio primo film, Gli uomini che mascalzoni, il personaggio antieroico in un tempo in cui si facevano i film fascisti, i colonnelli, i giarabub. Camerini ebbe quel coraggio, e siccome io sono un personaggio antieroico mi trovai a mio agio. E uno. Poi l'avvocato nel film di Blasetti con la Lollobrigida, Altri tempi. Poi, ah quello sì, il mio giocatore nell'Oro di Napoli, quando gioco a carte col bambino... E l'ultimo, il generale Della Rovere, che mi ha affidato Rossellini, forse una delle mie interpretazioni migliori. Finito, tutto qui. Non sempre si riesce a realizzare questa grande passione, di essere fedele a un personaggio."

(Vittorio De Sica, da “De Sica visto da De Sica”, Giuliano Ferrieri, in L'Europeo, n. 47, 21 novembre 1974)

“Un discorso del tutto particolare merita Vittorio De Sica, così persuasivo e aderente al personaggio. Nei panni del generale Della Rovere, egli supera ogni più ottimistica previsione. Una vera sorpresa; da caratterista si innalza a eccellente attore, scusate se per la sua interpretazione siamo indotti a un elogio che sa di iperbole. Ma un po' per colpa sua, un po' di questo scervellato cinema italiano che come Tieste mangia i propri figli, De Sica sembrava fosse ormai condannato a restare prigioniero di se stesso. Gli attori infatti creano il loro genere da sé un po' come il baco fa col bozzolo [...]. È stato Rossellini a capire che egli come attore poteva esistere non soltanto come maresciallo da 'Paneamorefantasia'. Ne Il Generale Della Rovere De Sica è un fattore determinante del successo del film. Egli si direbbe creato apposta per la parte del bidonista Bertone, un piccolo lestofante che campa di espedienti alla giornata, pronto a passare indifferentemente dalla cocaina all'orologio, dal 'colpo' alla stoccata. [...] Tutta la prima parte del film che rappresenta una sorta di antefatto della vicenda che Indro Montanelli ha raccontato, delinea questo personaggio [...], mostrandocelo nei suoi rapporti con una subrettina di quart'ordine (Giovanna Ralli), con una sventurata donna di malaffare (Sandra Milo), e con il suo mondo che gravita su improvvisate bische clandestine. [...] Questo bidonista incallito, arrivato alla cinquantina, ha una faccia dignitosa che in tempo di guerra gli serve benissimo per spacciarsi per colonnello e, vantando immaginarie amicizie con gli alti ufficiali tedeschi, per riuscire a togliere denaro ai familiari dei partigiani arrestati, promettendo, in cambio, la liberazione dei loro congiunti. Il suo carattere salta fuori e vive nei rapporti con l'ufficiale tedesco (uno splendido Hannes Messemer) che lo rinchiude a San Vittore con il nome di un generale badogliano, perché gli riveli le fila dell'organizzazione partigiana. [...] In quella trappola di perseguitati preferisce alla fine farsi fucilare con gli altri piuttosto che tradire”.

(Maurizio Liverani, “Trionfo di Rossellini”, Paese Sera, 31 agosto 1959)

“La sua (di Vittorio De Sica) è davvero una interpretazione perfetta che cancella di colpo il ricordo delle sciocche macchiette cui egli sembrava essersi adattato e rassegnato negli ultimi tempi. Nella sua recitazione non c´è ombra di istrionismo in più di quanto il personaggio necessiti, non c'è un attimo di distrazione o di sfasamento. Tutto è sofferto con la forza di emozioni che vengono davvero dall´intimo. Gli sta di fronte un altro attore poderoso: Hannes Messemer, che dà pieno rilievo alla figura del colonnello Muller dipingendone con magnifica lucidità la natura non stupidamente violenta (in fondo i tedeschi di Il generale Della Rovere non sono più quelli di Roma città aperta), ma raffinata e sinistra nella sua raziocinante, implacabile, impersonale lucidità”.

(Guglielmo Biraghi)

IL GENERALE DELLA ROVERE (Italia, 1959), regia di Roberto Rossellini

 

Una poesia al giorno

È la notte il luogo che illumina il ricordo, di Coral Bracho, (da “Quello spazio, quel giardino”, Edizioni Kolibris 2014 - Collana Quetzal. Traduzione e introduzione di Chiara De Luca)

È la notte il luogo che illumina il ricordo
È una vasta costruzione
sul mare. È il suo dispiegarsi

e susseguirsi.
Ampi corridoi si estendono su bianchi piloni.
Le terrazze aperte ombreggiano le onde,
e ti addentri e attraversi
insondabili estensioni.

Va lo sguardo inaugurando i tratti,
vanno i passi centrando l’immensità
e il suo profilo
cangiante si addensa.
e la sua solidità nascente
ancora infonde in noi una chiarezza: quella dello spazio
che s’intreccia. Vediamo
trasparenza nei muri, trasparenza nelle dense,
onde sveglie e un’allegria ci sfiora come un augurio,
come la pinna sottile e segreta
di un pesce.

È la memoria il vento
che ci guida nella notte
e in essa fonde
il suo tepore: E ancora ci porta, ci copre,
col suo respiro. Ed è la sua soave premessa, la sua
levità
a schiudere quelle porte:

Balconi, stanze,
corridoi colmi di profumi. Sale
d’inestricabile e nitida quiete. Qui,
tra splendori di recente orditi,
sotto lo spazio imperturbabile, riprendiamo, a carponi,
l’espressione dei mobili,
la loro smussata compiacenza: Tutto
ci copre allora
con una intatta
serenità. Tutto
ci protegge e solleva con gioiosa disinvoltura.
Mani ferme e gioviali ci cingono
e ci lanciano in aria, la sua sorprendente, schiva, oscenità.
– Mani affettuose
e dense. Siamo
di nuovo risa,
di nuovo chiassoso rapimento,
accolta ampiezza.

Tutto
ci riprende e impernia,
tutto ci dispiega e abita
sotto quei boschi
tutelari: Acqua
gocciante; luce
sotto le foglie intricate del patio.

 

Un fatto al giorno

19 maggio 1568: la regina Elisabetta I d'Inghilterra fa arrestare Maria Stuarda, regina di Scozia.
Maria Stuarda (Linlithgow 1542 - Fotheringay Castle, Northamptonshire, 1587), figlia di Giacomo V e di Maria di Lorena, fu mandata in Francia (1548) perché fosse sottratta al fidanzamento con Edoardo d'Inghilterra voluto da Enrico VIII. Maria Stuarda vi fu educata alla corte di Enrico II e fidanzata col delfino Francesco, che poi sposò nell'aprile 1558. Bella, di carattere energico, seppe tener testa alle difficoltà che Caterina de' Medici, avversa al partito dei Guisa, cui Maria Stuarda era legata da rapporti di parentela, le opponeva, dominando il debole marito. La morte di Francesco II (5 dicembre 1560) la fece però attenta alla situazione in Scozia, dove si era favorevolmente conclusa, con l'aiuto di Elisabetta d'Inghilterra, la lotta per la proclamazione del protestantesimo; Maria Stuarda si rifiutò di riconoscere il trattato di Edimburgo, in base al quale erano stati espulsi i Francesi, ma accettò l'invito dei lord protestanti, presto delusi dell'amicizia di Elisabetta, e nell'agosto 1561 sbarcò a Leith. Furono anni tranquilli: la collaborazione fra i lord protestanti e Maria Stuarda fu cementata dall'appoggio del conte di Moray e dell'ala moderata dei protestanti scozzesi, che consentì a Maria Stuarda la personale professione del culto cattolico e una generale politica di tolleranza religiosa. Il difficile equilibrio (la pressione dei circoli cattolici su Maria Stuarda non era meno forte del violento estremismo di J. Knox) fu rotto quando Maria Stuarda, che aveva rifiutato un matrimonio col conte di Leicester proposto da Elisabetta, sposò, incurante dell'opposizione protestante, Enrico Darnley, il capo dei cattolici scozzesi (1565); poi sconfisse Moray, che si rifugiò in Inghilterra. La grave situazione fu complicata dall'ambizione del debole Darnley a farsi proclamare principe-consorte e dall'improvvisa passione di Maria Stuarda per il suo segretario Davide Rizzio; una breve alleanza di Darnley con i nobili protestanti, sempre più irritati dai tentativi di restaurazione cattolica di M., portò all'assassinio di Rizzio (1566) e poi si sfasciò. M. diede una nuova prova del carattere tutto passionale e non politico della sua azione; riconciliatasi col marito (il 19 giugno le nasceva il figlio Giacomo), riuscì a scindere l'opposizione dei nobili, e con l'aiuto dei conti di Bothwell, di Huntly e di Atholl tornò a Edimburgo dal suo rifugio di Dunbar, iniziando una relazione con Bothwell, che fu l'inizio della catastrofe. Darnley fu assassinato (9 febbraio 1567), e nel maggio successivo, dopo avventurose vicende, Maria Stuarda sposò, secondo il rito protestante, Bothwell. La violenta opposizione dei nobili, che vincitori a Carberry Hill costrinsero Maria Stuarda all'abdicazione e al ritiro a Lochleven, travolse la sua testarda resistenza e, sconfitta ancora a Langside, M. cercò rifugio in Inghilterra presso Elisabetta. L'avversione personale per la regina cattolica, che aveva in varie occasioni mostrato di non voler rinunciare ai suoi diritti al trono inglese, fu contenuta dall'imbarazzo politico di Elisabetta che non voleva immischiarsi nella punizione di una regina; e per un momento si pensò di risolvere la difficile situazione sposando Maria Stuarda col duca di Norfolk. Un progetto che fallì presto, mentre Maria Stuarda tentava disperati complotti con i Guisa e con Filippo II di Spagna, finché, compromessasi imprudentemente nella congiura di A. Babington, nell'ottobre 1586 fu processata e (11 ottobre) condannata a morte. Dopo molte esitazioni, Elisabetta si decise a firmare il decreto di morte, che fu eseguito il 7 febbraio 1587”

(treccani.it)

Maria Stuarda

 

Una frase al giorno

“La rabbia rende arguti gli uomini ottusi, ma li mantiene poveri.”

(Elisabetta I d’Inghilterra)

 

Un brano al giorno

O magnum mysterium”, di William Byrd. James Lancelot, Maestro dei Coristi e Organista, dirige il Coro della Durham Cathedral, a Durham, in Inghilterra (circa maggio 2002), in una performance del motet di Natale, "O magnum mysterium", dal grande compositore rinascimentale inglese William Byrd.

 

Ugo Brusaporco
Ugo Brusaporco

Laureato all’Università di Bologna, Facoltà di Lettere e Filosofia, corso di laurea Dams. E’ stato aiuto regista per documentari storici e autore di alcuni video e film. E’ direttore artistico dello storico Cine Club Verona. Collabora con i quotidiani L’Arena, Il Giornale di Vicenza, Brescia Oggi, e lo svizzero La Regione Ticino. Scrive di cinema sul settimanale La Turia di Valencia (Spagna), e su Quaderni di Cinema Sud e Cinema Società. Responsabile e ideatore di alcuni Festival sul cinema. Nel 1991 fonda e dirige il Garda Film Festival, nel 1994 Le Arti al Cinema, nel 1995 il San Giò Video Festival. Ha tenuto lezioni sul cinema sperimentale alle Università di Verona e di Padova. È stato in Giuria al Festival di Locarno, in Svizzera, e di Lleida, in Spagna

. Ha fondato un premio Internazionale, il Boccalino, al Festival di Locarno, uno, il Bisato d’Oro, alla Mostra di Venezia, e il prestigioso Giuseppe Becce Award al Festival di Berlino.

INFORMAZIONI

Ugo Brusaporco

e-mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
web www.brusaporco.org

 

 

 

 

 

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