“L’amico del popolo”, 31 marzo 2017

L'amico del popolo
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L’amico del popolo”, spazio politico di idee libere, di arte e di spettacolo. Una nuova rubrica ospiterà il giornale quotidiano dell’amico veronese Ugo Brusaporco, destinato a coloro che hanno a cuore la cultura. Un po’ per celia e un po’ per non morir...

Un film al giorno

THE STRAWBERRY STATEMENT (Fragole e sangue, USA, 1970), regia di Stuart Hagmann. Sceneggiatura: Israel Horovitz tratta dal libro omonimo di James Simon Kunen. Fotografia: Ralph Woolsey. Montaggio: Marjorie Fowler. Canzoni: “Give Peace a Chance” di John Lennon, “The Circle Game” di Joni Mitchell, “Something In The Air” di John Keen, eseguita da Thunderclap Newman, “Helpless” (Neil Young) - Crosby, Stills, Nash & Young, “Our House” (Graham Nash) - Crosby, Stills, Nash & Young, “Suite: Judy Blue Eyes” (Stephen Stills) - Crosby, Stills & Nash, “Long Time Gone” (David Crosby) - Crosby, Stills & Nash, “The Loner” (Neil Young) - Neil Young, “Down by the River” (Neil Young) - Neil Young, “Fishin' Blues” (tradizionale), “Big Cats and Little Pussies” di Murray MacLeod. Con: Bruce Davison, Kim Darby, Bud Cort, Bob Balaban, Murray MacLeod.

Una grande università statunitense è stata occupata dagli studenti, che protestano contro la destinazione di un campo da gioco, prima riservato ai negri, all'addestramento di militari da inviare nel Vietnam. Se l'occupazione dell'università ha avuto origine da questo avvenimento specifico, in realtà la protesta degli studenti scaturisce da motivi più generali: vuol essere una decisa presa di posizione contro il razzismo e la guerra. Il giovane Simon, che appartiene all' èquipe di canottieri di quell'università, osserva con scetticismo la ribellione dei suoi compagni, si mescola a loro più per curiosità che per altro; finge di interessarsene più seriamente dopo aver conosciuto una ragazza, Linda, autentica e convinta contestatrice. Successivamente, Simon comincia a rendersi conto di molte reali ingiustizie e a capire le ragioni dei suoi compagni. Così, quando la polizia deciderà di sgombrare l'università con la forza, si schiererà apertamente dalla loro parte, subendo con Linda tutte le conseguenze.

“Simon (Bruce Davison) è uno studente universitario di San Francisco, biondino, sbarbato e dall’aria scanzonata che ha ben poche passioni a cui dedicare attenzione: il canottaggio e soprattutto le donne. Con il suo amico Elliot (Bud Cort) osserva distaccato l’ancora timida fiammella rivoluzionaria che si accende dentro e fuori le aule universitarie, studenti e studentesse armati di cartelli e megafoni urlano la loro riluttanza nei confronti dell’imminente decisione di concedere il campo da gioco all’esercito americano, pronto per allenarsi e poi partire alla volta del Vietnam. Quello stesso campo da gioco che era stato destinato a bambini e ragazzi della comunità afroamericana, la martire della prima ora. Non ancora fedele alla causa, Simon si avvicina con curiosità ai compagni impegnati nei collettivi, finché non si accorge di Linda (Kim Darby), una dolce e graziosa creatura completamente immersa nell’impegno politico del movimento studentesco, sostenitrice della sorellanza femminista. Ancor prima di capire cosa sta accadendo intorno a lui, Simon si finge attivista e addirittura eroe della contestazione, col solo fine di portarsi a letto la bella rivoluzionaria. Tra i due nasce un sentimento sincero, nutrito dalla nuova consapevolezza del giovane protagonista: quando la pacifica protesta sarà messa a tacere dal braccio armato, Simon arriverà all’apice del suo percorso di crescita, toccando con mano le conseguenze di un amore extra e intra rivoluzionario. Fragole e sangue (Strawberry Statement) è il primo film per il grande schermo realizzato nel 1970 dal regista Stuart Hagmann, ispirato al romanzo The strawberry statement: notes of a college revolutionary di James Kunen.

Divenuto presto un cult movie anche in Europa, dove ha ottenuto col Premio della Giuria al 23º Festival di Cannes, il film ha il grande pregio di aver contribuito a richiamare l’attenzione pubblica nei confronti della rivoluzione culturale in atto in quegli anni, seguendo l’onda lunga del successo di Easy Rider, uscito l’anno prima per la regia di Dennis Hopper. Prodotto dalla MGM, a sua volta ispirata dalla Hollywood del denaro e degli affari comodi, Fragole e sangue sembra non nascere da parto naturale: l’ingenuità della sua natura fa procedere a tentoni il climax che riesce a trovare la via di fuga solo nel finale. A fare da sfondo non è infatti la storia d’amore tra i due giovani protagonisti, che al contrario è raccontata diligentemente dallo sguardo di Hagmann, accompagnando senza pudore la leggerezza con la quale Simon approccia al movimento: «che effetto avrà lo sciopero sull’allenamento?» si domanda perplesso mentre i porci preparano la violenta repressione finale. Lo stile dinamico della regia si sposa al linguaggio giovanile e senza mezzi termini tanto dei protagonisti quanto delle “comparse” (meravigliosamente spudorata è la scena del commerciante che inscena una rapina per frodare l’assicurazione) di cui il regista regala dettagliati primi piani. La scorrevolezza del tempo dell’amore si contrappone alla frenesia delle riprese circolari e vorticose che immortalano gli studenti in rivolta, creando un effetto disturbante che a sua volta dipinge la rivoluzione con ampie campiture di zoom. L’entrata/uscita dalla cornice che compone il dittico filmico amore/rivoluzione avviene altrettanto velocemente, e le cause dell’occupazione tornano a nascondersi come fantasmi impalliditi di fronte al romanticismo spensierato dei due giovani amanti. Nell'ultima parte l’arrovellamento silenzioso diviene speranza rabbiosa e gli studenti, come un unico corpo rotante, battono le mani sulla loro terra dissacrata, intonando "Give peace a chance”. La polizia irrompe, travolge e sconquassa le anime ordinate e affamate dentro all’università, distruggendo l’illusione della libera scelta. Una lunga sequenza questa entrata nella storia del cinema, tanto da aver ispirato numerosi film da Hair di Miloš Forman, a The Dreamers di Bernardo Bertolucci fino al più recente Across The Universe di Julie Taymor. Nell’anno di grazia 1970 l’altra America passa sul grande schermo sviluppandosi nella trilogia Fragole e sangue, Il rivoluzionario (di Paul Williams) e L’impossibilità di essere normale (di Richard Rush) che ricalca nella singolarità di ogni scelta registica, le fasi di sviluppo dell’essere umano: da una consapevolezza parziale e infantile ad una più matura e profondamente dolorosa”.

(Silvia Pellegrino, in Sentieri Selvaggi)

“Esistono in questa società molte cose che io non vorrei respingere del tutto [...] quello che però rifiuto nel modo più completo è il modo in cui questa società è organizzata, il modo in cui essa sperpera ed abusa delle proprie risorse, il modo in cui accresce la ricchezza di una parte della popolazione e allo steso tempo non si preoccupa di fare praticamente niente contro la cruda povertà esistente in vaste aree del pianeta."

(Herbert Marcuse)

Nel corso degli anni '60 tutto l'occidente fu scosso da un'ondata di protesta (o, se vogliamo chiamarla, di ribellione) antiautoritaria, che investì i valori di una società individualista e conformista che stentava a mutare; si rifiutò la repressione e l'autoritarismo delle vecchie generazioni, in nome di un mondo più libero e pacifico. Il movimento di protesta perseguiva valori egalitari, anti-borghesi, anti-autoritari e anti-militaristi, sull'onda degli ideali espressi dal filosofo americano di origini tedesche, Herbert Marcuse; e rigettava i modelli tradizionali di vita imposti dalla politica, dalla religione, dalla scuola. La contestazione globale mise insieme classi e ceti; investì il mondo del sapere, la morale e i rapporti umani; sovvertì un modello culturale, sconvolse un costume, rifiutando totalmente uno stile di vita e soprattutto quelle istituzioni finalizzate a trasmettere modelli di disciplina, per loro natura rigidamente repressive o fondate su principi fortemente gerarchici, come l'esercito, la polizia, la magistratura, la chiesa, i partiti; istituzioni che furono fortemente contestate e violentemente rifiutate. Nacquero tentativi di creare cellule di strutture dove era messa al bando ogni forma di autorità: la comune al posto della famiglia; la democrazia partecipata in luogo di quella rappresentativa; l'impegno personale invece della delega; i comitati e le assemblee al posto della burocrazia di partito. Tutte forme che finirono per mettere in crisi tutte quelle figure sociali in cui si significava l'autorità: il padre, il poliziotto, il giudice, il militare, il rappresentante della chiesa, il professore, il caporeparto. Oggetto della contestazione fu anche (e, forse, principalmente) la società dei consumi, che proponeva come modello di riferimento, l'economia capitalista e il valore del denaro. Videro la luce così i primi movimenti di opposizione, come quello degli studenti, che, nelle aule scolastiche confutavano l'autorità dei professori, e, più in generale, tutto l'impianto del sistema scolastico, considerato obsoleto e classista; o come quelli degli operai, che, nelle fabbriche rifiutavano l'organizzazione del lavoro e i principi dello sviluppo capitalistico, basati sulla ricchezza, il successo e il profitto, veicolati dal potere dei mass-media che anteponevano all'individuo il guadagno e l'efficienza lavorativa. Altri movimenti che si sono sviluppati contemporaneamente a quello degli studenti furono i movimenti che contestavano le discriminazioni sessuali, il movimento femminista, e quello di liberazione omosessuale, che rivendicavano la libertà di vivere liberamente il loro orientamento sessuale; oltre a quelli che rivendicavano i diritti civili per i neri e le altre minoranze etniche, che contestavano qualunque emarginazione basata sulla razza o sul colore della pelle. Caratteristica comune ai diversi movimenti fu il collegamento al movimento pacifista che si batteva contro la cultura della guerra e soprattutto contro l'impegno militare in Vietnam, intrapreso dal Governo americano, che temeva l'espansione del comunismo in tutto il continente asiatico. L'opposizione alla guerra in Vietnam segnò uno dei maggiori momenti di rottura all'interno della società degli Stati Uniti e costituì l'elemento chiave che portò all'aggregazione dei movimenti di protesta in tutto il mondo; mentre con l'incarico di ricerca commissionato alle Università per la produzione di armi da inviare nel Paese del Sud-Est asiatico, il movimento assunse carattere più politico, entrando nelle aule scolastiche e determinando l'occupazione delle principali Università.

Proprio da uno di questi episodi prende l'avvio il film di Stuart Hagman, un regista televisivo che diresse solo un altro film per poi tornare alla sua attività di documentarista per la tv. Prima di entrare nel merito del film, però, è opportuno soffermarsi un momento sul titolo originale del film, "The Strawberry Statement", cioè "La dichiarazione delle fragole", dove le fragole sono gli studenti in rivolta, che prende spunto da un’infelice affermazione di un rettore americano riguardo le continue rivendicazioni studentesche il quale, richiesto di un parere sulle occupazioni, infastidito rispose: "Non mi preoccupo degli studenti più di quanto mi preoccupo delle fragole". La traduzione italiana, invece, per una volta molto più efficace del titolo originale, è più aderente alla morale del film, perché oltre alle fragole del rettore fa riferimento al sangue che di li a poco avrebbe macchiato la protesta degli studenti. Protagonista del film è un ragazzo ventenne, Simon, studente universitario e appassionato canoista. Simon vive il malcontento che sta montando nel suo College con distacco e indifferenza; solo un pizzico di ribellismo che manifesta in solitarie e brevi elucubrazioni sul divano della residenza universitaria in cui vive insieme ad un suo coetaneo. Fino a quando, spinto dall'interesse sentimentale che nutre per Linda, una militante attiva, non si avvicina al movimento di protesta. Il pretesto che la innesca è la destinazione di un campo da gioco, prima riservato agli afro-americani della zona, all'addestramento delle reclute da inviare in Vietnam. Spinto dalla curiosità, più da cineamatore che da contestatore, si reca allora nei pressi dell'Università armato della sua cinepresa per filmare quel che accade intorno. Ma poi il suo sguardo cade sulla ragazza che da tempo cerca di abbordare, ed è colpo di fulmine: si intruppa tra gli studenti che intendono occupare la facoltà, poi entra nel gruppo incaricato di procurare il cibo, di cui Linda è uno dei leader.
Poi, però, l'onda della contestazione si allarga a temi più vasti, e il ragazzo comincia a prendere coscienza delle ragioni della protesta. Va a trovare un amico pestato dalla polizia, durante gli allenamenti lo chiamano, spregiativamente, "comunista" ma lui non ci fa caso; insomma l'occupazione diventa motivo di crescita e palestra di vita Poi arriva il fatidico giorno in cui l'Università deve essere sgomberata. Più volte intimati di allontanarsi gli studenti si oppongono passivamente. Ma la polizia non scherza, e come vuole il meccanismo perverso della repressione, quando fa irruzione all'interno dell'Università, per portare via con la forza i manifestanti, è la fine della "dichiarazione delle fragole". E nella scena finale, quando gli studenti disposti in cerchi concentrici a cantare la struggente "Give peace a chance" di John Lennon, in attesa della carica della polizia, le note lasciano il posto alle urla dei feriti, ai colpi dei manganelli, alle sirene delle autoblindo (i picchiatori della Caserma Diaz di Genova devono aver visto e rivisto tante volte questo vecchio film, per farne un remake da dedicare ai nostri politici di turno). Ed è mattanza di "fragole" e di ideali. Il fermo immagine prima del "The end", con Simon che comincia a menare le mai, anticipa quello che negli anni successivi ne sarebbe venuto. E non solo in America.

Tipico prodotto della New Hollywood degli anni '70, "Fragole e sangue", più che le giuste cause degli studenti, vuole evidenziare due cose: da una parte l'inconciliabilità tra l'ideologia pacifista e la violenza connaturata allo spirito americano, e dall'altra la straordinaria determinazione morale che guida le azioni degli studenti, tipica prerogativa dell'età giovanile, destinata col tempo ad affievolirsi, fino ad annullarsi nel conformismo e nell'opportunismo dell'età adulta. Certo è sempre stato un privilegio dell'età giovanile "essere contro". Essere contro tutte le storture del mondo, contro le ingiustizie, le discriminazioni, le guerre, le violenze. Ma hanno sempre lasciato il tempo che trovavano. In quegli anni, invece, si ebbe paura di loro: si ebbe paura che davvero riuscissero a cambiare le cose, che riuscissero a sovvertire l'ordine costituito, che soffiasse impetuoso quel vento di cambiamento capace di spazzare via governi e sistemi politici, in nome di una trasformazione radicale della società. Si ebbe paura delle teste pensanti di quei ragazzi con un grado di coscienza fuori dalla norma, ma con la costante di una certa dose di determinazione e di sperimentazione.
Erano un mosaico variegato e multiforme di saperi e di agire, quei ragazzi, capaci di discutere e di comportarsi, di dubitare e di sperimentare. Vi erano i leader e i politicizzati, le femministe e le infatuate degli "eroi", ma tutti con una forte coscienza politica e una personalità carismatica anche nelle loro contraddizioni, capaci di spogliare la vita da tutte le ipocrisie che soffocavano le famiglie, la scuola, la società. "Fragole e sangue" mette in scena proprio questo microcosmo giovanile, determinato eppure fragile, risoluto eppure effimero, un albero rigoglioso che non ha fruttificato.
La regia di Hagman conferisce al film un'impronta documentaristica, non priva però di tocchi personali, e di abilità nell'uso della macchina da presa, specialmente nelle inquadrature dall'alto o nelle riprese circolari, negli insistiti zoom o nelle tante situazioni molto spettacolari, che conferiscono all'opera una sua originalità e un'altrettanto personale vivacità intellettuale, e caratterizzano uno stile non molto sofisticato, ma capace di far rivivere allo spettatore, con assoluta fedeltà, l'atmosfera che si respirava in quegli anni '60-'70, e la vivacità d'ingegno che animava la gioventù dell'epoca. Lo spirito di creatività, la fucina delle idee, la dedizione politica, la smania di ribellione, il sostegno convinto all'antimilitarismo, furono tipici di quella gioventù e di quella stagione; che non fu poi tanto dissimile da quella attuale, soprattutto per ciò che riguarda l'anelito di libertà, che ancora sentiamo nostra, ma non certo per ciò che riguarda l'impegno civile delle nuove generazioni, poco propense a farsi coinvolgere per cercare di migliorare le condizioni di vita e la società in cui viviamo. Ricco di metafore, (pensiamo ai tanti fili spinati o alla riprese attraverso le sbarre, simboliche affermazioni di libertà) e di immagini iconografiche (dai muri delle aule campeggiano le foto sia di Bob Kennedy che di Che Guevara, di Mao come di Fidel Castro), di slogan e di parole d'ordine, "Fragole e sangue" è forse il più letterale dei film sul sessantotto americano, e conserva ancora, nelle sue varie sfaccettature, una notevole forza magnetica e le pieghe dei ricordi di un futuro che non si è concretizzato”.

(Recensione a cura di Mimmot sul sito Film Scoop)

 

Una poesia al giorno

Non Cercarmi Oggi, di Egidio Molinas Leiva

(Egidio Molinas Leiva, nato nel 1942, parla di se stesso come di un sopravvissuto, un più volte sopravvissuto, a due grandi massacri della storia latinoamericana recente - conseguenza della dittatura paraguayana alla fine degli anni ‘50 e di quella argentina degli anni ‘70 - e a tutte le torture dell’epoca, dalle più primitive del Paraguay sofferte da adolescente, a quelle più moderne, raffinate, elettriche e psicologiche dell’Argentina. E' un rifugiato politico giunto in Italia nel 1979. Scrive in italiano, anche se traduce dal guaranì, le esperienze di amore e di lotta che hanno segnato la sua giovinezza nel Paraguay)

Non cercarmi oggi
non reclamarmi
non saprei dire che non ci sono
è troppa la sete
che ho bisogno di placare.
Mi occorre ricrearmi.
Questo mestiere di vivere
rovesciato del tutto
verso fuori,
in avanti,
a momenti
parrebbe che mi vuoti
che mi dissangui.
Mi occorre ricrearmi.
Mi occorre essere io,
io quell’altro
e quell’altro ancora
ad ogni momento.
Devo imparare a vivere
senza scordare me stesso.
Non cercarmi oggi.
Sono in ripiego.
Sono in ripiego,
ma impegnato
molto impegnato premeditando un salto.
Non voglio restare indietro,
voglio stare davanti,
voglio tornare al mondo
prima che nasca il giorno,
quando palpiti ancora
nella rugiada
l’intensità dell’alba.
Non cercarmi oggi.
Non reclamarmi.
Non saprei dire che non ci sono,
ho bisogno di rovesciarmi
sulla mia propria urgenza.

 

Un fatto al giorno

31 marzo 1492: la regina Isabella di Castiglia annuncia il Proclama di Alhambra ordinando a oltre 150.000 ebrei e musulmani di convertirsi al cristianesimo o andare in esilio. “Isabella, cattolicissima, dopo 12 anni di riflessione e di vani tentativi di riportare all’ortodossia cattolica gli ebrei e i falsi convertiti dal giudaismo, laici ed ecclesiastici, attraverso le vie di una grande missione pastorale e catechistica, decretò il 31 marzo 1492 l’espulsione degli ebrei dal regno di Castiglia e istituì d’accordo con papa Sisto IV l’Inquisizione in Spagna, nominando grande inquisitore il domenicano Tomas de Torquemada (1420-1498), confessore dei sovrani. Nacque dal re Giovanni II di Castiglia e da Isabella del Portogallo. Con il suo matrimonio con il re Ferdinando d’Aragona si realizzò l’unione dei regni spagnoli. I due coniugi che ottennero dal papa l’appellativo di “Re Cattolici”, in riconoscimento delle loro opere a favore della Chiesa e della fede cristiana, finanziarono la spedizione che portò Cristoforo Colombo a scoprire il continente americano. Combattiva fino all’ultimo e confortata da una fede eroica, morì a Medina del Campo il 26 novembre 1504. Conclusa la fase diocesana, la sua causa di canonizzazione prosegue ora a Roma presso la Congregazione per le Cause dei Santi”.

(notizie da “Serva di Dio Isabella la Cattolica - Santi e Beati” in www.santiebeati.it)

 

Una frase al giorno

"Potete star sicuri che Colombo era felice non nel momento in cui scoprì l'America, bensì quando era in viaggio per scoprirla; potete star sicuri che il momento della sua massima felicità fu forse quando, proprio tre giorni prima della scoperta del Nuovo Mondo, l'equipaggio disperato si ribellò, e per poco non lo costrinse a volgere indietro, verso l'Europa, la prua del vascello! L'importante non era quel Nuovo Mondo, che magari poteva anche inabissarsi. Colombo infatti morì senza quasi averlo visto, e in pratica senza sapere che cosa aveva scoperto. L'importante sta nella vita, soltanto nella vita, nel processo della sua scoperta, in questo processo continuo e ininterrotto, e non nella scoperta stessa!"

(Fëdor Dostoevskij, L'idiota)

 

Un brano da ascoltare

The Circle Game, di Joni Mitchell, con testo

 

Ugo Brusaporco
Ugo Brusaporco

Laureato all’Università di Bologna, Facoltà di Lettere e Filosofia, corso di laurea Dams. E’ stato aiuto regista per documentari storici e autore di alcuni video e film. E’ direttore artistico dello storico Cine Club Verona. Collabora con i quotidiani L’Arena, Il Giornale di Vicenza, Brescia Oggi, e lo svizzero La Regione Ticino. Scrive di cinema sul settimanale La Turia di Valencia (Spagna), e su Quaderni di Cinema Sud e Cinema Società. Responsabile e ideatore di alcuni Festival sul cinema. Nel 1991 fonda e dirige il Garda Film Festival, nel 1994 Le Arti al Cinema, nel 1995 il San Giò Video Festival. Ha tenuto lezioni sul cinema sperimentale alle Università di Verona e di Padova. È stato in Giuria al Festival di Locarno, in Svizzera, e di Lleida, in Spagna. Ha fondato un premio Internazionale, il Boccalino, al Festival di Locarno, uno, il Bisato d’Oro, alla Mostra di Venezia, e il prestigioso Giuseppe Becce Award al Festival di Berlino.

INFORMAZIONI

Ugo Brusaporco

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