“L’amico del popolo”, 22 marzo 2017

L'amico del popolo
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L’amico del popolo”, spazio politico di idee libere, di arte e di spettacolo. Una nuova rubrica ospiterà il giornale quotidiano dell’amico veronese Ugo Brusaporco, destinato a coloro che hanno a cuore la cultura. Un po’ per celia e un po’ per non morir...

Un film al giorno

MŪSŲ NEDAUG (Lontano da Dio e dagli uomini / Few of Us / Francia, Lituania, Germania, Portogallo, 1996), scritto e diretto e fotografato da Šarūnas Bartas. Montaggio: Mingaile Murmulaitiene. Musica: Victor Copytsko. Con: Katia Golubeva, Piotr Kishteev, Sergei Tulayev, Yulia Inozemtseva, Konstantin Yeremeev.

Una ragazza, forse una giornalista o una studiosa, osserva dall'alto di un elicottero il territorio del Saiani. E' una regione sconfinata e misteriosa all'interno della Lituania, dove vive una popolazione che sembra aver dimenticato il passare del tempo e il contatto con gli altri esseri umani. Gli uomini di mezza età portano al pascolo le renne, gli anziani restano nel buio di case povere e spoglie, le donne preparano un cibo fatto di raccolte naturali. La ragazza scende a terra e si affaccia nel chiuso di uno di questi silenziosi gruppi. Un uomo cerca di avere un contatto con lei, durante la notte. Viene respinto, il giorno dopo un altro uomo lo uccide con un colpo di fucile. La ragazza si allontana. La vita continua tra boschi, ruscelli, renne.

“Alt. Fermi tutti. Secondo noi, Lontano da Dio e dagli uomini è il più bel film dell’anno, ma non ditelo a nessuno, non credeteci neppure voi, non fidatevi. Abbiamo il sacrosanto terrore che se ci darete retta, se andrete a vederlo spendendo le canoniche 10.000 cocuzze, poi vi radunerete sotto la redazione dell'Unità ululando e chiedendo il nostro scalpo. Perché Lontano da Dio e dagli uomini non è solo il film più bello dell’anno, ma anche il più noioso, sconcertante, insolito, spiazzante oggetto che sia passato da queste parti negli ultimi cent’anni di cinema. Un film-Ufo: di nuovo, un po’ come Independence Day. Cosa sta cercando di farci vedere il regista? Cosa può davvero mostrarci di quel mondo? E l'occhio dello spettatore che deve cercare negli angoli, nelle pieghe, nelle zone scure, ritrovando la capacità di guardare, di osservare, di capire. Non ci arrivano notizie da questo viaggio ai limiti del mondo alla fine del film non ne sapremo certo di più sugli usi dei tofolar, ci saremo solo confrontati con delle immagini insolite e avremo imparato che il cinema non è solo effetti speciali e attori di grido. E anche qualcos'altro: in questo caso è la possibilità di esplorare più a fondo e più intensamente le nostre stesse capacità sensoriali, a cominciare dalla vista e dall'udito. Per accorgersi che la realtà spesso è 'incomprensibile' ma che non dobbiamo mai smettere di interrogarla né di sforzarci di aprire sempre meglio gli occhi. Sensoriale”.

(Paolo Mereghetti, Sette, 7 novembre 1996)

“Come in un film di fantascienza, un'aliena bella e altrettanto misteriosa atterra in un angolo remoto della Siberia. Inizia, in questo modo, il suo viaggio sul pianeta Terra, che sembra essere stato vittima di una tremenda esplosione. La sua presenza e il suo vagare nelle terre desolate della regione di ghiaccio sono accolte, dalla natura circostante, da un vago sentimento di inquietudine e di smarrimento. In 105 minuti di immagini straordinarie, senza dialogo, il regista costruisce un poema visivo misterioso, ipnotico e inquietante. Un popolo dimenticato da Dio, una natura fredda e ostile, condizioni di vita al limite della sopportabilità, una sensazione di oppressione che contrasta con l'immensità dei paesaggi circostanti. Su tutto il senso di una tragedia apocalittica in agguato, o forse già avvenuta. La violenza del sottofinale potrebbe non essere che l'eco di un'esplosione della quale si avvertono gli ultimi sussulti. Bartas filma le cose come sono (o come appaiono), iniettando brandelli di finzione con calcolata avarizia. Interrogazione radicale sul senso del vedere, film materico e metafisico insieme”.

(FilmTV)

“Un film poetico, visionario e allo stesso tempo puramente contemplativo. Il grande talento di Sharunas Bartas produce dopo solo due lungometraggi questo lavoro, che risulta in effetti la prima vera opera matura del regista lituano, un film che segnerà poi definitivamente lo stile personale dell’autore; dunque dopo opere prettamente sperimentali (“Koridorius”), emerge finalmente la straordinaria vena artistica dell’autore, che trova qui la sua migliore espressione. In un presente fortemente distopico, probabilmente post-apocalittico, un angolo remoto del mondo è circondato da rovina e devastazione; il paesaggio è desertico, il clima e le condizioni atmosferiche sono fortemente ostili ai pochi abitanti presenti, che sembrano infatti in perenne scontro con la natura. Tutto procede come ordinario fino all’arrivo di una giovane donna, una presenza in apparenza ultraterrena, che, proprio per questo, non può trovare armonia con la realtà del posto. È complicato e allo stesso tempo ingiusto definire a parole un lavoro simile, poiché appunto le parole non hanno importanza qui, i dialoghi non esistono, e sono solo le immagini ad avere valenza all’interno del film, dotate come sempre di una straordinaria carica suggestiva e significativa; Lontano da Dio e dagli uomini infatti ha una trama non definibile o meglio sarebbe dire che non esiste una vera e propria linea narrativa all’interno dell’opera, che, in questo senso, rappresenta a tutto tondo il Cinema di Bartas, un cinema, questo, che brilla di luce propria, grazie allo stile con il quale l’autore riesce a trasmettere sensazioni, e cioè mediante l’utilizzo esclusivo di composizioni di immagini folgoranti e dalla natura fortemente simbolica, immagini tanto potenti da parlare da sole e riuscire a comunicare più di quanto si possa fare in qualsiasi altra forma.
Qui senza dubbio tutto ciò è reso al meglio, Bartas (decisamente in stato di grazia) disegna una realtà fuori dall’ordinario, una realtà che sfrutta la propria base surreale per riflettere sul mondo; dunque non avendo effettivamente un filo narrativo, né una logica razionale di base, il film può essere sottoposto a diverse interpretazioni di varia natura, da quelle più pessimiste e sfiduciate fino alle più speranzose. Certo è che la prospettiva chiaramente improntata su un punto di vista oggettivo delle cose, fa pensare ad un intento volutamente negativo se si pensa a come vengono rappresentate queste: il mondo nel quale veniamo proiettati infatti è un mondo di desolazione, non esiste niente al di fuori della distruzione, del nulla, nemmeno l’uomo pare essere stato risparmiato da questa (probabile) fine del mondo, la sola cosa che persiste è la natura, che è poi l’unica reale protagonista del film. Ed è proprio di fronte a questa che si ritrova persa la ragazza, poiché quella di Lontano da Dio e dagli uomini è una natura devastata e devastante, ma di fronte a quest’ultimo attributo non si può che rimanere attoniti e passivi, proprio come la ragazza, perché niente è più possibile, non resta altro da fare se non abbandonarsi alla mera contemplazione. Su questa base è difatti impressa l’intera poetica del regista, che, mediante l’annullamento dei movimenti di macchina più usuali, la soppressione di ogni sorta di comunicazione esplicita e chiarificante, dunque l’estraneazione da quello che può ritenersi a tutti gli effetti il cinema tradizionale, riesce a creare delle opere uniche e di rarissimo impatto visivo e sensoriale, delle opere senza dubbio trascendentali e di straordinario valore artistico, che trasudano di emozioni e significati assolutamente splendidi proprio per la loro vena implicita, quasi criptica che ne è alla base. E in tutto questo la natura gioca sempre un ruolo fondamentale, qui in particolare, poiché dotata di un’immensa potenza che sconvolge ogni fattore interno ed esterno alla pellicola. Ma nonostante il film riprenda effettivamente le cose per come sono, senza dunque modificare alcun elemento relativo alla quotidianità, la rappresentazione di una realtà decaduta, già in disfatta, tende a far prevalere un’interpretazione di natura pessimistica in relazione a quella che è, ma più probabilmente è stata, la presenza dell’uomo nel mondo. Bartas pertanto riproduce una realtà estremizzata come a voler fare una metafora di quella effettiva, caduta nel degrado totale che porterà (o forse ha già portato) ad una completa rovina spirituale”.

(Cinepaxy)

MŪSŲ NEDAUG (Lontano da Dio e dagli uomini / Few of Us / Francia, Lituania, Germania, Portogallo, 1996), scritto e diretto e fotografato da Šarūnas Bartas

 

Una poesia al giorno

Counting The Stars At Night, di Yun Dong-ju

Fino a dove passano le stagioni,
il cielo è pieno di autunno.
In questa quiete serena
Potrei quasi contare le stelle che giacciono nell’autunno.

Ma perché non posso ora contare
queste uno o due stelle nel mio petto
è perché l'alba sta finendo,
e devo essere domani sera nel ripostiglio della vita,
e perché la mia giovinezza non è ancora finita

Ricordo per una stella,
Amore per una stella,
Dolore per un’altra stella
Nostalgia per un’altra stella
Poesia per un’altra stella
E oh! Madre per un’altra stella

Madre! Io cerco di chiamare ogni stella con queste parole evocative, nomi di bambini con i quali ho condiviso i banchi di scuola, i nomi di ragazze straniere come Pai, Kyunh, Ok, nomi di fanciulle che sono già diventate madri, i nomi dei vicini che vivevano in povertà, nomi di uccelli e animali come il piccione, il cagnolino, il coniglio, l’asino, il cervo e i nomi dei poeti come Francis, Jammes e Reiner Maria Rilke.

Essi sono così lontani
E intangibili come le stelle.

Madre!
Anche tu sei nella terra lontana dei Manciù.

Perché ho un desiderio segreto
messo in questo scrigno di pioggia di stelle
Ho scritto il mio nome sopra
E l’ho coperto con la terra.
In verità, è perché gli insetti cinguettano
Tutta la notte per piangere sopra il mio vergognoso nome

Ma la primavera verrà alle mie stelle dopo il tardo inverno
Verdeggia il manto erboso sopra le tombe
Così questo cumulo che seppellisce il mio nome
lo può indossare con orgoglio

 

Un fatto al giorno

22 marzo 238 d.C.: Gordiano I viene eletto Imperatore. Massimino era divenuto impopolare come imperatore, a causa del crescente malcontento generale dovuto ad un governo sempre più oppressivo, che era culminato con la ribellione in Africa del marzo del 238. Gordiano, spinto dal clamore popolare, assunse la porpora controvoglia sotto la minaccia delle armi, ed il cognomen Africano, il 22 marzo. In considerazione della sua età avanzata, insistette che gli venisse associato suo figlio, Marco Antonio Gordiano (Gordiano II). Pochi giorni più tardi Gordiano entrò a Cartagine con il preponderante appoggio della popolazione e dei leader politici locali. “Gordiano entrò [in Cartagine] insieme alla sua scorta, con i soldati che lo accompagnavano (formati da una coorte urbana), compresi i giovani più alti, quasi fossero sue guardie del corpo di Roma. I fasces erano decorati con alloro (il simbolo che differenzia l'Imperatore romano da un comune cittadino romano), oltre a fiaccole in testa alla processione, tanto che la città di Cartagine sembrava una replica di Roma e della sua immagine di prosperità.” (Erodiano, Storia dell'impero dopo Marco Aurelio, VII, 6.2.).
Gordiano I e II (entrambi si chiamarono: Marcus Antonius Gordianus Sempronianus Romanus Africanus), padre e figlio, furono entrambi imperatori romani (238 d.C.). Gordiano I, nato da ricca e nobile famiglia, conseguite varie cariche pubbliche, ebbe da Severo Alessandro il governo dell'Africa proconsolare e fu costretto da alcuni ribelli ad accettare l'impero, condividendolo con il figlio. L'elezione fu approvata dal senato, al quale era inviso Massimino, ma questo tentativo di reazione senatoria fu soffocato dall'elemento militare: il legato di Numidia, Capelliano, marciò contro Gordiano II, che morì in combattimento; quando il padre ne venne a conoscenza, si uccise. L'interpretazione della rivolta dei Gordiani ha un notevole peso nella ricostruzione della storia sociale del III sec. d.C.: da alcuni essa è considerata, in termini di lotta di classe, come la rivolta della borghesia cittadina contro i contadini-soldati di Massimino, da altri piuttosto come una generale ribellione (senza distinzioni di classe e di ambiente) contro il fiscalismo imperiale.

 

Una frase al giorno

“Contro la mia volontà, o senatori, i giovani a cui fu affidata l'Africa, mi hanno acclamato Imperatore. Ma per rispetto a voi, sono disposto ad assumere questo importante compito volentieri. Spetta però a voi prendere una giusta decisione. Io sarò quindi incerto e dubbioso fino a quando il Senato non avrà deliberato in tal senso.”

(Historia Augusta - I due Massimini, 16.2. - Lettera che Gordiano inviò al Senato di Roma, per ottenerne il favore)

 

Ugo Brusaporco
Ugo Brusaporco

Laureato all’Università di Bologna, Facoltà di Lettere e Filosofia, corso di laurea Dams. E’ stato aiuto regista per documentari storici e autore di alcuni video e film. E’ direttore artistico dello storico Cine Club Verona. Collabora con i quotidiani L’Arena, Il Giornale di Vicenza, Brescia Oggi, e lo svizzero La Regione Ticino. Scrive di cinema sul settimanale La Turia di Valencia (Spagna), e su Quaderni di Cinema Sud e Cinema Società. Responsabile e ideatore di alcuni Festival sul cinema. Nel 1991 fonda e dirige il Garda Film Festival, nel 1994 Le Arti al Cinema, nel 1995 il San Giò Video Festival. Ha tenuto lezioni sul cinema sperimentale alle Università di Verona e di Padova. È stato in Giuria al Festival di Locarno, in Svizzera, e di Lleida, in Spagna. Ha fondato un premio Internazionale, il Boccalino, al Festival di Locarno, uno, il Bisato d’Oro, alla Mostra di Venezia, e il prestigioso Giuseppe Becce Award al Festival di Berlino.

INFORMAZIONI

Ugo Brusaporco

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web www.brusaporco.org