“L’amico del popolo”, 5 marzo 2017

L'amico del popolo
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L’amico del popolo”, spazio politico di idee libere, di arte e di spettacolo. Una nuova rubrica ospiterà il giornale quotidiano dell’amico veronese Ugo Brusaporco, destinato a coloro che hanno a cuore la cultura. Un po’ per celia e un po’ per non morir...

Un film al giorno

KIKUJIRÔ NO NATSU (L'estate di Kikujiro, Giappone, 1999), regia, soggetto e sceneggiatura di Takeshi Kitano. Fotografia: Katsumi Yanagishima. Montaggio: Takeshi Kitano, Yoshi Noriota. Musica: Joe Hisaishi. Con: Takeshi “Beat” Kitano (Kikujiro), Yusuke Sekiguchi (Masao), Kayoko Kishimoto (la moglie di Kikujiro), Kazuko Yoshiyuki (la nonna di Masao), Great Gidayu (il motociclista robusto), Rakkyo Ide (l’amico del motociclista), Akaji Maro (il pervertito), Yuko Daike (la madre di Masao), Nezumi Imamura (il viaggiatore-poeta), Kaneko “Beat” Kiyoshi (l’uomo alla fermata dell’autobus).

Un grande film veramente per tutti quelli che amano il cinema.

L’estate è tornata, le lezioni sono terminate: ma per Masao, piccolo scolaro di Tokyo, la stagione delle vacanze si prospetta tutt’altro che gioiosa. Suo padre non c’è più e sua madre si è trasferita in un’altra città, sulla costa: così a lui bada la nonna, che però lavora in un chiosco di alimentari ed è costretta a lasciarlo solo per quasi tutta la giornata. Gli amici sono partiti, persino la sua squadretta di calcio ha sospeso gli allenamenti; così un giorno Masao, trovata casualmente una foto che lo ritrae, in tenerissima età, in braccio alla mamma, decide di incamminarsi - armato solamente di uno zainetto e di qualche spicciolo - alla ricerca della genitrice. Non va peraltro molto lontano: bloccato da un gruppo di ragazzi più grandi che vogliono rubargli i soldi, viene aiutato da un’amica della nonna e da suo marito Kikujiro, uno scorbutico perdigiorno dall’aria vagamente idiota; e sarà proprio quest’ultimo che su suggerimento della moglie (d’accordo con la nonna), anche se in verità senza troppa convinzione, accetterà di accompagnare Masao.
Comincia così il viaggio di questa “strana coppia”, durante il quale Masao, perplesso e diffidente, verrà trascinato dal suo bizzarro e insofferente compagno nei luoghi più impensati, in genere ben poco adatti a un ragazzino della sua età: dapprima alle corse ciclistiche, dove i due perdono quasi tutti gli yen di cui li aveva riforniti la moglie di Kikujiro; poi in un hotel nella cui piscina l’uomo rischia buffamente di annegare e dal quale ripartono dopo alcuni giorni, spostandosi per sperdute località di campagna fra contrattempi e piccoli incidenti ma senza un’idea precisa su che direzione prendere, utilizzando prevalentemente mezzi di fortuna (passaggi in autostop, ad esempio, ottenuti magari dopo aver trascorso interminabili ore nella vana attesa di un autobus che ha cambiato tragitto ormai da anni...). Le loro peregrinazioni li portano a imbattersi in una serie di personaggi fra i più disparati, alcuni simpatici (un trafelato omino al quale Kikujiro ruba le provviste e un duo di artisti da circo, lui mimo e lei giocoliere), altri decisamente meno piacevoli: come ad esempio un maturo pervertito incontrato da Masao in un parco, adeguatamente “punito” da Kikujiro per aver tentato di infastidire il bambino.
In un modo o nell’altro, comunque, i due giungono a destinazione. Masao attende con impazienza l’attimo in cui potrà finalmente riabbracciare la mamma, ma il suo desiderio subirà un’amara delusione: una scena di intimità familiare scorta da lontano rivela che la donna si è ormai ricostruita una nuova vita (una villetta di periferia, un marito, persino un altro figlio). Il colpo è forte, al punto che anche un tipo come Kikujiro comprende che è necessario fare di tutto per consolare Masao. A tale scopo si prestano pure un paio di motociclisti dall’aria poco rassicurante, ma in realtà teneri e inoffensivi (reclutati - più o meno volontariamente... - da Kikujiro), nonché una “vecchia conoscenza”: un poeta ambulante che aveva già trasportato i due viaggiatori sul suo furgone. Il gruppetto trascorre qualche giorno in una specie di improvvisato campeggio tra giochi e scherzi innocentemente infantili (intercalati da una parentesi malinconica: la visita di Kikujiro all’ospizio nel quale è ricoverata l’anziana madre), fino al momento dell’inevitabile ritorno in città. Riacquistata un po’ di serenità, Masao si congeda da Kikujiro - al quale solo ora, al termine della “vacanza”, si ricorda di chiedere il nome - e si avvia di corsa, come al solito, lungo la strada verso casa.

A dispetto dell’apparente semplicità della sua costruzione, L’estate di Kikujiro appartiene a quella categoria di pellicole che, a un’analisi più ravvicinata, rivelano una notevole complessità quanto a spunti, suggestioni, motivi linguistici e tematici. Il film, presentato nell’ambito dell’edizione 1999 del festival di Cannes, è l’opera ottava di Takeshi Kitano, personaggio che nelle molteplici sfaccettature della sua attività rappresenta indubbiamente una delle figure più significative del cinema - non solo giapponese - dell’ultimo decennio.
Nato a Tokyo nel 1947, Kitano conquista una straordinaria popolarità nel suo Paese dopo che il duo da lui formato con Kaneko Kiyoshi, “I due Beat”, approda in televisione: la coppia aveva praticato per anni, prevalentemente in locali notturni o di cabaret, un tipo di comicità assai corrosiva e sarcastica, il cui bersaglio era costituito in genere dai vizi e dagli stereotipi comportamentali della borghesia nipponica. E dagli anni Ottanta in poi Kitano, sempre più spesso impegnato in esibizioni “soliste”, non rinuncia a perseguire una sistematica destabilizzazione delle convenzioni del piccolo schermo: ecco allora consolidarsi il character di “Beat” Takeshi (lo pseudonimo lo accompagnerà nel corso di tutta la sua carriera, ad esclusione del ruolo di regista cinematografico), e cioè del “moralista che mette a ferro e fuoco la televisione giapponese, conducendo spettacoli di varietà, spettacoli canori, quiz, ma soprattutto spettacoli basati sulla violenza fisica (...) [di cui] alcuni brani sono stati riproposti in Italia nella trasmissione “Mai dire Banzai”, a cura della Gialappa’s Band.

(Fadda/Censi)

Dati simili precedenti, il passaggio di Kitano alla regia cinematografica aveva a suo tempo suscitato un certo qual scalpore, non tanto per il fatto in sé quanto per lo stile estremamente asciutto e duro - sebbene non privo di momenti di grande emotività e commozione - di parecchi dei film da lui diretti e (sovente) interpretati: Violent Cop (1989), Boiling Point (1990), Sonatine (1993), Kids Return (1996), seguiti nel 1997 da un autentico capolavoro come Hana-bi, col quale trionfa a Venezia affermandosi definitivamente a livello internazionale.
Con la parziale eccezione dell’intimista Il silenzio sul mare (1991) e della “demenziale” commedia Getting Any? (1994), si tratta quasi sempre di storie di ambiente poliziesco, dominate dall’imprescindibile presenza della yakuza (la mafia giapponese) e caratterizzate dall’alternanza fra lunghe fasi di attesa e di sospensione e improvvise e incontrollabili esplosioni di cieca violenza. Questo lungo excursus preliminare sulla carriera di Takeshi Kitano si rendeva quindi necessario per inquadrare con un minimo di accuratezza una storia in prima battuta del tutto “anomala” - nel soggetto e nei toni - come quella raccontata in L’estate di Kikujiro, la cui uscita non ha infatti mancato di provocare sconcerto sia fra gli addetti ai lavori sia, com’è comprensibile, in buona parte degli affezionati fans dell’autore giapponese.

“Il grande Takeshi Kitano, regista e protagonista cinquantenne di Hana Bi, dispensatore di botte e pallottole, narratore di criminali, violenze e desolazione esistenziale, adesso dirige la storia di un uomo e di un bambino in viaggio sentimentale alla ricerca della madre del piccolo: un film tenero, profondamente malinconico, divertente, girato in maniera meravigliosa. A Tokyo, l'estate arriva a tradimento per un bambino solitario che vive con la nonna lavoratrice. La scuola chiude, cominciano le vacanze, gli amici partono, il club del calcio sospende l'attività, le giornate senza doveri né compagnia sono vuote, il pomeriggio è troppo lungo e azzurro”.

(Lietta Tornabuoni)

“L’ultimo film di Takeshi “Beat” Kitano è destinato a sorprendere non poco i suoi estimatori di sempre, che il pluripremiato regista nipponico ha conquistato col suo classico personaggio di cinico yakuza, immerso in tese storie di ordinaria violenza. L’estate di Kikujiro è invece una tenera favola d’amicizia intergenerazionale e, nonostante il tema sia stato sfruttato molto sul grande schermo, la storia si presenta straordinariamente fresca, curiosa ed a tratti perfino divertente. Il protagonista è Kikujiro, una maschera di simpatico perdente, a mezzo tra il bullo ingenuo ed il perdigiorno classico”.

(Paolo Boschi)

“Favola triste eppure spensierata, L’estate di Kikujiro è una pellicola che sa regalare sensazioni inusitate. Kitano (sia attore che regista) confeziona un’opera magistrale, animata da una direzione tecnica brillante, costellata di continui tocchi di classe ed invenzioni che sottolineano i momenti topici del film (divenendo essi stessi parte integrante del tessuto narrativo), ed impreziosita da una interpretazione ancor più sopra le righe: il personaggio di Kikujiro, prepotente, sfaticato, attaccabrighe, dall’andatura dinoccolata e dalla provocazione facile, è una figura destinata ad imprimersi irrimediabilmente nella memoria dello spettatore e che, con tutti i suoi difetti, è difficile non apprezzare. Il rapporto tra il bambino e l’adulto è la chiave principale della pellicola: durante e dopo il viaggio, superate le inevitabili difficoltà ed incomprensioni, Masao e Kikujiro riescono a stringere un’amicizia speciale. Il piccolo insegna al grande un po’ di gentilezza e di candore, e da lui apprende come guardare alla realtà con gli occhi della fantasia. Purtroppo, la verità che Masao ha deciso di inseguire è destinata a riservargli sorprese e dolori, ma egli saprà comunque superarli proprio grazie all’insegnamento ricevuto e alla scoperta di come la magia che si cela dietro ogni cosa, anche quella apparentemente più banale, sia in grado di asciugare qualsiasi lacrima. Il tema del gioco è, non a caso, l’altro pilastro de L’estate di Kikujiro: gioco inteso non nel senso prettamente ludico (come divertimento o svago), ma quale genuina manifestazione di spontaneità ed incanto, quale suggestivo prodigio creativo; è a partire da esso che Kitano inserisce tutta una serie di trucchi e trovate surreali che donano all’opera una ammaliante atmosfera di morbido onirismo.
Complessivamente non mancano alcune lungaggini né sequenze discutibili e poco verosimili. Ciononostante il film affascina e cattura, convince e sorprende, raggiungendo un perfetto equilibrio tra poesia e ironia, grazie al pregevole accordo tra i numerosi spunti di riflessione e commozione e le altrettanto travolgenti situazioni di eccentrica comicità. Ne risulta una pellicola tutt’altro che perfetta, eppure indubbiamente ricca, curata, un inno all’amicizia e alla fantasia dai delicati toni color pastello che merita di essere visto e custodito come uno di quegli affettuosi ricordi che rimangono sempre ben impressi nell’animo e nel cuore.”

(Davide Tecce)

KIKUJIRÔ NO NATSU (L'estate di Kikujiro, Giappone, 1999), regia, soggetto e sceneggiatura di Takeshi Kitano

 

Una poesia al giorno

“Quando gli Uccelli sparirono dal Cielo”, di Shuntaro Tanikawa

Il giorno in cui le Bestie sparirono dalla Foresta
la Foresta trattenne il respiro.
Il giorno in cui le Bestie sparirono dalla Foresta
gli umani continuarono a costruire strade.

Il giorno in cui i Pesci sparirono dal Mare
il Mare cupamente gemette.
Il giorno in cui i Pesci sparirono dal Mare
gli Umani continuarono a costruire porti.

Il giorno in cui i Bambini sparirono dalla Città
la Città si affaccendò perfino con più operosità.
Il giorno in cui i Bambini sparirono dalla Città
gli Umani continuarono a costruire parchi.

Il giorno in cui l’Umanità perse se stessa
tutti gli umani furono simili uno all’altro.
Il giorno in cui gli Umani smarrirono la Personalità
gli Umani continuarono a confidare nel futuro.

Il giorno in cui gli Uccelli sparirono dal Cielo
il Cielo pianse quietamente
Il giorno in cui gli Uccelli sparirono dal Cielo
gli Umani continuarono, inconsapevoli, a cantare.

 

Un fatto al giorno

Il 5 marzo 1943 la sirena della fabbrica, che suonava regolarmente ogni mattina alle dieci, rimase silenziosa: il segnale che doveva far partire il primo sciopero dopo diciotto anni di niente era stato disinnescato dalla direzione. Qualcuno aveva avvertito la Fiat. All'officina 19 di Mirafiori, Leo Lanfranco - manutentore specializzato, reduce dal confino e assunto nonostante il suo curriculum di comunista perché “sapeva dominare il ferro” - decise di muoversi lo stesso, lasciò la macchina, fece un gesto con le mani e tutta l'officina si fermò. Il piccolo corteo si mosse in direzione delle presse raccogliendo qua e là l'adesione di altri operai. Non era un blocco massiccio, ma era la prima volta. Da quel giorno le fabbriche di Torino cominciarono a fermarsi, con un crescendo che fece impazzire questura e partito fascista, fino al blocco totale del 12 marzo e all'estensione dello sciopero a Milano, all'Emilia, al Veneto. Un marzo di fuoco. Appena dopo Stalingrado, prima del 25 luglio, molto prima dell'8 settembre, sono gli scioperi del marzo ‘43 a segnare l'inizio della fine del ventennio fascista. Scioperi contro la guerra, contro la fame, contro il regime; quando la borghesia italiana è ancora muta, i partiti antifascisti solo l'ombra di quel che erano e ridotti alla dimensione di gruppetti clandestini, gli intellettuali combattuti tra fedeltà alla patria e disaffezione per l'uomo del destino; quando le fabbriche sono militarizzate e scioperare può costare il tribunale speciale, l'accusa di tradimento, la galera, e, poi, la deportazione, la prospettiva del lager. Il 5 marzo del ‘43 è la data del “risveglio operaio”, il riannodarsi del filo rosso spezzato nel ‘22 e reciso - sembrava definitivamente - con la guerra di Spagna. Il vero inizio della Resistenza. Partono da Torino - “città porca” per Mussolini - e si estendono a tutto il nord: continueranno fino alla fine della guerra, passando per la strage badogliana delle Reggiane del 28 luglio '43, le grandi agitazioni dell'autunno successivo e della primavera ‘44 che costano migliaia di operai deportati nei lager nazisti, fino all'insurrezione del 25 aprile ‘45, alle fabbriche occupate e autogestite. E, tra un evento e l'altro, la migrazione dalle officine alle montagne, la scelta di combattere in armi, spesso individuale, a volte collettiva con centinaia di lavoratori che - quasi in corteo - abbandonano la fabbrica per aggregarsi alle formazioni partigiane, come i ferrovieri della Val Susa, come i cantieristi di Monfalcone. E' la guerra di classe dentro la guerra di Liberazione: tutto ha origine da quel gesto di Leo Lanfranco, da quelle braccia che si incrociano e si allargano, come a dire “basta, stop, finito”.

La fabbrica (testo e musica degli Stormy Six)

Cinque di Marzo del Quarantatré
nel fango le armate del Duce e del re
gli alpini che muoiono traditi lungo il Don

Cento operai in ogni officina
aspettano il suono della sirena
rimbomba la fabbrica di macchine e motori
più forte il silenzio di mille lavoratori
e poi quando è l'ora depongono gli arnesi
comincia il primo sciopero nelle fabbriche torinesi

E corre qua e là un ragazzo a dar la voce
si ferma un'altra fabbrica, altre braccia vanno in croce
e squillano ostinati i telefoni in questura
un gerarca fa l'impavido ma comincia a aver paura

Grandi promesse, la patria e l'impero
sempre più donne vestite di nero
allarmi che suonano in macerie le città

Quindici Marzo il giornale è a Milano
rilancia l'appello il PCI clandestino
gli sbirri controllano fan finta di sapere
si accende la boria delle camicie nere
ma poi quando è l'ora si spengono gli ardori
perché scendono in sciopero centomila lavoratori

Arriva una squadraccia armata di bastone
fan dietro fronte subito sotto i colpi del mattone
e come a Stalingrado i nazisti son crollati
alla Breda rossa in sciopero i fascisti son scappati

Stormy Six

 

Una frase al giorno

“Questa è la vita! l'ebete | Vita che c'innamora, | Lenta che pare un secolo, | Breve che pare un'ora; | Un oscillare eterno | Fra paradiso e inferno | Che non s'accheta più”.

(Arrigo Boito)

 

Ugo Brusaporco
Ugo Brusaporco

Laureato all’Università di Bologna, Facoltà di Lettere e Filosofia, corso di laurea Dams. E’ stato aiuto regista per documentari storici e autore di alcuni video e film. E’ direttore artistico dello storico Cine Club Verona. Collabora con i quotidiani L’Arena, Il Giornale di Vicenza, Brescia Oggi, e lo svizzero La Regione Ticino. Scrive di cinema sul settimanale La Turia di Valencia (Spagna), e su Quaderni di Cinema Sud e Cinema Società. Responsabile e ideatore di alcuni Festival sul cinema. Nel 1991 fonda e dirige il Garda Film Festival, nel 1994 Le Arti al Cinema, nel 1995 il San Giò Video Festival. Ha tenuto lezioni sul cinema sperimentale alle Università di Verona e di Padova. È stato in Giuria al Festival di Locarno, in Svizzera, e di Lleida, in Spagna. Ha fondato un premio Internazionale, il Boccalino, al Festival di Locarno, uno, il Bisato d’Oro, alla Mostra di Venezia, e il prestigioso Giuseppe Becce Award al Festival di Berlino.

INFORMAZIONI

Ugo Brusaporco

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