“L’amico del popolo”, 3 marzo 2017

L'amico del popolo
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L’amico del popolo”, spazio politico di idee libere, di arte e di spettacolo. Una nuova rubrica ospiterà il giornale quotidiano dell’amico veronese Ugo Brusaporco, destinato a coloro che hanno a cuore la cultura. Un po’ per celia e un po’ per non morir...

Un film al giorno

CRONACA FAMILIARE (Italia, 1962), regia di Valerio Zurlini. Sceneggiatura: Mario Missiroli, Valerio Zurlini, tratta dal romanzo omonimo di Vasco Pratolini. Fotografia: Giuseppe Rotunno. Montaggio: Mario Serandrei. Musica: Goffredo Petrassi. Con: Marcello Mastroianni (Enrico), Jacques Perrin (Dino/Lorenzo), Valeria Ciangottini (Sandra Zatti), Salvo Randone (Sarocchi), Sylvie (nonna Casati).

Un giovane giornalista, Enrico, riceve una telefonata che gli annuncia la morte del fratello minore Dino. Distrutto dal dolore, Enrico rievoca la vita passata. Rivede il giorno in cui, bambini, rimasti soli, restano affidati alla nonna anziana e poverissima. Il piccolo Dino, nel frattempo, trova un protettore in Salocchi, maggiordomo di un gentiluomo inglese: così Enrico resta definitivamente separato dal fratellino. Si ritroveranno molti anni più tardi. Dino ha ormai 18 anni, non sa più nulla della sua origine, il tutore gli ha persino cambiato il nome in Lorenzo, e non ha imparato un mestiere. Enrico cerca di aiutarlo come può, ma anch'egli ha grosse preoccupazioni: tira avanti a fatica in modo tanto disagiato che diventa tubercolotico. Intanto tra i due fratelli si è stabilito un rapporto di caldissimo affetto, consolidato dalle visite alla vecchia nonna, che vive in un ospizio. Enrico, che ha trovato un posto da giornalista, parte per Roma, ed ancora una volta deve abbandonare il fratello. Viene la guerra ed i tragici avvenimenti successivi separano i due fratelli fino al 1944. Nel frattempo Dino si è sposato ed ha avuto una bambina, ma un male incurabile lo minaccia. Enrico allora porta il fratello a Roma con sé ma i suoi sacrifici sono inutili: Dino è condannato. L'ultima cosa che Enrico può fare per lui è riportarlo a Firenze.

Cronaca familiare avrebbe dovuto essere il primo film di Valerio Zurlini, un cineasta leopardiano - come scrive il conservatore della Cineteca nazionale Sergio Toffetti nel ricco volume sul film e il suo restauro - non soltanto per la sua vocazione a darci ritratti di adolescenti sofferti, ma per quel senso della corrispondenza tra stati d'animo e paesaggio che costituisce uno dei momenti di maggior fascino emozionale e visivo dei suoi film". Il regista nel 1952 diventa amico dello scrittore Vasco Pratolini. Nasce allora l'idea di girare un film a colori dal romanzo autobiografico. Il regista riprende quel progetto all'inizio degli anni '60 e chiede allo scrittore di aggiungere alla sceneggiatura, fedele al libro, alcune pagine che raccontino simbolicamente l'opposizione tra lui e suo fratello. La storia è quella di Enrico/Marcello Mastroianni, giovane giornalista di un quotidiano romano, che riceve l'annuncio della morte del fratello minore Dino/Jacques Perrin. E' in quel momento doloroso che Enrico ripercorre con la memoria il proprio passato con il fratello, fino a comprendere la personalità fragile di Lorenzo e l'affetto profondo che li ha legati. Rotunno ricorda di aver parlato a lungo con lo scrittore Pratolini che gli confessò di aver scritto il racconto Cronaca familiare in treno durante un viaggio tra Roma e Firenze, per liberarsi del rimorso di non aver avuto il coraggio di accompagnare suo fratello malato in ospedale e di vederlo morire.
"Pratolini non si dava pace, considerava il suo comportamento una vigliaccheria", spiega Rotunno che fuse quella dimensione psicologica rappresentata da neri e ombre, con il gusto pittorico di Zurlini per il pittore fiorentino Ottone Rosai. Lo stesso Zurlini scelse "la Firenze di Rosai, quella di piazza del Carmine, d'Oltrarno, una Firenze come si può immaginare che fosse nel Cinque-Seicento, staccata dalla modernità". Una città deserta, dalle strade vuote, senza passanti, "come sono vuoti i paesaggi di Rosai". Complicata fu la vicenda della stampa del film, perché Rotunno e Zurlini furono costretti a cambiare laboratorio in corso d'opera e per fortuna la Technicolor venne in aiuto.
"In quel periodo girare un film di quel tipo, così intimo e così povero, non era consigliabile se non in bianco e nero - rileva Rotunno - Il colore allora veniva utilizzato solo per film di grande spettacolo che potevano sopportare altissimi costi. Usare il colore per un film come questo aveva dunque il sapore della sfida".

(Cinecittà News)

“Alla notizia della morte del fratello minore Dino (Perrin), il giornalista Enrico (Mastroianni) ripercorre le varie fasi del loro difficile rapporto: dalla separazione alla morte della madre, quando Dino era stato adottato dal maggiordomo di un nobile che gli aveva cambiato il nome in Lorenzo perché più “aristocratico”, alla riunione, dalle visite alla vecchia nonna (Sylvie) ai difficili tentativi di Dino/Lorenzo di trovare un lavoro e farsi una famiglia fino alla morte improvvisa. Fedele trasposizione del lungo racconto autobiografico di Vasco Pratolini (...), il film è un acuto e commovente dramma psicologico che riprende il tema dei rapporti affettivi, colti nella cornice di un sorvegliato senso del paesaggio, che erano già al centro di La ragazza con la valigia: qui, è soprattutto la scoperta di una persona diversa, eppure simile, sullo sfondo di una Firenze autunnale (con la fotografia di Peppino Rotunno che cita esplicitamente i quadri di Rosai) che “rende ancor più struggente e malinconico questo tardivo incontro.

(Volpi)

“Sono stato assolutamente fedele al libro, ho anche aggiunto alcune cose che mancavano nel libro rendendo alcune pagine poco chiare (...) Mi sembrava che nel libro mancassero delle pagine e chiesi a Pratolini di scriverle. Pratolini riconobbe l’effettiva mancanza di queste pagine, spiegandomene il motivo, ed accettò di scrivere qualcosa per raccontare simbolicamente quella che poteva essere stata l’opposizione tra lui e suo fratello. Di fatto, esistono nel film due sequenze che nel libro non ci sono, ma sono comunque anch’esse di Pratolini”.

(Valerio Zurlini, Circolo del Cinema di Bellinzona)

“È un film dove l’amore nasce dal bisogno che “chi sta di fronte” ha di colui che “gira le spalle” e viceversa. È un film sulla debolezza, soggetto più raro di quanto non sembri”.

(Serge Daney)

“Comunemente quando si parla di Zurlini non passano tre frasi prima che vengano tirati in ballo i numi tutelari di Antonioni o Visconti: come dire che il suo è un cinema irrimediabilmente minore e inevitabilmente debitore della lezione dei grandi maestri del cinema italiano del secondo dopoguerra. Da Antonioni il gusto per la spoliazione figurativa e lo smarrimento esistenziale, da Visconti la storicità narrativa e la tendenza alla melodrammaticità decadente: pratica Zurlini archiviata. E invece. Invece basta guardare (e riguardare) attentamente Cronaca familiare, Leone d’oro alla XXIII Mostra del Cinema di Venezia (ex aequo con L'infanzia di Ivan di Andrej Tarkovskij), per cogliere appieno l’irriducibile singolarità della poetica zurliniana, vibrante di assonanze letterarie e risonanze pittoriche, permeata di struggimento interiore e sensibilità melanconica, materiata di esattezza spaziale e pregnanza sentimentale. Tutti motivi, questi, che trovano esemplare e supremo inveramento nel quarto lungometraggio di Valerio Zurlini (che segue a Le ragazze di San Frediano, 1954, Estate violenta, 1959, e La ragazza con la valigia, 1961). Già, perché se La prima notte di quiete (1972) sarà il suo film più autobiografico e incontrollato, Cronaca familiare, tratto dall’omonimo libro di Vasco Pratolini, è quello in cui si avverte e percepisce con maggiore nettezza la propensione squisitamente zurliniana a riversare la cifra degli affetti nel linguaggio filmico, che in tal modo si fa luogo di trasfigurazione e infiltrazione emotiva. In questo film così struggente e disperato, storia di un fratello maggiore (Mastroianni in un’interpretazione indimenticabile) che stenta a comprendere le ragioni del consanguineo più fragile e bisognoso di affetto (Perrin, attore giustamente prediletto da Zurlini), la messa in scena rimbomba di soluzioni visive sorde e discordanti, come se la divergenza sentimentale dei due fratelli si traducesse in configurazioni cinematografiche drammaticamente laceranti. Inquadrature lunghissime che culminano in posture “spalle alla macchina” (come la sequenza della telefonata da Firenze nell’incipit), composizioni del quadro che privilegiano l’ambiente rispetto alle figure umane talvolta escludendole dall’immagine (come negli scorci fiorentini di sapore rosaiano che originano dalla tela appesa in casa di Enrico), dialoghi immersi in opprimenti penombre in cui la formula del campo/controcampo è rigorosamente bandita e nei quali le reticenze e le confessioni smozzicate dicono tutta l’inconciliabilità dei linguaggi affettivi dei due fratelli (il primo dialogo a luce staccata in camera di Enrico): ecco come la lacerazione sentimentale si fa cinema in Zurlini. Opacamente. A nobilitare ulteriormente questo canto funebre aspro e dolce al tempo stesso (la marmellata d’arancio, sapore dell’infanzia perduta ed estremo vagheggiamento della madre mai conosciuta, è correlativo oggettivo del sentimento provato da Lorenzo) provvede il commento musicale di Goffredo Petrassi, che muove da larghezze maestosamente albinoniane nella prima parte per incrinarsi in sonorità contrappuntate da dissonanze nella seconda, modulando in fraseggi di morbida intimità nei momenti di più commovente tenerezza o tacendo pudicamente per lasciare spazio alla voce narrante di Enrico in quelli più introspettivi. E se la fotografia austera e cromaticamente smorzata di Giuseppe Rotunno non è estranea agli scorci della Firenze d’Oltrarno di Rosai, la capacità di iscrivere vividamente e concretamente le figure nello spazio è tutta zurliniana, una capacità che il sottostimato cineasta bolognese aveva già mostrato di possedere nei suoi film precedenti (Le ragazze di San Frediano, giova ricordarlo, era ambientato proprio a Firenze) e che in Cronaca familiare sublima in vera e propria maestria stilistica. Un epicedio cinematografico di lancinante, marmorea malinconia.”

(Alessandro Baratti sul sito Spietati.it)

“Resoconto autobiografico (di Pratolini) dei rapporti tra un giovane povero che aspira a diventare scrittore e il fratello minore, allevato da protettori ricchi, destinato a morire giovanissimo per un male incurabile. Zurlini voleva esordire con questo film, ma dovette rimandare il progetto per anni e anni. È la sua opera più matura e personale, in cui la sapienza figurati va (eccezionale fotografia di Rotunno influenzata dai pittori toscani degli anni trenta), l'acutezza psicologica, e la delicata analisi dei sentimenti si fondono per dare un'opera sentita e commovente, cui nuoce soltanto una caratterizzazione intimistica che a volte rischia il patetismo”.

(Georges Sadoul)

"Le reminiscenze letterarie e il rigoroso ossequio al testo di Pratolini unitamente alla cadenza di marca prettamente teatrale, offuscano in parte la validità di quest'opera riscattata però, sul piano stilistico, dall'uso del colore, qui vera e propria componente espressiva, dall' "isolamento psicologico" dei personaggi che assume l'importanza di una vera e propria "invenzione", dal clima dolente, quasi sussurrato e di rara funzionalità, dal ritmo, volutamente lento e quanto mai aderente al tono dell'opera e dall'ambientazione curata nei minimi particolari. In complesso si tratta di un'opera di grande impegno efficacemente interpretata."

(Segnalazioni cinematografiche, vol. 52, 1962)

CRONACA FAMILIARE (Italia, 1962), regia di Valerio Zurlini

 

Una poesia al giorno

Mūsu māja nepaliek tukša (La nostra casa non rimane vuota), della poetessa lettone Vizma Belševica

La nostra casa non rimane vuota
Ci svernano le farfalle.
E in fragili sogni di tempeste di neve
i fiori vengono a visitarle.
Nemmeno le mura e le travi
gli serrano le ali –
fra le onde blu di campanule
navigano vele bianche e nere.
Navigano attraverso l’inverno
in caldi raggi di margherite,
nuvole di polline maturo
fanno da nutrimento al loro sonno.
Quando in aprile apriremo le finestre
e lasceremo volar via le farfalle,
ancora a lungo per casa
vagheranno orfane le anime dei fiori.

 

Un fatto al giorno

3 marzo 1585: si inaugura il Teatro Olimpico di Vicenza, “opera iniziata nel 1580 da Palladio e completata dall’allievo Vincenzo Scamozzi. Qui viene recuperata la tipologia dell’antico teatro romano attraverso la creazione di una cavea conclusa da un colonnato trabeato e una maestosa scaenae frons, la scena architettonica fissa che chiude l’area di recitazione. Dietro le tre aperture della grande scena Palladio realizza cinque strade con prospettiva accelerata (pareti e pavimento fortemente convergenti) che simulano una grandissima profondità urbana. Le direzioni radiali delle strade permettono agli spettatori, ovunque siano seduti, di poterne vedere almeno una.”

(Emanuela Pulvirenti)

Teatro Olimpico di Vicenza, di Andrea Palladio

 

Una frase al giorno

“Ma se non si spera più negli uomini e non si spera in Dio?
Si spera ancora in se stessi, ci si riconosce in quelli che si lasciano”.

(dal film Cronaca Familiare)

 

Ugo Brusaporco
Ugo Brusaporco

Laureato all’Università di Bologna, Facoltà di Lettere e Filosofia, corso di laurea Dams. E’ stato aiuto regista per documentari storici e autore di alcuni video e film. E’ direttore artistico dello storico Cine Club Verona. Collabora con i quotidiani L’Arena, Il Giornale di Vicenza, Brescia Oggi, e lo svizzero La Regione Ticino. Scrive di cinema sul settimanale La Turia di Valencia (Spagna), e su Quaderni di Cinema Sud e Cinema Società. Responsabile e ideatore di alcuni Festival sul cinema. Nel 1991 fonda e dirige il Garda Film Festival, nel 1994 Le Arti al Cinema, nel 1995 il San Giò Video Festival. Ha tenuto lezioni sul cinema sperimentale alle Università di Verona e di Padova. È stato in Giuria al Festival di Locarno, in Svizzera, e di Lleida, in Spagna. Ha fondato un premio Internazionale, il Boccalino, al Festival di Locarno, uno, il Bisato d’Oro, alla Mostra di Venezia, e il prestigioso Giuseppe Becce Award al Festival di Berlino.

INFORMAZIONI

Ugo Brusaporco

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web www.brusaporco.org