“L’amico del popolo”, 2 marzo 2017

L'amico del popolo
Grandezza Carattere

“L’amico del popolo”, spazio politico di idee libere, di arte e di spettacolo. Una nuova rubrica ospiterà il giornale quotidiano dell’amico veronese Ugo Brusaporco, destinato a coloro che hanno a cuore la cultura. Un po’ per celia e un po’ per non morir...

Un film al giorno

MAKE WAY FOR TOMORROW (Cupo tramonto, USA, 1937), regia di Leo McCarey. Sceneggiatura: Viña Delmar, dalla pièce teatrale di Helen e Noah Leary, a sua volta basata sul romanzo di The Years Are So Long di Josephine Lawrence. Fotografia: William C. Mellor. Montaggio: LeRoy Stone. Musica: Victor Young, George Antheil. Con: Victor Moore (Barkeley Cooper), Beulah Bondi (Lucy Cooper), Fay Bainter (Anita Cooper), Thomas Mitchell (George Cooper), Maurice Moscovitch (Max Rubens), Minna Gombell (Nellie Chase), Porter Hall (Harvey Chase).

Una vecchia coppia di sposi è costretta, per difficoltà finanziarie, ad abbandonare la propria casa e ad accettare la ospitalità che le viene, a denti stretti, offerta dai figli. Il padre viene accolto in casa di una figlia sposata nel West; la madre in casa di un figlio, anch'esso sposato, a New York. E' il primo distacco dopo cinquant'anni di vita serena in comune. I due vecchi, pur cercando di fare del loro meglio, finiscono per essere di peso ai figli e, dopo un ultimo incontro nei luoghi che cinquant'anni prima li videro felici, si separano per sempre: lui per andare in California presso un'altra delle loro figlie, lei per entrare in un asilo di vecchi.

''Cupo tramonto'' è un film drammatico del 1937 che ha come regista Leo McCarey che ha altre esperienze in cabina di regia come ''Bromo and Juliet''. Tra i protagonisti c'è Victor Moore che rivediamo in ''Chimmie Fadden'' o in ''Chimmie Fadden Out West'', protagonista anche Beulah Bondi che possiamo trovare anche in ''Nel mondo della luna'' o ancora in ''Il sentiero del pino solitario', è inoltre protagonista Fay Bainter che rivediamo in ''Dolce inganno'' o con un'altra interpretazione in ''Bandiere bianche''.

“Pensa al futuro!”, dice ironicamente il titolo di questa commedia triste sulla vecchiaia, di squisita realizzazione. Ne dice l'autore: “Era, nonostante tutto lo humour che conteneva, la storia più triste ch'io abbia girato. È l'avventura di una coppia che ha cinque bambini e che li alleva e, per storie di soldi, si trova ridotta a vivere a carico dei figli, che hanno le loro grane e litigano continuamente a proposito dei genitori... ” Un insieme molto buffo e molto drammatico.

(Georges Sadoul)

Una vecchia coppia, insieme da cinquant’anni, riunisce figli e congiunti per annunciare che è costretta, causa debiti, a mettere in vendita la casa. Invece di aiutarli i giovani si trincerano dietro le loro varie difficoltà, e accettano a fatica di ospitarli a turno, costringendoli alla promiscuità e ben presto alla separazione. Lei finirà in un ospizio per vecchi a New York, lui presso una delle figlie in California. Aspettando la partenza del treno, vivranno un’ultima serata felice, sui luoghi della loro luna di miele.

(Claude Beylie)

Per il Dizionario Mereghetti è un “capolavoro inclassificabile, né commedia né melodramma [...] una delle punte più alte del cinema hollywoodiano classico”, dallo “stile smagliante e limpido” e dalla “intensità emozionale struggente”. Per il Dizionario Morandini è “un grande esempio di cinema realistico per il sagace equilibrio tra temi privati e pubblici”, dalla “melanconica bellezza”.
È celebre la frase pronunciata da McCarey quando accettò l’Oscar per la regia di The Awful Truth: “Grazie, ma me l’avete dato per il film sbagliato”. Si riferiva, naturalmente, all’altro suo film del 1937, Make Way for Tomorrow, un tale fiasco al botteghino che la Paramount non gli aveva rinnovato il contratto. Se oggi quel film è considerato uno dei suoi migliori, è comunque difficile scegliere tra Make Way for Tomorrow e The Awful Truth: si tratta di due opere ugualmente intense, personali e rivoluzionarie sullo stesso tema (la santità del matrimonio, nel senso religioso del termine), girate con la stessa libertà di improvvisazione eppure situate su piani emotivi completamente diversi.

“Se The Awful Truth esplode di gioia per un amore che viene messo alla prova e si dimostra trionfante, Make Way for Tomorrow è, per citare Jacques Lourcelles, “il capolavoro del cinema della crudeltà, che nell’intensità quasi insopportabile delle sue sequenze finali supera le opere migliori dei più grandi specialisti del genere (come, per esempio, Buñuel)”. Storia di un’anziana coppia, interpretata da Victor Moore e Beulah Bondi, la cui vita di sacrifici compiuti per il bene reciproco e per amore dei figli conduce a una brutale separazione finale, il film immagina il profondo, sistematico fallimento della rete di relazioni che tiene insieme l’universo di McCarey: una rete che inizia con la coppia romantica, si estende alla famiglia, agli amici e alla comunità elevandosi fino alla gloria della democrazia e poi allo splendore di un Dio benevolo anche se disperatamente distante. Con Make Way for Tomorrow McCarey osa porsi la domanda che ogni grande artista prima o poi deve affrontare: e se le sue convinzioni più profonde fossero sbagliate? Per McCarey, regista dalla socievolezza suprema, ecco l’orribile verità: sapere che l’uomo nasce solo, e solo è destinato a morire”.

(Dave Kehr)

“Dal romanzo The Years Are So Long di Josephine Lawrence, adattato a teatro da Helen e Nolan Leary. In difficoltà finanziarie e costretti a lasciare la loro casa, due vecchi coniugi scoprono di essere diventati un peso per i loro quattro figli, egoisti e gretti. Andranno a finire i loro giorni, lei in un ospizio a New York, lui in casa di una figlia in California. Uno dei rari film sulla vecchiaia, tema impopolare. Non ebbe successo, infatti, e la sua melanconica bellezza, paragonabile al cinema del giapponese Ozu per sobrietà di linguaggio, sensibilità, controllata tenerezza, fu riconosciuta da pochi critici. È anche un grande esempio di cinema realistico per il sagace equilibrio tra temi privati e pubblici, per la lucida amarezza con cui analizza la condizione umana in una società materialista dove il denaro, valore supremo, diventa un ostacolo alla riconoscenza e persino all'esistenza della vecchiaia”.

(Josephine Lawrence)

Nel 1937 il National Board of Review of Motion Pictures l’ha inserito nella lista dei migliori dieci film dell’anno. Il melodramma più bello: “Cupo tramonto” di McCarey.

Make Way for Tomorrow è quasi identico alla storia di Tokyo Monogatari di Yasujiro Ozu: un racconto sulla estraneità dei propri figli, la vecchiaia e la prospettiva della morte. Il film fu il preferito di John Ford e anche dello stesso McCarey tra i propri film - che non è poco, considerando che nello stesso decennio ha diretto Duck Soup, The Awful Truth e Love Affair.
Una vecchia coppia non ha più i presupposti per stare insieme. Si separano. I genitori sono più che altro una vergogna per i figli, anche se loro stessi non lo sembrano capire, o almeno non lo ammettono: si comportano con umiltà e gratitudine. La recita di gesti cortesi e di una fredda razionalità sono aspetti basilari della vita quotidiana, e nessuno li ha probabilmente studiati nello stesso modo di Leo McCarey. Particolarmente coraggioso è il modo in cui lascia che il comportamento poco diplomatico dei vecchi diventi offensivo. Diventano noiosi e irritanti, fino ai limiti della crudeltà e volgarità. Le piccole saporite gag accentuano il teatro sociale nel varco generazionale: che cosa significa essere dei vecchietti paurosi nella società dell'efficienza apparente e della fretta simulata. Il tempo è quasi un protagonista del dramma. Si manifesta prima di tutto come noia: i vecchi non controllano più il tempo, il silenzio, i non-avvenimenti - e la loro vita sembra proprio così dal punto di vista di una nevrotica mezza età. In secondo luogo, il tempo si addensa durante l'ultima mezz'ora. Alla vecchia coppia rimangono solo cinque ore, durante le quali devono incontrarsi e dire addio anche ai loro figli. La storia finisce sulla piattaforma della stazione. Lui è sul treno, lei rimane nella stazione. Entrambi sanno che l'addio è definitivo e che la scena sarà probabilmente l'ultima della loro vita insieme. Questa partenza è una piccola morte. Non servono parole, ma lui dice comunque che ogni momento è stato come una festa. Così esprime il significato dell'amore in modo più semplice che in qualunque altro film. Il finale è una prova bellissima di quello che intendeva Jean Renoir quando disse che "Leo McCarey capiva l'essere umano forse meglio di chiunque altro a Hollywood".

(Peter von Bagh, Il cinema ritrovato)

“Dirò piuttosto dei rapporti sottili, d’ordine qualche volta psicologico, che la casa contrae col film. Dirò di quello che è stata ed è per me la casa nel film. Dirò se mi è riuscito qualche volta di abitare un film (...). Ho visitato sullo schermo migliaia e migliaia di case. Ho visitato la casa Usher, il palazzo di Monsieur Beaucaire, i salotti di Alberto Collo, la capanna di Charlot, la camera ammobiliata del mostro di Dusseldorf, la soffitta del professor Unrath, l’appartamento di Cupo tramonto, la casa di tolleranza di Maria, leggenda ungherese, la pensione di Mattia Pascal, la stanza da bagno della contessa Martza, lo studio di pittori del Milione, il castello del cittadino Kane, la casa dei pescatori di Aran. Con quelle, migliaia e migliaia di case. Devo dire che raramente mi è parso di vivere in quelle case. (...) al cinema la casa è elemento necessario sempre, anche se non pare. Se esiste, ha pochi attimi di silenzio: quando i personaggi si avvicinano all’obiettivo ingrandendosi. La casa allora si allontana, si perde nel flou. Ma subito dopo gli oggetti riprendono a funzionare, rientrano nell’immagine da tutte le parti, rivendicano la loro necessità. È chiaro che il carattere di questa necessità, in un’arte che si raccomanda prima di tutto agli occhi: gli oggetti vi acquistano una funzione continua di contrappunto e possono qualche volta persino assumere un valore di personaggio... Nel film intimista e psicologico, la casa risponde in un modo più discreto, e gli oggetti suggeriscono spesso. Il disperato inutile trillo della sveglia in Alba tragica diventa il lamento della sedia a dondolo di Cupo tramonto. Nel film espressionista, apparso in Germania nell’altro immediato dopoguerra, la casa ha assunto una violenza interpretativa necessaria per mediare le passioni degli uomini.”

(Dino Risi, su Domus)

 

Una poesia al giorno

Um Mitternacht (A mezzanotte), di Friedrich Rückert

Ero sveglio a mezzanotte
e ho guardato in alto verso il cielo;
Nessuna delle migliaia di stelle
mi ha sorriso a mezzanotte.
A mezzanotte ho pensato
Oltre i confini dell'oscurità.
Nessuna folgorazione
mi ha dato conforto a mezzanotte.
A mezzanotte ho ascoltato
I battiti del mio cuore
Un unico palpito di dolore
Fiammeggiava a mezzanotte.
A mezzanotte ho combattuto la battaglia
delle tue sofferenze, o umanità,
Ma non potei terminarla
Con le mie forze a mezzanotte.
A mezzanotte ho deposto
La mia forza nelle tue mani!
Signore della morte e della vita:
Tu a mezzanotte vegli!

Friedrich Rückert

 

Un fatto al giorno

2 marzo 1936: viene eletto Papa Pio XII, detto Pastor Angelicus, è stato il 260º papa della Chiesa cattolica e 2º sovrano dello Stato della Città del Vaticano dal 2 marzo 1939 al 9 ottobre 1958. Era nato a Roma il 2 marzo 1876, morirà a Castel Gandolfo il 9 ottobre 1958.

“...Nominato cardinale nel 1929, successe a P. Gasparri come segretario di stato, divenendo così il più stretto collaboratore di Pio XI, che rappresentò in viaggi ufficiali in Europa e in America e alla cui morte fu eletto papa il 2 marzo 1939. Levò la sua voce ad ammonire i governi, nel pericolo imminente della seconda guerra mondiale (allocuzione del 3 marzo 1939, appello del 21 agosto e nota diplomatica del 31 agosto) e con la sua prima enciclica, Summi pontificatus (20 ottobre), volle indicare i modi e i fini di una pacifica convivenza dei popoli. Interpose la sua opera per evitare l'estensione del conflitto e specialmente la partecipazione dell'Italia alla guerra, rivolgendosi prima a Vittorio Emanuele III (visita al Quirinale, 28 dicembre) e poi con lettera autografa (24 aprile 1940) a Mussolini. Nei confronti della Germania, dove continuavano le vessazioni contro la Chiesa, Pio XII cercò con proteste, appelli, note diplomatiche, di migliorare le relazioni, senza riuscirvi. Nello stesso tempo il Sant'Uffizio condannò alcune aberrazioni della teoria e della pratica del nazismo: l'eutanasia, messa in campo per sopprimere coloro che il regime considerava “non meritevoli di vita” (2 dicembre 1940), e la sterilizzazione, soprattutto coatta (23 febbraio 1941). Un'opera importante di assistenza per le popolazioni in guerra fu quella voluta da Pio XII con l'organizzazione, presso la segreteria di Stato, di un Ufficio Informazioni sui prigionieri e dispersi che trattò più di dieci milioni di casi. Per Roma, il suo intervento per farla riconoscere “città aperta”, se non riuscì a evitare i bombardamenti, valse però a impedire che la città divenisse campo di battaglia fra due eserciti; per questo Pio XII fu acclamato il 5 giugno 1944 da un'immensa folla in San Pietro defensor civitatis. Le modalità degli interventi per denunciare e frenare la persecuzione nazista contro gli ebrei (generalmente aiutati e protetti dalla Chiesa e, a Roma, dallo stesso Vaticano) provocarono invece in seguito critiche nei confronti dell'operato di Pio XII, giudicato insufficiente, e ricorrenti polemiche ...”

(Da Enciclopedia Italiana Treccani)

Papa Pio XII

 

Una frase al giorno

“Uno stolto che non dice verbo non si distingue da un savio che tace”.

(da Il dispetto amoroso, di Molière)

 

Ugo Brusaporco
Ugo Brusaporco

Laureato all’Università di Bologna, Facoltà di Lettere e Filosofia, corso di laurea Dams. E’ stato aiuto regista per documentari storici e autore di alcuni video e film. E’ direttore artistico dello storico Cine Club Verona. Collabora con i quotidiani L’Arena, Il Giornale di Vicenza, Brescia Oggi, e lo svizzero La Regione Ticino. Scrive di cinema sul settimanale La Turia di Valencia (Spagna), e su Quaderni di Cinema Sud e Cinema Società. Responsabile e ideatore di alcuni Festival sul cinema. Nel 1991 fonda e dirige il Garda Film Festival, nel 1994 Le Arti al Cinema, nel 1995 il San Giò Video Festival. Ha tenuto lezioni sul cinema sperimentale alle Università di Verona e di Padova. È stato in Giuria al Festival di Locarno, in Svizzera, e di Lleida, in Spagna. Ha fondato un premio Internazionale, il Boccalino, al Festival di Locarno, uno, il Bisato d’Oro, alla Mostra di Venezia, e il prestigioso Giuseppe Becce Award al Festival di Berlino.

INFORMAZIONI

Ugo Brusaporco

e-mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
web www.brusaporco.org