“L’amico del popolo”, 27 febbraio 2017

L'amico del popolo
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“L’amico del popolo”, spazio politico di idee libere, di arte e di spettacolo. Una nuova rubrica ospiterà il giornale quotidiano dell’amico veronese Ugo Brusaporco, destinato a coloro che hanno a cuore la cultura. Un po’ per celia e un po’ per non morir...

Un film al giorno

IL CRISTO PROIBITO (Italia, 1951), scritto, diretto e musicato da Curzio Malaparte. Fotografia: Gábor Pogány. Montaggio: Giancarlo Cappelli. Con: Rina Morelli, Raf Vallone, Elena Varzi, Anna Maria Ferrero, Alain Cuny, Gino Cervi, Gabriele Ferzetti.

Bruno torna in Toscana dalla prigionia dei campi sovietici, deciso a vendicare la morte del fratello, un partigiano fucilato dai tedeschi in seguito al tradimento di un compaesano. Giunto al suo paese, viene però accolto con molta diffidenza e omertà: tutti sanno, ma nessuno vuol confessare, nemmeno la madre. Il villaggio è stato già scosso troppo dalle crudeltà della guerra, per poter accettare ancora vendette e spargimento di sangue. Sarà mastro Antonio, il falegname, con la sua convinzione che la morte per gli altri, come quella di Cristo, sia l'unica forma di giustizia, a mostrare a Bruno la strada da seguire.
Il Cristo proibito è la prima e unica regia cinematografica dello scrittore toscano Curzio Malaparte. Traendo spunto dal suo stesso romanzo, Malaparte descrive con indubbio talento la situazione italiana del dopoguerra, ancora intenta a contare i danni del conflitto appena concluso, ma già piena di speranza e di voglia di guardare al futuro.

“La sola regia dello scrittore Curzio Malaparte, autore anche della colonna sonora e della sceneggiatura, tratta dal suo omonimo romanzo scritto nel 1945 e pubblicato due anni dopo. Virtuosa estensione alternabile dei temi, immersi nelle vicende tragiche del secondo conflitto mondiale e le sue logiche esistenziali, concettuali e etiche che gli eventi di guerra hanno prodotto, tra sfiducia e speranza, il concreto e la rincorsa all'ideale. Eloquente didattica sulla vendetta, mai fine a se stessa, che esercita sottostrati di virtù santificate, preposte al perdono scaturito dalla coscienza, esigenza che fa dell'uomo un vero Cristo, cui è proibita la rivalsa. Buon cast, con notevole prova di Rina Morelli. All'epoca, gran successo all'estero, ma bersagliato dalla critica italiana, soprattutto rivolta al testo, per l'impostazione pianificata sulla riconciliazione delle ideologie politiche. Nel 1950, l'antifascismo era vigile e imperante.
Tutta la attività letteraria di Curzio Malaparte, in questo dopoguerra, ha mirato a dare ai contemporanei un quadro crudele eppure accorato della loro epoca. La polemica - l’umana polemica di un uomo che mette in guardia i suoi simili contro, se stessi - era presente in ogni sua opera per l’immediata forza probante degli argomenti trattati, ma, affidata com’era al meno dischiuso mondo delle lettere, non arrivava a tutti, apertamente. Oggi, di fronte ai pericoli sempre più aspri che gli uomini sembrano reciprocamente suscitarsi, Malaparte sente la necessità di estendere, anche più chiara, la sua dura polemica e si volge fiducioso al cinema come alla forma più comprensibile e aperta di linguaggio moderno; vi si volge, ricco di tutta la sua civilissima e antica esperienza letteraria, ardente di tutto il suo umanissimo travaglio di contemporaneo cosciente di errori che minacciano il suo tempo.”

(Gian Luigi Rondi, Il tempo)

“Un reduce (Raf Vallone) tornato al natio villaggio, rappacificato dopo la guerra, vuole uccidere il traditore del fratello, ma il sacrificio di un "santone" che si fa uccidere da lui dicendo d'essere il malvagio, lo fa ravvedere e gli fa perdonare. L'unico film di Malaparte, scrittore di indubbio talento. Ma egocentrico, compiaciuto, effettistico, il film risente di tutta la sua opera letteraria e - oltre la perizia narrativa, notevolissima per un autore che s'accosta al cinema per la prima volta - ne contiene tutti i limiti”.

(Georges Sadoul)

“Ci sembra che il film dia, con chiarezza estrema, una conferma della confusione, della grettezza morale e dell'insulsaggine del Malaparte. A quanto scriveva Gramsci di lui: "Il carattere fondamentale del Suckert (Malaparte) è uno sfrenato arrivismo, una sviscerata vanità e uno snobismo camaleontesco; per avere successo il Suckert era capace di ogni scellerataggine..." Non abbiamo davvero altro da aggiungere".

(Edoardo Bruno, "Filmcritica", vol. I, 4, aprile 1951)

“Se il Neorealismo avanguardia fu è forse perché scaturì da una crisi politica, ideale e culturale e dall'esigenza di revisionare ex novo ideologia, arte e letteratura. E la crisi non era solo storica, ma esistenziale, umana, intima, religiosa, filosofica (tracce tutte presenti nel Cristo proibito di Malaparte), pur nella confusione fascista, populista, anarchica, sindacal-rivoluzionaria e marxista: si trattava di “chiarire il caos” o di un “caos di chiarezze”? Scrive Guglielmi che “in questa prospettiva i neorealisti coltivano un'idea della realtà anacronistica e mutilata che risaliva alla fase preindustriale dello sviluppo storico e che essi (i neorealisti) commettevano l'errore di riproporre in un ambito storico-sociale che, essendo profondamente mutato, clamorosamente ne denunciava la inadeguatezza e i limiti”.
“...il film sviluppa il tema della solidarietà e dell'altruismo nei toni e nei timbri della tragedia antica, pur calando fatti e personaggi nell'ambiente contadino di un'Italia sconvolta dalla guerra, con le ferite non ancora rimarginate. E se l'opera rimase sostanzialmente isolata nel panorama del cinema italiano di quegli anni, e in gran parte può essere considerata formalmente irrisolta, essa indicò una possibile strada per superare i limiti del neorealismo, che proprio allora denunciava chiaramente la sua prossima fine; richiamandosi per certi aspetti al cinema di Giuseppe De Santis, anch'egli preoccupato di portare avanti, oltre il primo neorealismo, un discorso più articolato e criticamente elaborato sulla realtà sociale contemporanea.”

(Gianni Rondolino)

“Si veda [...] come nel film l'autore resti sempre al di qua della macchina da presa, fuori dalla vicenda, inavvertibile, tanto che lo spettatore si identifica con lui, guarda con i suoi occhi, ma senza accorgersene. E quando l'autore vuol rendere evidente la sua presenza come narratore si cala in un personaggio e fa raccontare la storia da lui in prima persona servendosi della parola e intervenendo, così, in forma di speaker. Ma appena dalla voce che rievoca si passa alla rappresentazione della vicenda, la finzione cade e il personaggio che agisce sullo schermo si obbiettiva e perde ogni identità con l'autore. Talché, molto spesso questa forma non è altro che un espediente per collegare le diverse scene e dare unità al film aggirando quelle difficoltà che la fantasia non riesce a vincere. Nel romanzo, invece, è proprio il mezzo usato, la parola, che permette il racconto in prima persona. Si è che attraverso le immagini non si racconta, ma si rappresenta, e la differenza non è piccola”.

(Luigi Chiarini)

Rina Morelli in IL CRISTO PROIBITO (Italia, 1951), scritto, diretto e musicato da Curzio Malaparte

 

Una poesia al giorno

Pantomima, di Paul Verlaine

Pierrot che non ha niente d'un Clitandro
si vuota un fiasco senza più attendere
e, pratico, prende a morsi un pasticcio.
Cassandro, in fondo al viale,
versa una lacrima misconosciuta
per il nipote diseredato.
Quel ribaldo di Arlecchino combina
il rapimento di Colombina
e si fa quattro piroette.
Colombina sogna, sorpresa
di sentire un cuore nella brezza
e di udire delle voci nel suo cuore.

 

Un fatto al giorno

27 febbraio 1511: il giorno di giovedì grasso, Udine (Crudel Joibe Grass, Crudele Giovedì Grasso).
Antonio Savorgnan (I Savorgnan, famiglia della nobiltà udinese dichiaratamente filoveneziana, cavalcarono il malcontento inasprendo il conflitto sociale, allo scopo di approfittare della situazione per trarne vantaggi personali) inscenò un attacco imperiale a Udine (in realtà si trattava di soldati cividalesi comandati da Alvise da Porto, suo nipote), chiamando a raccolta la popolazione per la difesa della città. Nel mezzo del caos creato dal mancato attacco, i bravi dei Savorgnan aizzarono la popolazione in armi al saccheggio delle dimore cittadine dei della Torre cui seguirono, sull'onda della brama di bottino, quelle di tutta la nobiltà udinese, fatta eccezione per il palazzo dei Savorgnan, vero quartier generale della rivolta.
Molti membri delle famiglie della Torre, Colloredo, della Frattina, Soldonieri, Gorgo, Bertolini e altre furono trucidati, i loro cadaveri furono spogliati e abbandonati per le vie del centro, se non lasciati come pasto ai cani o trascinati nel fango e poi gettati in prossimità dei cimiteri. I rivoltosi indossarono poi gli abiti dei nobili inscenando una macabra mascherata e imitando i modi degli originari possessori incarnando di fatto lo spirito di “inversione delle parti” tipico del carnevale. I nobili che riuscirono a fuggire si ritirarono nei loro castelli o, al di là del Tagliamento, nel Friuli occidentale.
A questo punto si era concluso il piano di Antonio Savorgnan che, rimasto ufficialmente estraneo alle sommosse, aveva di fatto eliminato fisicamente gran parte dei nobili suoi avversari politici. Nel tentativo di evitare eventuali tradimenti fece assassinare due suoi uomini d'arme a conoscenza delle sue implicazioni e ne fece gettare i cadaveri, assieme a quello di una terza testimone, nel pozzo di San Giovanni. Solo dopo alcuni giorni arrivò in città un contingente armato proveniente da Gradisca che riuscì a riportare l'ordine pubblico, ma non a interrompere la baldoria carnevalesca incentrata sullo scherno nei confronti dei nobili assassinati.

 

Una frase al giorno

“Che cosa sarebbe avvenuto nel mondo di noi tutti se fra tanti morti non vi fosse stato un Cristo?”

(Da “La pelle” di Curzio Malaparte)

 

Ugo Brusaporco
Ugo Brusaporco

Laureato all’Università di Bologna, Facoltà di Lettere e Filosofia, corso di laurea Dams. E’ stato aiuto regista per documentari storici e autore di alcuni video e film. E’ direttore artistico dello storico Cine Club Verona. Collabora con i quotidiani L’Arena, Il Giornale di Vicenza, Brescia Oggi, e lo svizzero La Regione Ticino. Scrive di cinema sul settimanale La Turia di Valencia (Spagna), e su Quaderni di Cinema Sud e Cinema Società. Responsabile e ideatore di alcuni Festival sul cinema. Nel 1991 fonda e dirige il Garda Film Festival, nel 1994 Le Arti al Cinema, nel 1995 il San Giò Video Festival. Ha tenuto lezioni sul cinema sperimentale alle Università di Verona e di Padova. È stato in Giuria al Festival di Locarno, in Svizzera, e di Lleida, in Spagna. Ha fondato un premio Internazionale, il Boccalino, al Festival di Locarno, uno, il Bisato d’Oro, alla Mostra di Venezia, e il prestigioso Giuseppe Becce Award al Festival di Berlino.

INFORMAZIONI

Ugo Brusaporco

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