“L’amico del popolo”, 24 febbraio 2017

L'amico del popolo
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“L’amico del popolo”, spazio politico di idee libere, di arte e di spettacolo. Una nuova rubrica ospiterà il giornale quotidiano dell’amico veronese Ugo Brusaporco, destinato a coloro che hanno a cuore la cultura. Un po’ per celia e un po’ per non morir...

Un film al giorno

IL POTERE (Italia, 1971) scritto e diretto da Augusto Tretti. Fotografia: Ubaldo Marelli. Montaggio: Giancarlo Raineri. Musica: Eugenia Tretti. Con: Paola Tosi, Massimo Campostrini, Ferruccio Maliga.

Uno dei film fondamentali della Storia del Cinema non solo italiana. Un film politico che costò all'autore la fine della sua carriera cinematografica. Tretti fu vittima della caccia alle streghe italiana, come Trentin, D'Alessandro e altri, ma la loro storia è ancora da raccontare.

“Il cineasta italiano realizza satira feroce contro i diversi sistemi di potere e un discorso ironico e critico sul cinema. Un film da rivedere, un regista da rivalutare. I festival e le mostre del cinema non sono utili solo per avere la panoramica più amplia possibile sul cinema attuale, con le sue diverse tendenze e provenienze, ma anche per scoprire o riscoprire autori e film del passato, soprattutto se, per i più disparati motivi (problemi di distribuzione, sbagli critici, ecc.) sono passati in sordina all’epoca e oggi vengono praticamente dimenticati. Quest’anno la retrospettiva, intitolata Orizzonti 1961-1978, è stata dedicata al cinema italiano sperimentale e, in più in generale, indipendente e di ricerca. Diverse le pellicole proiettate... Tra gli omaggi più interessanti e curiosi di tale rassegna risulta indubbiamente quello ad Augusto Tretti, aiuto regista di Federico Fellini e autore di nicchia degli anni ’60 e ’80. Il cineasta italiano ha in realtà realizzato solo quattro film (La legge della tromba, Il potere, Alcool, più il cortometraggio documentario Mediatori e carrozze), non riuscendo mai a girare La battaglia di Lissa, a causa dei non pochi problemi avuti con la produzione e la censura, che lo ritenevano giustamente un regista politicamente scomodo per la sua vena satirica contro il sistema politico ed economico capitalista. Anche il modo di lavorare del regista può essere considerato particolare e anticonformista, soprattutto per quanto riguarda la stesura della sceneggiatura che, dialoghi a parte, era volutamente abbozzata. Lunedì 5 settembre 2016 è stato fatto un omaggio all’autore, proiettando prima il piccolo documentario dedicategli nel 1985 Augusto Tretti: ritratto di Maurizio Zaccaro (presente in sala per introdurre la figura del cineasta) e, soprattutto, Il potere, commedia grottesca di Tretti datata 1971. L’ultima opera citata è una piccola panoramica su come il potere (o meglio, tre poteri: militare, commerciale e agrario, rappresentati in diverse scene da alcune maschere) ha sottomesso, ingannato e soggiogato il popolo nelle diverse epoche storiche, dall’età della pietra, passando per l’antica Roma e il Far West, arrivando al ventennio fascista e all’era consumistica del boom economico. La pellicola di Tretti illustra queste fasi storiche in modo ironico e farsesco, con diverse idee divertenti e originali, come ad esempio quella del finto spot dell’inutile e inventato oggetto Moblon, presente nell’ultima parte, solo per citare la più riuscita. Di tanto in tanto, però, l’umorismo viene interrotto da alcune fotografie di tragici e violenti eventi all’epoca attuali, aumentando maggiormente la critica al sistema e scuotendo emotivamente e improvvisamente lo spettatore, che così passa di colpo dalla comicità graffiante dello svolgimento narrativo alla drammaticità cruda e veritiera delle foto mostrate.
Anche se ad una prima visione può apparire tutto sommato piuttosto semplice, ingenua e un po’ rozza, l’opera di Tretti risulta in realtà abbastanza complessa, non solo per le interruzioni drammatiche descritte prima, ma anche per la particolarità della messa in scena. Girato a basso costo, Il potere esplicita la sua povertà economica in ogni momento, utilizzando gli stessi attori in tutti gli episodi, facendo uso più volte delle maschere (non solo quelle dei tre poteri, ma anche quella di Mussolini, personaggio principale della penultima parte) e mostrando in modo davvero palese che molte sequenze sono filmate in un paesino di campagna, sia quando si tratta di mettere in scena l’età della pietra, che il Far West. Così, la povertà di mezzi è in questo caso non solo una condizione imposta dalla produzione, ma persino una scelta politica di fondo, quasi che Tretti abbia voluto protestare contro un certo cinema, italiano e non solo, dai budgets altissimi e talvolta sprecati, dimostrando a quei produttori e registi che si può realizzare un film di fiction con messaggi forti e precisi anche con poche risorse economiche a disposizione. Altro elemento interessante della pellicola è il gioco continuo con i diversi generi cinematografici, i quali vengono sbeffeggiati e omaggiati al tempo stesso, soprattutto nei primi tre episodi. Infatti, la parte preistorica, soprattutto la primissima scena con l’inseguimento di un gallo, ricalca il film d’avventura; la seconda il peplum storico e film come Ben Hur (W. Wyler, 1959) e Spartacus (S. Kubrick, 1960); mentre il terzo è una chiara parodia dei western americani. Tretti, esplicitando la povertà di mezzi e giocando con i generi, passa da un discorso storico/politico ad uno puramente cinematografico, da un lato contestando i poteri economici della settima arte, dall’altro scomponendo ironicamente gli stereotipi, le convenzioni e quindi l’immaginario stesso che Hollywood ha trasmesso agli spettatori di tutto il mondo. In conclusione, forse Il potere non è un film perfetto, né probabilmente vuole esserlo, ma risulta comunque molto interessante, divertente e persino affascinante; un film da recuperare assolutamente, sperando che la proiezione alla 68esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia sia solo l’inizio di un percorso di ridistribuzione, magari in home video e in qualche fascia oraria televisiva”.

(Juri Saitta)

Il capolavoro di Augusto Tretti, una messa alla berlina del potere che non lascia scampo, e che viene condotta da uno spirito cinematografico privo di qualsiasi confine. Lui era un autarchico.
Il film descrive in maniera surreale le dinamiche dell’acquisizione del potere nelle varie epoche storiche, dalla preistoria al consumismo dell’Italia contemporanea, passando per l’Impero romano, la conquista del West a spese dei nativi indiani, il ventennio fascista. Le varie scene sono commentate da tre belve, un leone, una tigre e un leopardo, rappresentanti rispettivamente il potere militare, il potere economico, e il potere agrario.

Quanti registi, per niente “intessuti” nel sistema, hanno dovuto rincorrere i produttori, implorare pochi spiccioli per portare a termine i propri film, dormito con le bobine dell’incompiuto sotto il letto, in attesa di tempi migliori? Troppi, senza dubbio troppi. La storia del cinema italiano – ma di ogni cinematografia – è piena zeppa di autori che, senza santi in paradiso e protettori nelle aule del potere, hanno dovuto sudare e lottare per potersi permettere quella che i più sintetizzano con il termine “carriera”. Ne è un esempio recente quello di Claudio Caligari che, dopo essere stato ridotto quasi al silenzio con tre film diretti in trent’anni (Amore tossico, L’odore della notte e Non essere cattivo), ha ottenuto gloria e onori solo dopo la morte, con l’ultimo titolo preso per mano fin dalla proiezione alla Mostra di Venezia e portato fino alla candidatura dell’Italia ai prossimi premi Oscar per il miglior film straniero.

Un altro esiliato dal sistema fu Giulio Questi, che appena prima di morire fece in tempo a essere omaggiato dal Torino Film Festival, dimostrando anche a un pubblico di giovani che non avevano mai maneggiato la sua filmografia quale fosse il significato di termini come “stile” e “pensiero politico”. Trecentosessantacinque giorni dopo l’omaggio in quel del Piemonte tocca a un altro alieno della Settima Arte italiana: Augusto Tretti. Se è giusto far notare come Tretti, esattamente alla stessa stregua di Questi, avesse imparato a imbracciare non solo la macchina da presa ma anche il fucile, in guerra partigiana sui monti contro l’invasore nazista e i fascisti, è perché questa esperienza radicale si riverbererà tanto nel cinema dell’uno quanto in quello dell’altro, e nei modi più diversi.
Questi darà sfogo alla sua esperienza di lotta attraverso la lente deformante del “popolare”, proponendo versioni decisamente personali dello spaghetti-western (Se sei vivo spara), del giallo (La morte ha fatto l’uovo) e dell’onirico (Arcana, la sua opera più misterica e inclassificabile). Tretti, invece, invaderà i territori della commedia per scardinarne ogni meccanismo, a partire dal grottesco ritratto dell’Italia industriale racchiuso nell’esordio La legge della tromba, iniziato nel 1957 e portato a termine in maniera definitiva solo cinque anni più tardi. Nel 1962, infatti, La legge della tromba trova perfino una pur minima distribuzione in sala, grazie all’intervento di Goffredo Lombardo e della Titanus, così entusiasta del lavoro del regista veronese da proporgli un contratto per un secondo film. Un contratto industriale per un autore che non aveva nulla a che spartire con Cinecittà e i suoi modus operandi (e vivendi); ovvio che qualcosa dovesse andare per traverso. E così Tretti viene investito dal fallimento della Titanus, il crollo di un gigante assoluto della produzione cinematografica. Niente più Titanus, e niente più secondo film...
Tretti ha già girato alcune scene, e non poche, de Il potere, e non riesce a rassegnarsi all’idea di doverlo abbandonare; vive quindi con le bobine, simbolo materiale di una sfida all’estabishment venuta meno per i problemi economici proprio dell’establishment. Paradossi. Le nasconde sotto il letto, le tiene al sicuro, le difende come se fossero le cose più preziose che possiede. E forse lo sono per davvero.
Quindi, per le vie criptiche e contorte tipiche dell’indipendenza autoriale, il regista veronese riesce a trovare due produttori decisi a dargli una mano a terminare il film. Quando Il potere trova finalmente la via di un pubblico - seppur minimo, visto che Tretti è rimasto sconosciuto ai più per tutto l’arco della sua vita - l’Italia ha già dimenticato le illusioni del boom e sta iniziando ad annaspare nel riflusso, economico e ideologico. In un paese slabbrato e in pieno stato confusionale, il rigore quasi ascetico di Tretti appare una bestemmia urlata contro il cielo.

Abituato a girare con pochissimi elementi a disposizione, e a barcamenarsi con budget che la gran parte dei suoi colleghi vedrebbe utile al più per un cortometraggio, Tretti dimostra una volta per tutte la differenza tra amatorialità e teoria dello sguardo. Non c’è un solo elemento, nella sarabanda metaforica de Il potere, che possa essere guardato con la benevolenza che si concede, dall’alto di una supposta postura intellettuale, agli “ingenui”. Nello scambiare la professionalità con l’arte, Tretti è stato ridotto per molti anni a scherzo anche ben riuscito ma pur sempre relegato in un angolo. Uno sberleffo contro il cinema “istituzionale”. La sua, invece è stata una sfida ben più alta, e difficile da ripetere. Tretti non ha cercato vie alternative alla prassi, ha negato con forza la prassi, l’ha abiurata, l’ha volutamente vilipesa. Nel suo rigore, nella forza logica della sua messa in scena, non c’è nulla di improvvisato, o di casuale.
Appare difficile trattenere le risate di fronte a Il potere, grazie al surrealismo e all’estro patafisico di una scienza esatta: la scienza umana. Era già così ne La legge della tromba e sarà così anche in Alcool e Mediatori e carrozze. E sarebbe ingiusto trattenerle quelle risate, perché Tretti ha saputo cogliere l’essenza del potere, la sua sgualcita e ridicola posa, la sua grossolanità inevitabile. Anche i meccanismi del cinema, i trucchi e i generi, sono utensili nelle mani di Tretti, che li utilizza senza lasciare che a prendere il sopravvento sia un rigurgito citazionista, o un innamoramento dell’occhio.
Lo sguardo di Tretti è l’unico, ma non per questo meno dialettico. Tretti, con una scelta non molto condivisa dall’eletta schiera dei suoi colleghi, assolutizza per negare l’assoluto, utilizza il mito (il volto di Mussolini) per smitizzarlo e mostrarne il vuoto che lo domina. Un anno prima di morire, nel novembre del 1971, Ennio Flaiano affermerà con acutezza come Tretti non sia un personaggio isolato, ma piuttosto da isolare. Come accaduto per altri registi inadatti al sistema, allergici ai salotti e alle terrazze, anche Tretti verrà riposto in un angolino, pronto all’elogio pubblico quanto al boicottaggio sistematico privato. Il suo è un cinema scomodo, ma non per il pubblico, ed è ora di affermare una verità troppo spesso taciuta: Tretti va visto, non discusso e analizzato. I suoi film non hanno bisogno di presentazioni o spiegazioni, perché possiedono un aspetto del popolare che troppo spesso viene trattato con disprezzo: la chiarezza. L’eloquio dei suoi film è nitido, impossibile da confondere o fraintendere.

Come altri splendenti esempi del cinema “sotterraneo” italiano - Anna di Grifi/Sarchielli, A mosca cieca di Romano Scavolini, L’imperatore di Roma di Nico D’Alessandria, In punto di morte di Mario Garriba, perfino un intervento saggistico come Sul davanti fioriva una magnolia di Paolo Breccia - anche Il potere raggiunge il pubblico con una forza che l’occhio del critico fatica a comprendere. La sua pretesa avanguardia è tale solo per la retroguardia guardinga di un universo cinefilo e “di sistema” che non ha alcuna intenzione di condividerne il tono, tra il tragico e il comico, tra il reale e il fantastico. Tretti è stato un regista osteggiato, e ancora oggi trattato come materia infiammabile, pericolosa. Destinarlo finalmente alla massa, come sarebbe dovuto essere fin dall’inizio, è un dovere a cui nessun amante sincero della Settima Arte può sottrarsi”.

(Raffaele Meale)

 

Una poesia al giorno

Vita da cani, di Nicanor Parra

Il professore: una vita da cani.
La frustrazione su diversi piani.
La sensazione di fastidio ai denti
che si prova allo stridere del gesso.
Il professore e la donna precisa.
Il professore e la donna perspicua.
Dove trovare la donna perspicua!
Una donna che sia quello che è,
una donna che non somigli a un uomo.
La sofferenza ottenebra la vista,
cominciano ad apparire le rughe.
La vecchiaia degli stessi studenti,
le frequenti mancanze di rispetto.
Come camminano nei corridoi.
L’insulto si può ancora sopportare
ma non così il sorriso artificiale,
i commenti che fan venir la nausea.
Il liceo è il tempio del sapere.
Il direttore del suddetto tempio
con i suoi baffi da attore di cinema.
La nudità della signora sposa
(lo sguardo va ad urtare contro un gufo,
una capigliatura troppo liscia).
Da sopprimere il bacio sulla guancia
(più difficile che ad incominciare)
il focolare è un campo di battaglia.
La donna se la cava con le gambe.
I problemi sessuali dei vecchi
essere inclusi in un’antologia
provocare lo spasmo artificiale.
Nulla da fare per il professore:
il professore osserva le formiche.

 

Un fatto al giorno

24 febbraio 1711 a Londra va in scena il “Rinaldo” di Georg Friedrich Händel.

Lascia ch'io pianga
mia cruda sorte,
e che sospiri
la libertà.

Il duolo infranga
queste ritorte
de' miei martiri
sol per pietà.

Georg Friedrich Händel

 

Una frase al giorno

“Mio padre diceva che è brutto essere poveri, perché non si può studiare, e senza studiare non si può fare strada”

(Enrico Mattei)

 

Ugo Brusaporco
Ugo Brusaporco

Laureato all’Università di Bologna, Facoltà di Lettere e Filosofia, corso di laurea Dams. E’ stato aiuto regista per documentari storici e autore di alcuni video e film. E’ direttore artistico dello storico Cine Club Verona. Collabora con i quotidiani L’Arena, Il Giornale di Vicenza, Brescia Oggi, e lo svizzero La Regione Ticino. Scrive di cinema sul settimanale La Turia di Valencia (Spagna), e su Quaderni di Cinema Sud e Cinema Società. Responsabile e ideatore di alcuni Festival sul cinema. Nel 1991 fonda e dirige il Garda Film Festival, nel 1994 Le Arti al Cinema, nel 1995 il San Giò Video Festival. Ha tenuto lezioni sul cinema sperimentale alle Università di Verona e di Padova. È stato in Giuria al Festival di Locarno, in Svizzera, e di Lleida, in Spagna. Ha fondato un premio Internazionale, il Boccalino, al Festival di Locarno, uno, il Bisato d’Oro, alla Mostra di Venezia, e il prestigioso Giuseppe Becce Award al Festival di Berlino.

INFORMAZIONI

Ugo Brusaporco

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web www.brusaporco.org