“L’amico del popolo”, 23 febbraio 2017

L'amico del popolo
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“L’amico del popolo”, spazio politico di idee libere, di arte e di spettacolo. Una nuova rubrica ospiterà il giornale quotidiano dell’amico veronese Ugo Brusaporco, destinato a coloro che hanno a cuore la cultura. Un po’ per celia e un po’ per non morir...

Un film al giorno

DILLINGER È MORTO (Italia 1968-69), regia e soggetto di Marco Ferreri; sceneggiatura: Marco Ferreri, Sergio Bazzini; fotografia: Mario Vulpiani; montaggio: Mirella Mencio; giochi mimici con le mani nude: Maria Perego; musica: Teo Usuelli. Con: Michel Piccoli (Glauco), Anita Pallenberg (Anita, la moglie), Annie Girardot (Sabina, la cameriera), Carol André (proprietaria del panfilo), Carla Petrillo (amica di Anita), Gigi Lavagetto (collega di lavoro dell'ingegnere), Mario Jannilli (violinista), Adriano Aprà (presentatore televisivo).

Glauco, disegnatore industriale di maschere antigas, una sera d'estate rientra come al solito a casa dal lavoro e trova in sala da pranzo una cena ormai fredda e poco invitante; la moglie è a letto per via di un'indisposizione. La casa è vuota, la serata è calda e l'ingegnere s'aggira per le stanze senza uno scopo, accende il televisore senza guardarlo, si riproietta dei filmini amatoriali girati in Spagna con la moglie e una sua amica, ascolta delle vecchie registrazioni finché, quando la fame insorge, comincia a prepararsi una ricca cena. Rovistando nei mobili di cucina alla ricerca degli ingredienti, trova un pacco fatto di vecchi giornali che avvolgono una pistola a tamburo arrugginita; uno di questi giornali è datato 23 luglio 1934 e reca la notizia dell'uccisione, il giorno precedente, del famoso gangster americano Dillinger. L'ingegnere comincia a smontare l'arma, poi la pulisce, la lubrifica, la rimonta, la dipinge di rosso a pallini bianchi, ci gioca. Alterna questa occupazione, che lo intriga al massimo, alle pratiche della cucina, al pasto davanti al televisore, mimando il suicidio davanti allo specchio, raggiungendo la cameriera nella sua camera e convincendola a partecipare ai giochi erotici che non può fare con la moglie. Quando è quasi l'alba, entra nella camera da letto, appoggia un cuscino sulla testa della moglie ancora addormentata e la uccide sparandole tre colpi con la pistola ora funzionante. Prende da un cassetto i gioielli della moglie, si prepara una rapida valigia e con la sua auto si reca al mare. Raggiunge a nuoto un panfilo ormeggiato vicino a riva e si fa assumere dalla giovane e bella proprietaria come cuoco, in sostituzione di quello morto proprio quel giorno. Poco dopo il panfilo parte alla volta di Tahiti, con un cielo rosso da cartolina. "Sembra impossibile" è la sua ultima battuta in un film così avaro di parole.

“Forse il miglior film di Ferreri in assoluto. Nelle apparenze di un esercizio di stile quasi sperimentale è un notturno happening sulla nevrosi, l'alienazione e l'orrore del quotidiano. Astratto e, insieme, concretissimo”.

“Dillinger è morto (1969), ritratto glaciale e atroce di un imbecille, ingegnere borghese dentro la società borghese”.

“Un paradosso di celluloide, vuoto di (convers)azione, denso di corpi, oggetti, manie, illusioni, concreto e inafferrabile: questo, e molto altro (ostico da esprimere a parole), è “Dillinger è morto”. In novanta minuti in cui “non succede nulla” c’è un mondo e il suo risvolto onirico, e Ferreri demolisce entrambi, il medesimo sorriso beffardo sulle labbra. È insopprimibile (visto anche l’anno di produzione) la tentazione di leggere l’opera in chiave antiborghese, ma una tale interpretazione, per quanto non (del tutto) errata, è fortemente riduttiva; è il regista a mettere in guardia contro il pericolo di una visione piatta e appiattente, mostrando, nella sequenza che precede i titoli di testa, un collega del protagonista che sproloquia sulla condizione dell’uomo nell’universo industriale. Occorre coerenza: se l’uomo è prigioniero di una società alienante, che garanzie ci sono che la sua (auto)analisi non sia “ingabbiata” come la sua personalità? A un livello meno sociologico, “Dillinger” è un’opera sulla mente, sul ciclo continuo d’invenzione e distruzione operato dal pensiero, origine e catastrofe (forse inconscia, come suggerisce la pistola, sbucata misteriosamente dal fondo di un armadio) di ogni mondo possibile.
Il protagonista si dedica a varie attività di progettazione del reale (maschere antigas, spuntini a scopo più o meno erotico, filmini vacanzieri, delitti) al termine delle quali riconsidera le sue creazioni, le modifica (la pistola ridipinta a pois), le collauda, le fa a pezzi e ricomincia a disegnare, a ri(dis)organizzare i tasselli del mondo. La realtà e il sogno sono una cosa sola, il prodotto di un cervello sovraffollato. Anche la fuga finale (nel segno degli eroi romantici Dillinger e Byron) è illusione: nell’immagine conclusiva, le (già scarse) connotazioni naturalistiche si dissolvono in una macchia di colore, come quelle sui fogli ridotti a brandelli dall’ingegnere prima della “partenza”.
Apogeo della costruzione mentale è il cinema, teatro delle ombre cinesi, souvenir dei desideri più che del “reale” (il protagonista-burattinaio dietro il paravento), riscrittura del passato (il nastro doppiamente inciso con la “voce” della moglie) che non può, nonostante tutto, migliorare la vita: le onde del mare lasciano la parete per diventare vere, ma sulla barca diretta all’isola che non c’è (l’isola dei morti?) il protagonista trova gli stessi elementi della “normalità”, la Donna, il Cibo, la Morte.
Costruito su un prezioso gioco cromatico a fini espressivi (i colori caldi sono legati al sesso e al pasto, quelli freddi al matrimonio e al lavoro), “Dillinger” fonde immagini e musiche in un insieme ricchissimo ed essenziale, (sovra)interpretabile all’infinito e al tempo stesso indiscutibile nella propria bizzarra beltà (la statua dotata di maschera antigas, lo show televisivo in cui una delle ragazze sembra ammiccare all’ingegnere, il bagno all’alba sono solo tre degli innumerevoli esempi possibili). Piccoli divino, irresistibile Girardot”.

(Stefano Selleri)

Anticipando uno stile che avrebbe trovato la sua sistemazione in Dillinger è morto, Ferreri adotta una forma antinaturalistica e antirealista per sviluppare il tema dell’irrazionale che irrompe nell’ovvietà della civiltà dei consumi. Il film, a causa dei tagli e degli innumerevoli interventi sul montaggio, si presenta frammentario; gli atti del protagonista non sembrano legati secondo una relazione di causa-effetto. Eppure la ripetizione ossessiva delle sue azioni, l’immobilità allucinata con la quale compie meccanicamente i suoi gesti, il comportamento artificioso scandito da un ritmo che non coincide con quello naturale della vita, rende perfettamente le intenzioni del regista, anzi avvicina questo film a quello che sarà il risultato più perfetto del discorso ferreriano. Con Dillinger è morto, la filmografia dell’autore assume un nuovo aspetto. E’ il periodo in cui rientrano quei film caratterizzati “dall’annullamento dell’uomo”, “dalla distruzione della Storia” e “dalla negazione del racconto”. Dal 1969 (Dillinger è morto) al 1986 (I love you) Ferreri non smette di manifestare il suo drammatico pessimismo alternando film capaci di leggere e anticipare gli umori di un tempo, le sue immagini, le sue mitologie, le sue paure, a film di altro genere quali, ad esempio, Non toccare la donna bianca (1974), L’ultima donna (1976), Chiedo asilo (1979), Storie di ordinaria follia (1981), Il futuro è donna (1984). Come i primi, però, anche questi ultimi film presentano momenti in cui il problema dell’incomunicabilità, l’analisi grottesca del reale, il rapporto tra uomo e donna, una possibile soluzione “al femminile”, diventano tematiche presenti anche se già contaminate da nuovi elementi. Traspaiono qui, infatti, una stanchezza e un calo di tono che caratterizzeranno le opere successive al 1986.

DILLINGER È MORTO (Italia 1968-69), regia e soggetto di Marco Ferreri

 

Una Poesia al Giorno

Un Ultimo Desiderio, di Mihai Eminescu (1850 -1889)

Ho un solo desiderio
Nel silenzio della notte
Lasciatemi morire
Al margine del mare.
Un sonno dolce avrò,
Il bosco vicino
Sulle distese acque
Mi sia il cielo sereno.
Non voglio bandiere,
Né una bara ricca,
Fatemi solo un letto
Di teneri ramicelli.
Nessuno dietro deve piangere,
Solo l'autunno deve dare voce
Alle foglie morte
Che con rumore cadono.
Il fiumicello scorre,
Scivola anche la luna,
Dentro gli aghi dell'abete
Sopra, il tiglio santo
Fa tremare i rami.
Quando non sarò più vagabondo,
Da allora in poi
Mi accarezzeranno con amore
pensieri lontani.
Stelle che scorgono
Dall'ombra del cedro,
Essendomi amiche
Mi sorridono ancora.

Piange dal dolore
Il canto del mare.
Che io sarò polvere...
Nella mia solitudine.

 

Un fatto al giorno

23 febbraio 1898: nel 1894, Alfred Dreyfus, un capitano francese di origine ebraica, in servizio presso lo Stato Maggiore dell'Esercito, fu accusato a torto di aver passato informazioni segrete all'Impero tedesco, nazione in quel momento fortemente contrapposta alla Francia. Dopo un giudizio sommario, Dreyfus fu accusato e condannato alla deportazione a vita sull'isola di Caienna. Una forte ondata di antisemitismo attraversò la Francia; Émile Zola si schierò a favore dell'ufficiale tramite un articolo in cui accusava i veri colpevoli di questo avvenimento e di questo processo falso. A causa del “J'accuse...!”, Zola fu condannato a un anno di carcere e a tremila franchi di ammenda per vilipendio delle forze armate nel processo che durò dal 7 al 23 febbraio (fu lo scrittore Octave Mirbeau che pagò i 7.525 franchi della multa e delle spese del processo, nell'agosto 1898). Nonostante questo, la lettera aperta al presidente Félix Faure provocò la riapertura del caso. La situazione si risolse, tuttavia, solo il 12 luglio 1906, quando Émile Zola era già morto da quasi quattro anni, e quando la corte di cassazione revocò la sentenza con cui Dreyfus era stato accusato di tradimento. In seguito a questa sentenza, venne reintegrato nell'esercito.

 

Una frase al giorno

"La scienza ha promesso la felicità? Non credo. Ha promesso la verità, e la questione è sapere se con la verità si farà mai la felicità."

(Émile Zola, Discorso agli studenti parigini, 18 maggio 1893)

 

INFORMAZIONI

Ugo Brusaporco

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web www.brusaporco.org