“L’amico del popolo”, 22 febbraio 2017

L'amico del popolo
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“L’amico del popolo”, spazio politico di idee libere, di arte e di spettacolo. Una nuova rubrica ospiterà il giornale quotidiano dell’amico veronese Ugo Brusaporco, destinato a coloro che hanno a cuore la cultura. Un po’ per celia e un po’ per non morir...

Un film al giorno

TANGO (Spagna, 1998) scritto e diretto da Carlos Saura. Fotografia: Vittorio Storaro. Montaggio: Julia Juainz. Musica: Lalo Schifrin. Con: Juan Carlos Copes, Mia Maestro, Cecilia Narova, Carlos Rivarola, Miguel Angel Sola.

Buenos Aires. Mario Suarez, quarantenne regista di talento, è in grave crisi per l'abbandono della moglie e, per superare il difficile momento, decide di dedicarsi completamente alla realizzazione di un film sul tango. In un locale conosce Angelo Larroca, ricco ma non limpido uomo d'affari, che diventa uno dei finanziatori del film e gli chiede di fare un provino alla sua amante, la giovane Elena Flores. Incontrata Elena, Mario ne rimane affascinato, vuole rivederla, sottrarla in qualche modo alla cattiva compagnia di Larroca. Dopo qualche incertezza, Elena si fa coinvolgere da Mario, per il quale da quel momento vita privata e memoria collettiva confluiscono sempre di più nello svolgimento dello spettacolo: gioia e dolore dei sentimenti da un lato, la storia dall'altro, con le repressioni militari e l'arrivo di emigrati in Argentina. Durante la prova del balletto finale, un ballerino avvicina Elena e la accoltella. Mario è disperato, momenti di paura passano, prima che si sveli la finzione. Mario ed Elena si allontanano. In studio rimangono solo la m.d.p. e gli specchi intorno.

“Tango di Carlos Saura (o bisognerebbe dire di Vittorio Storaro, direttore e vero inventore della fotografia? O bisognerebbe dire di Juan Carlos Copes, di Ana Maria Steckelman e di Carlo Rivarola coreografi?) è un film paradossale: perché ha la più insensata, vecchia e sciocca delle sceneggiature (firmata dallo stesso regista). Ma va visto ugualmente, anzi, se ne raccomanda caldamente la visione. Perché se lo spettatore spegne dentro di sé l'audio del film, e non si occupa delle trite e false tragedie sentimentali del pochissimo convinto Miguel Angel Sola, regista in crisi sentimentale e d'ispirazione (come Saura?) che - indovinate un po' - mette in scena un film in cui confluiscono i problemi della sua vita privata; se dimentica la pessima interpretazione del protagonista e la vecchiezza dell'assunto (Pirandello ha colpito anche in Argentina, e vita e teatro si mescolano nel film come in una versione sudamericana e déjà vu di Questa sera si recita a soggetto, con tanto di dramma della gelosia finale...); se perdona il kitsch intellettuale e il prevedibilissimo "melo" creato dall'incrocio degli amori e delle passioni, avrà comunque di che godere. Di qui a dire che forse il vero autore di Tango è Vittorio Storaro può sembrare troppo. Ma il nostro direttore delle fotografia è un tale maestro delle luci da salvare il film, da farle diventare, assieme alle coreografie con cui si amalgamano, si intrecciano, si incorporano, il cuore di uno spettacolo visivamente impressionante: girato principalmente in interni, su fondali di secca essenzialità teatrale, con millimetrico virtuosismo tecnico e una potente forza evocativa, in un arpeggio sui toni del rosso e del sangue, che riassumono e simboleggiano il torrido clima di passioni della storia, Tango vive delle sue immagini. E del tango stesso, che del film è il vero protagonista. Sono soprattutto le due interpreti femminili, Cecilia Narova e Mia Maestro, la donna matura e la giovanissima, la strepitosa star del tango e la graziosissima ballerina, a sedurre e strabiliare per la bravura e la grazia - anche se bisogna ammettere che la Narova ha una marcia (quella dell'astrazione, della concentrazione nella danza) in più. Mentre i numeri costruiti dai tre coreografi anche se sempre suggestivi, qualche volta bordeggiano sull'orlo del cattivo gusto (penso alle scene dedicate ai "desaparecidos", che mi sembrano francamente poco adatte a un musical). E forse qualche responsabilità ce l'ha anche Lalo Schifrin, che accompagna un numero sugli "emigranti" con il coro del "Nabucco", per poi volgerlo improvvisamente in un grande tango corale. Si esce perplessi (per la storia) e sedotti (per la meraviglia)”.

(Irene Bignardi, La Repubblica, 22 dicembre 1998)

“Il nuovo film di Saura si riallaccia a una delle passioni del regista spagnolo, ma è molto più di un omaggio alla danza, è quasi un musical "serio" che si esprime con la passione del ballo più che con la parola, regolato dalla luce "interiore" di Vittorio Storaro. E' la vita nel suo farsi e disfarsi, l'amore, ma anche la filosofia e la politica: soprattutto è un film che, partendo dalla tradizione "back stage", racconta la preparazione di uno spettacolo e la storia di un uomo-regista mescolando realtà e finzione, con ospite d'onore il tango. I fatti sono semplici, ma Saura li rende ridondanti, esemplari, quasi astratti: è la sua qualità ammaliatrice. Il regista Mario, lasciato dalla moglie, cura l'andropausa con un film in interni molto teatrali sul tango, scrittura la brava "pupa" del suo finanziatore, se ne innamora. Un gioco sentimentale pericoloso, in cui il nostro lega a doppio filo vita e tango, usato come mezzo curativo personale ma anche per rievocare l'arrivo degli emigranti in Argentina e per coprire le infamie della dittatura militare. Niente happy end, nessuno se l'aspetta. Sembrerebbe che dal tango, specie Saura, non potesse ricavare più nulla di nuovo: invece questo film gli rende onore, evita la retorica, mentre la danza riesce a catalizzare altri elementi, sociali oltre che sensuali, parlando col corpo. Un musical con l'anima divisa e sofferente di un artista cui non tornano i conti. Momenti magici, anche per la bravura degli artisti e ballerini (Miguel Angel Solà, Elena Flores, Laura Fuentes), per le luci di Buenos Aires, per le emozioni dello spettacolo nel suo divenire. Il talento visionario del film cresce a vista, con l'optional della performance di Julio Bocca, per fortuna nel ruolo di se stesso”.

(Maurizio Porro, Corriere della Sera)

“Tango di Carlos Saura, presentato fuori concorso, è classico. Avendo sottomano il regista spagnolo sessantaseienne, si potrebbe anche picchiarlo, per via della obsoleta civetteria autobiografica e del banale espediente narrativo che ha immaginato: mette in scena un maturo regista abbandonato dalla moglie, col suo copione scarabocchiato, i suoi ricordi (la macchina da presa che inquadra vicinissima gli occhi pensosi dà l'avvio alla memoria), i suoi dubbi ("Ispirazione, dove sei?"), il lavoro per uno spettacolo sul tango, i provini agli interpreti, le liti col produttore ("Non tollero ingerenze"), la nascita d'un nuovo amore”.

(Lietta Tornabuoni)

TANGO (Spagna, 1998) scritto e diretto da Carlos Saura

 

Una Poesia al giorno

"Da quando vi vidi / e voi mi vedeste,/ mai più m'allegrai: / tal pena mi deste / che d'essa morrò. / Angoscia e dolori, / da cui sono affranto, / son mali d'amore / causati da voi. / Per questo ho da dire / che mal mi faceste / al solo vedervi: / tal pena mi deste / che d'essa morrò".

(Poesia d’amore dalla Spagna Medievale)

 

Un fatto al giorno

22 febbraio 1848: in Francia la Rivoluzione di febbraio. All'inizio del 1848, la campagna per la riforma elettorale divenne più ardente che mai; la guardia nazionale, che rappresentava la massa della media borghesia, dimostrava con l'atteggiamento passivo di fronte alle manifestazioni pubbliche il proprio favore per la campagna dell'opposizione; il Guizot, logoro dopo quasi otto anni di esercizio ininterrotto del potere, si trovava circondato e come sommerso da una sempre più vasta impopolarità. La crisi si delineò il 21 febbraio, quando il governo volle proibire una grande manifestazione per la riforma. La manifestazione, proibita il giorno 21, si fece il 22 e si risolse in un'enorme adunata, soprattutto di operai e di studenti, riversatasi nel centro di Parigi davanti alle Tuileries ad acclamare la riforma. Il successo della manifestazione, che il governo non riuscì a sciogliere, diede agli oppositori il senso della propria forza e li incoraggiò a riprendere il giorno successivo l'azione per abbattere il governo coi movimenti di piazza. Infatti, il mattino del 23 la sommossa cominciò nei quartieri operai dell'est di Parigi, e si allargò rapidamente verso i quartieri occidentali, senza che la guardia nazionale, chiamata alle armi dal governo, mostrasse volontà di reprimerla. L'atteggiamento della guardia nazionale aprì gli occhi al re che cercò, la sera del 23, di salvare la dinastia licenziando il Guizot, e annunciando la formazione di un ministero presieduto da L. M. Molé, favorevole alla riforma. Ma era troppo tardi. Gli elementi repubblicani, fortissimi a Parigi, decisero di trasformare il movimento a favore della riforma in un movimento a favore della repubblica, e a tale fine poterono profittare di un incidente avvenuto la sera stessa del 23, durante una dimostrazione davanti al Ministero degli esteri, dove risiedeva il Guizot: la fucileria che i soldati messi a guardia del ministero fecero contro i dimostranti, uccidendone parecchi. Il massacro diede ai repubblicani il motivo per sommuovere, nella notte stessa tra il 23 e il 24, le masse popolari: i quartieri orientali si coprirono di barricate e di armati, che la mattina del 24 iniziarono l'azione, non più al grido di "viva la riforma", ma a quello di "Viva la repubblica". A fronteggiare la rivolta cercò di provvedere il nuovo ministero, che la mattina stessa del 24, dopo il fallimento del tentativo fatto dal conte Molé, era stato costituito con alla testa gli uomini più rappresentativi della sinistra monarchica: A. Thiers e O. Barrot. Ma né l'annunzio di questo nuovo governo, che si presentava con carattere spiccatamente riformatore e progressista, né l'azione delle forze regolari, messe sotto il comando del gen. Bugeaud, eroe della guerra algerina, valsero ad arrestare il movimento delle masse repubblicane. Queste, infatti, s'impadronivano del Palais Royal e delle stesse Tuileries, mentre gli uomini della guardia nazionale rimanevano inerti anche di fronte all'appello diretto del vecchio re Luigi Filippo, sceso a cavallo in mezzo a loro. Il re allora per il salvataggio della dinastia tentò la via che diciotto anni prima aveva tentata Carlo X: l'abdicazione a favore del piccolo nipote, conte di Parigi. La Camera dei deputati, in cui la grande maggioranza era orleanista, si associò al tentativo, accogliendo nelle sale delle proprie sedute il conte di Parigi con la madre duchessa d'Orléans, e proclamandolo re sotto la reggenza materna. Ma la deliberazione venne subito virtualmente annullata dalla folla armata, che irruppe nella Camera, inneggiando alla repubblica e incoraggiando gli scarsi deputati repubblicani a procedere alla formazione di un governo provvisorio.

Rivoluzione francese del 1848 (Dipinto di Henri Félix Emmanuel Philippoteaux)

 

Una frase al giorno

“Se, come quasi sempre accade, la musica sembra esprimere qualcosa, questa è soltanto un'illusione”.

(Igor Stravinskij, 1882 - 1971)

 

INFORMAZIONI

Ugo Brusaporco

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web www.brusaporco.org