“L’amico del popolo”, 20 febbraio 2017

L'amico del popolo
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“L’amico del popolo”, spazio politico di idee libere, di arte e di spettacolo. Una nuova rubrica ospiterà il giornale quotidiano dell’amico veronese Ugo Brusaporco, destinato a coloro che hanno a cuore la cultura. Un po’ per celia e un po’ per non morir...

Un film al giorno

FAA YEUNG NIN WA (In the Mood for Love, Hong Kong, 2000), regia di Wong Kar-wai. Soggetto e sceneggiatura: Wong Kar-wai. Fotografia: Christopher Doyle, Mark Li Ping-bin. Montaggio: William Chang Suk Ping. Musica: Michael Galasso e Umebayashi Shigeru. Con: Maggie Cheung (Su Li-Zhen), Tony Leung Chiu Wai (Chow Mo-Wan), Lai Chen (Mr. Ho), Siu Ping-Lam (Ah-Ping), Rebecca Pan (Mrs. Suen).

Chow, caporedattore di un giornale di Hong Kong, si trasferisce con sua moglie in una nuova casa. Qui conosce Li-Chun, anche lei si è trasferita da poco lì con suo marito. Il marito di Li-Chun è quasi sempre fuori per lavoro come la moglie di Chow. Un giorno Li-Chun invita a cena Chow e gli confida di aver scoperto che i loro rispettivi coniugi hanno una relazione. Questa situazione li farà diventare amici.

Una storia d’amore bellissima con Maggie Cheung, attrice incantevole per la snella eleganza, per il corpo sottile ondulante al passo, per la faccia perfetta e triste, per l’esitare delle gambe sui tacchi altissimi, per tutto, una sirena leggendaria. La storia di una donna e di un uomo che si sfiorano appena, intitolata con il mutilato verso d’una canzone americana famosa, In the Mood for Love, accompagnata da canzoni spagnole languide, struggenti (“Yò te quiero mucho”, “Qui sas, qui sas, qui sas”). Wong Kar-Wai, 42 anni, cresciuto a Hong Kong, specialista delle passioni, autore di Happy Together e di Angeli perduti, ha fatto un altro gran film dove analisi dei sentimenti e stile della regia s’uniscono a esprimere al meglio le malinconie e le felicità dell’amore. Nel 1963 a Hong Kong, una segretaria il cui marito è troppo spesso lontano per lavoro, un giornalista aspirante scrittore la cui moglie è troppo spesso assente per lavoro, si conoscono essendo vicini di casa, si parlano, si frequentano un poco. Scoprono che i rispettivi coniugi hanno tra loro una relazione. Sono feriti, si confidano, ma l’amicizia più stretta non li porta a diventare amanti. Restano così. Si amano. Soffrono. Lui si trasferisce a Singapore, scrive romanzi cavallereschi. Lei piange, lavora, diventa madre. La casa dove avevano vissuto vicini viene affittata ad altri. Gli anni passano, il sentimento poco a poco si offusca, si perde. Cose meravigliose: una donna che piange nella stanza da bagno; la scala semibuia percorsa alla sera dai protagonisti, dopo una giornata di fatica, per andare al negozio dei cibi cotti o a comprare il giornale; le figure imprecise, le tende palpitanti, le luci dorate; le piogge improvvise; il bagliore degli anelli nuziali sulle dita che appena si toccano; la nuca di Tony Leung, con i capelli neri lisci e lustri; marito e moglie dei protagonisti, che non si vedono mai; la promiscuità dell’abitare, in una città sovrappopolata come Hong Kong. E’ quasi soltanto il cinema asiatico, ormai, a saper offrire opere tanto ammirevoli per intensità, bellezza, emozione.

(Lietta Tornabuoni, La Stampa 29 ottobre 2000)

“Se hai un segreto veramente importante, confidalo alla fessura di un albero secolare, che lo conserverà per sempre”. Un uomo e una donna a Hong Kong, nel 1963: storia dei brevi incontri ritrosi tra Chow e Li-zhen, vicini di casa che scoprono casualmente che i rispettivi coniugi sono amanti e inscenano, come in una prova, le rispettive rivelazioni. Si incontrano, si chiedono cosa staranno facendo gli altri due, si parlano come se parlassero a loro, si guardano allontanarsi, è inevitabilmente, senza dirselo mai, finiscono per amarsi. “Non credevo facesse così male”, dice Li-zhen. E Chow la incoraggia: “È solo una prova”. Ma, all'improvviso, non lo è più, il dolore lancinante della separazione non riguarda più le pallide ombre di un marito e di una moglie che noi intravediamo soltanto di spalle, soltanto di lontano: all'improvviso, la finzione di un incontro per caso si è fatta più forte della lealtà, consuma i pensieri e i giorni, attestata sulla fierezza di quel “Noi non saremo mai come loro” che i protagonisti ribadiscono, protratta all'infinito dall'esitazione, il non detto, la sospensione. Tempi, sguardi, parole, sentimenti, movimenti impercettibili, tutti sospesi, nella recitazione stilizzata di Maggie Cheung e Tony Leung (belli ed eleganti come divi del passato) e nelle pause, negli anfratti, nei misteri della narrazione. In the Mood for Love non è solo il film più bello di Wong Kai-wai (dove si fondono in filigrana le due anime del suo cinema, quella intimista e romantica e quella che osserva puntigliosa luoghi e ambienti), ma è anche un capolavoro senza tempo del cinema costruito sui vuoti, sui neri che scorrono tra una scena e l'altra, sulle attese, sulle ellissi che riempiono una vita. Sentiamo i pensieri e le emozioni che crescono tra un incontro e l'altro, le parole che i protagonisti non si dicono, il fluire della Storia che cancella il mondo. Quella Hong Kong è sparita, consegnata, come ogni segreto che davvero conti, da Wong Kai-wai alla pellicola, che ci restituirà per sempre le caviglie evanescenti di Maggie Cheung, la passione sottile negli occhi di Tony Leung, la malinconia calda di Nat King Cole che canta "Quizàs, quizàs, quizàs".

(Emanuela Martini, FilmTV, 8 ottobre 2000)

In the Mood for Love (Hong Kong, 2000), regia di Wong Kar-wai

 

Una poesia al giorno

L'albero del pane, di Hô Xuân Huong (1772-1822) poetessa vietnamita

Il suo corpo / È come il frutto sull'albero del pane / La sua scorza è ruvida, ma la sua polpa soda. / Se voi l'amate, o mio signore, piantatevi il vostro bastone / Non accarezzatelo troppo, o il suo succo vi colerà sulle dita.

Oltre ai temi scottanti che scelse di sviluppare nelle sue poesie, Hồ Xuân Hương fece un’altra scelta interessante decidendo di scrivere in Chữ Nôm. Come Dante diede autorità letteraria all’italiano, così la ragazza terribile diede lustro alla lingua vietnamita scegliendo di utilizzare la sua variante popolare al posto del Chữ nho, la variante colta che utilizzava i caratteri cinesi. Il Chữ Nôm faceva anch’esso uso dei caratteri cinesi ma li rielaborava aggiungendo altri segni grafici e fu in uso soprattutto dalle èlite letterarie. Proprio per l’utilizzo quasi esclusivo di questa scrittura, il poeta contemporaneo Xuân Diệu ha definito Hồ Xuân Hương “la regina della poesia Nom”.

 

Un fatto al giorno

20 febbraio 1798. Roma nel corso dell’anno 1798, vive il “ventoso anno 6 e primo della Repubblica”. Questa era stata proclamata il 15 febbraio 1798 dopo che Roma aveva subìto l’occupazione delle truppe del maresciallo di Francia Louis Alexandre Berthier. Il 20 dello stesso mese Papa Pio VI, che si era sdegnosamente rifiutato di riconoscere il nuovo governo, lasciava l’Urbe per essere scortato in un convento nei pressi di Siena. Il 10 febbraio 1798 le truppe del generale Louis-Alexandre Berthier entravano a Roma e il 15 febbraio - giorno del ventitreesimo anniversario dell’elezione di Pio VI - venne proclamata dai patrioti nell’antico foro la Repubblica Romana.
Con il nuovo governo democratico il vecchio papa non si mosse da Roma. La sua presenza e i suoi comportamenti di grande dignità e fermezza preoccupavano i francesi che quindi dapprima tennero il pontefice relegato nel palazzo Vaticano e poi, il 20 febbraio, lo costrinsero a partire, con pochi familiari, per Siena, dove restò fino alla fine di maggio. Da qui i francesi, temendo che la vicinanza al suo ex Stato alimentasse speranze di ritorno e infiammasse l’insorgenza nel Viterbese e in Umbria, lo trasferirono nella certosa di Firenze. Fu arrestata o esiliata anche gran parte dei cardinali. Nell’esilio toscano il papa continuò a occuparsi delle questioni religiose, a mantenere contatti diplomatici e a fornire istruzioni ai cattolici e ai suoi ex sudditi. Di grande rilievo fu il suo intervento nella questione del giuramento civico di fedeltà alla costituzione e alla Repubblica e di odio alla monarchia, richiesto dal nuovo governo repubblicano ai funzionari pubblici, compresi il clero e i professori delle università romane, pena il licenziamento. Pio VI provvide a far pervenire da Firenze un breve (16 gennaio 1799) in cui asseriva la non liceità del giuramento. Giurare odio alla monarchia implicava infatti un atto di odio per il pontefice come sovrano temporale; inoltre la monarchia era una forma di governo accettata da Dio e come tale non poteva essere odiata dai cristiani. Anche l’espressione relativa alla fedeltà alla Repubblica e alla costituzione veniva respinta perché la costituzione prevedeva norme antireligiose. Il papa ordinava di ritrattare a quanti avevano giurato e la situazione religiosa si inasprì.

Altare patrio realizzato in piazza san Pietro per celebrare la festa della Federazione il 20 marzo 1798

 

Una frase al giorno

“Tutte le arti contribuiscono all'arte più grande di tutte: quella di vivere”

(Bertold Brecht)

 

INFORMAZIONI

Ugo Brusaporco

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web www.brusaporco.org