“L’amico del popolo”, 17 febbraio 2017

L'amico del popolo
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“L’amico del popolo”, spazio politico di idee libere, di arte e di spettacolo. Una nuova rubrica ospiterà il giornale quotidiano dell’amico veronese Ugo Brusaporco, destinato a coloro che hanno a cuore la cultura. Un po’ per celia e un po’ per non morir...

Un film al giorno

DER LETZTE MANN (L'ultima risata, Germania, 1924) di Friedrich Wilhelm Murnau; produzione: Erich Pommer per UFA; sceneggiatura: Carl Mayer; fotografia: Karl Freund; scenografia: Edgar G. Ulmer, Robert Herlth, Walter Röhrig; musica: Giuseppe Becce. Con: Emil Jannings (portiere d'albergo), Maly Delschaft (figlia del portiere), Max Hiller (genero del portiere), Emilie Kurz (sua zia), Hans Unterkircher (direttore dell'albergo), Olaf Storm (cliente giovane), Hermann Valentin (cliente corpulento), Emmy Wyda (vicina magra), Georg John (guardiano di notte).

La storia è quella di un rispettabile portiere d’albergo che si trova da un giorno all’altro catapultato in un incubo, perdendo il suo vecchio impiego ed essendo costretto quindi a pulire i gabinetti deriso da tutti. Nel finale egli si riscatterà diventando ricco grazie ad una cospicua eredità di uno zio deceduto (ironia dell’autore).

“Troppo spesso catalogato come film appartenente al cinema espressionista tedesco, le cui prime opere (Der Student von Prag di Stellan Rye, Der Golem di Henrik Galeen e Paul Wegener) erano apparse tra il 1913 e il 1915, Der letzte Mann, realizzato dieci anni più tardi, non è soltanto un film che si ricollega al realismo del Kammerspiel, ma supera completamente anche questa seconda etichetta, arrivando ad assumere un valore simbolico. Molti suoi elementi espressionisti - i trucchi della sequenza notturna in cui il portiere, ripensando al lavoro che ha appena perduto, sembra dominare il mondo trasportando con una sola mano alcune pesanti valige; i movimenti di macchina che restituiscono l'ubriachezza del personaggio mentre questi rimane solo e fermo al centro dell'inquadratura - servono proprio a definire il passaggio dal reale al mitologico.
Anziano stimato ma improvvisamente destituito dal suo incarico a causa dell'età, quindi privato di una gestualità essenzialmente militare, il protagonista passa dal privilegio di accogliere i clienti a uno degli incarichi più umilianti dell'hotel, dalla strada iperattiva di una Berlino simbolica alla solitudine dei sotterranei, da una posizione di autorità a una di completa sottomissione, per giunta ignorata dai clienti che, quando l'uomo porge loro l'asciugamano nella toilette, non lo degnano di uno sguardo: il suo percorso discendente sintetizza le sofferenze dell'essere umano. Ma il portiere è anche un simbolo della Germania degradata dal disarmo conseguente alla Prima guerra mondiale, paese che rifiuta di accettare la perdita della propria autorità. L'abilità e l'eleganza della piroetta che chiude ottimisticamente il film non trovano riscontro nella realtà nazionale, lontana dalla rivincita. Il film è anche, dall'inizio alla fine, un gioco delle illusioni, con un capovolgimento finale in cui i poveri e i ricchi si scambiano i ruoli.
Un decennio dopo l'esordio del cinema espressionista, il film di Friedrich W. Murnau segnò profondamente la storia del cinema per la sua eccezionale riuscita complessiva, la qualità della sua progressione narrativa, il grande apporto creativo di Emil Jannings, la contrazione delle scenografie degli esterni (la grande piazza di Berlino che sta tutta in una sola inquadratura), l'espressività del montaggio che rende inutile l'uso delle didascalie esplicative (l'unica è quella che introduce l'happy end), ma soprattutto conquistò l'Europa grazie alla mobilità della macchina da presa. Rielaborando l'invenzione italiana del carrello, la cinepresa leggera di Karl Freund, montata su piattaforme mobili, moltiplica i propri interventi, amplifica gli spazi, diviene un vero e proprio interprete del dramma cinematografico. Der letzte Mann fu un successo internazionale e conquistò anche l'America del Nord, dove il film venne rimontato con la supervisione dello stesso Murnau per rafforzare il lieto fine ed eliminare le inquadrature in movimento, considerate troppo poco 'raffinate' per il mercato americano, mentre in Europa erano state determinanti per la fama del film. In Germania Der letzte Mann fu oggetto di un omonimo remake nel 1955, per la regia di Harold Braun.”

(Hubert Niogret, in Enciclopedia Treccani)

Linguaggio visivo autosufficiente, Der letzte Mann svolge il suo racconto senza ricorrere all'ausilio delle didascalie. Il film contiene due sole scritte. Una in testa, con funzioni di epigrafe (o di codicillo morale): “Oggi tu sei il primo. Ti stimano tutti. Un ministro, un generale, magari un principe. Ma lo sai che cosa sarai domani?”. Una prima della conclusione, in forma di commento (o di giustificazione): “Qui la storia dovrebbe finire ma l'autore ha avuto pietà e ha immaginato un improbabile epilogo”.

Il segreto di un film che rifiuta la parola sta nella collocazione delle due sole frasi di cui Murnau ha sentito - prima e dopo il romanzo per immagini l'assoluto bisogno. Il dramma di Der letzte Mann (l'infimo degli uomini) - un portiere d'albergo declassato a inserviente della toilette - è tutto dipanato nella successione delle inquadrature, di per sé chiare e “parlanti”: parlano, affannosamente, della degradazione di un uomo e del cinismo di un ordine sociale che alla sostanza (l'umanità) antepone l'apparenza (l'uniforme, il vestito, la forma. Non gli occorre nulla, a questo dramma costruito sui corpi degli attori e sulle luci che definiscono gli ambienti (il grand hôtel Atlantic, le vie e le piazze della città moderna, il caseggiato popolare dove abita il protagonista), perché tutto il necessario è già nel film: l'azione, e la riflessione ideologica sull'azione (una condanna della società weimariana, retta dall'autoritarismo del potere economico e dalla acquiescenza sado-masochistica della piccola borghesia). Qualcosa di molto simile a un pamphlet di ascendenza anarco-populista.
Eppure, il dramma compatto delle immagini è iscritto fra due parentesi, rappresentate da due interventi dell'autore in prima persona. Sono dichiarazioni ironiche e sprezzanti, che attenuano il senso esplicito delle immagini (la compassione per la sorte del portiere umiliato e la requisitoria antiborghese) e insinuano nello spettatore-lettore un dubbio. Lo invitano a prendere le distanze, a non cedere al ricatto dell'autocommiserazione (“lo sai che cosa sarai domani?”), a sorridere delle false soluzioni appiccicate in coda alla fiaba (l'autore “ha immaginato un improbabile epilogo”, che consiste in un ribaltamento della sorte, grazie al quale il patetico portiere si ritrova improvvisamente ricco per una eredità inopinata e può compiere la sua bonaria vendetta sull'autorità che l'aveva messo al bando). Per questa demistificazione razionale della emozione suscitata dal dramma è stato fatto il nome di Brecht (quasi che il regista di Nosferatu - e in seguito di Tartüff, di Sunrise e di Tabu - fosse un Brecht avanti lettera). La ragione delle parentesi verbali è più sottile, come si conviene alla complessità del temperamento di Murnau. Il film è presentato come un apologo. Chi è in errore non è la società (la società è un fatto oggettivo, agisce al di là della sfera morale) ma l'uomo. Il vecchio portiere vive della sua uniforme, che gli dà potenza e prestigio non solo nell'albergo (un ambiente risolto tutto nella forma: le luci, i cristalli, l'efficienza, il lusso) ma anche in famiglia e agli occhi dei vicini di casa. Partecipa da protagonista alla vita degli altri (la figlia si sposa, preparano una grande festa; i conoscenti lo salutano come fosse l'emblema del potere; i bambini lo adorano) non per quello che è ma per il simbolo che incarna. Quando il direttore lo destituisce affidandogli un incarico più consono alla sua età, il portiere si sente perduto. Poiché non esiste senza le insegne della sua meschina (fittizia) autorità, egli tenta di identificarsi una seconda volta, fraudolentemente, con l'uniforme: la sottrae dall'armadio dove è stata riposta e la indossa per tornare a casa, dove si terrà la festa di matrimonio. L'inganno (a se stesso e agli altri) dapprima riesce. Tutti lo trattano con la deferenza con cui l'hanno sempre trattato. Il potere, dunque, vale anche quando è vuoto di contenuto: chi lo comprende ha un atteggiamento realistico verso la vita, chi no è uno spostato. Il portiere lo ha compreso e, nella sua disperazione, cerca di essere all'altezza del proprio compito. Ma è troppo debole e vile, per riuscirci. Si rifugia nell'ubriachezza e nel sogno (in una convulsa sequenza, punteggiata di sovraimpressioni e di trucchi luministici, si “rivede” incredibilmente forte, ossequiato).
La moglie, che è andata a portargli la colazione, scopre la verità. Non può trattenersi dal rivelarla. È il crollo davanti al mondo: ora i vicini ridono dell'infelice, con una ferocia proporzionale alla precedente ammirazione. Al vecchio (cui Emil Jannings presta l'enfasi narcisistica del grande attore) non rimane che arrendersi. Di nascosto, di notte, va a restituire l'uniforme usurpata. Si imbatte nel guardiano, che ha pietà di lui e lo consola. Anche l'autore - come dice la seconda scritta - ha pietà e gli regala un pranzo da nababbo nello stesso albergo, l'ossequio devoto di tutto il personale e la partenza per una scarrozzata in città, a fianco del guardiano e di un mendicante che il protagonista - finalmente uomo, ma soltanto in una “improbabile” finzione - vuole con sé.
Der letzte Mann (otto rulli per duemila metri, presentati il 23 dicembre 1924 al berlinese Palast am Zoo dell'U.F.A.) è una pessimistica elegia sul destino umano. Murnau si abbandona al sarcasmo, dopo essersi inchinato reverente al ritmo intenso e viscerale delle immagini - alla potenza del cinema. Non nutre speranze, né nella storia né nella trascendenza. Conosce solo la realtà, e il potere, dell'immaginazione”.

(Fernaldo Di Giammatteo)

 

Una poesia al giorno

Inverno a Roma, di Alfonso Gatto

I bambini che pensano negli occhi
hanno l' inverno, il lungo inverno. Soli
s' appoggiano ai ginocchi per vedere
dentro lo sguardo illuminarsi il sole.
Di là da sé, nel cielo, le bambine
ai fili luminosi della pioggia
si toccano i capelli, vanno sole
ridendo con le labbra screpolate.
Son passate nei secoli parole
d' amore e di pietà, ma le bambine
stringendo lo scialletto vanno sole
sole nel cielo e nella pioggia. Il tetto
gocciola sugli uccelli della gronda.

 

Un fatto al giorno

Esattamente cinque anni fa, il 17 febbraio 2011, iniziava la guerra civile in Libia, dando inizio a uno scontro tra le forze lealiste di Muammar Gheddafi e quelle dei rivoltosi, riunite nel Consiglio nazionale di transizione. Quel conflitto, di fatto, non è mai realmente finito e ancora oggi la situazione è nel caos più totale.

 

Una frase al giorno

“Aveva ragione Puškin a ritenere che il poeta, aldilà della sua stessa volontà, è un profeta”

(Andrej Arsenevič Tarkovskij)

Andrej Tarkovskij (dal blog di Fabrizio Falconi)

 

INFORMAZIONI

Ugo Brusaporco

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web www.brusaporco.org