“L’amico del popolo”, 15 febbraio 2017

L'amico del popolo
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“L’amico del popolo”, spazio politico di idee libere, di arte e di spettacolo. Una nuova rubrica ospiterà il giornale quotidiano dell’amico veronese Ugo Brusaporco, destinato a coloro che hanno a cuore la cultura. Un po’ per celia e un po’ per non morir...

Un film al giorno

NAO, OU A VA GLORIA DE MANDAR (No, o la folle gloria del comando, Portogallo, 1990), regia di Manoel de Oliveira. Sceneggiatura: Manoel de Oliveira, P. João Marques. Fotografia: Elso Roque. Montaggio: Manoel De Oliveira, Sabine Franel. Musica: Alejandro Massò. Con Luis Miguel Cintra, Diego Doria, Miguel Guilherme, Luis Lucas, Carlos Gomes, Antonio S. Lopes, Mateus Lorena, Lola Corner, Raul Fraire, Rui De Carvalho, Teresa Meneses, Leonor Silveira.

La storia del Portogallo che De Oliveira racconta ai nipoti comincia da Viriato, indomabile capo dei Lusitani in guerra per la libertà contro le legioni romane (Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant disse di loro Calgàco, capo dei Caledoni in Bretagna) e canta per ampie arcate temporali l’epopea di una civiltà “chiusa tra il mare e la Spagna”, destinata perciò a guardare oltre l’orizzonte, al di là dell’Oceano.
Le quattro grandi sconfitte del Portogallo (Viriato contro i Romani, la battaglia del Toro contro gli Spagnoli nel secolo XV, la sconfitta contro i Mori nella battaglia di Alcazàrquivir nel 1578 e la guerra degli anni '70 del Novecento per difendere l'ultimo degli imperi coloniali) sono tappe di un lungo racconto affidato al tenente El Alférez Cabrita (Luis Miguel Cintra) in viaggio di trasferimento nelle foreste dell’Angola con un drappello di soldati un po’ illusi e un po’ rassegnati, scarsi conoscitori della storia ma armati di tutto punto. Sembra il set di Platoon, ma è il 1974 all’altro capo del mondo, è in corso un’operazione militare in Angola in difesa del più longevo degli imperi coloniali ed è la vigilia della Rivoluzione dei Garofani e della caduta di Salazar. Con la sua capacità inimitabile di parlare dei massimi sistemi partendo dal filo d’erba, di fondere passato e presente in una sintesi illuminante, ibridando generi e stili e plasmando la materia filmica per farne una puntata del poema dell’uomo, De Oliveira scrive la storia del suo Paese facendola sembrare la storia del mondo. La sensazione di smarrimento è la stessa, che si assista ad un conflitto a fuoco nel sud est asiatico o in Mozambico e Angola, che ci sia un cadavere al sommo di una pira per l’incinerazione nel II a.C. o un’immensa pianura medievale sparsa di corpi destinati a fosse comuni. Passati a fil di spada o fatti a pezzi da una granata, la storia è uguale per tutti. Fare della penisola iberica una sola nazione fu il sogno spesso infranto da guerre perdenti e tentativi pacifici di unione affidati ad un matrimonio tragicamente finito (don Alfonso, sposo di Isabella di Castiglia, morto per una caduta da cavallo). Nacque in Portogallo, nel Seicento, l’utopia del Quinto Impero di Padre António Vieira, un regno universale voluto da Cristo sulla terra, che unisse tutti i continenti, razze e culture. Utopia? -dice pensoso il tenente come parlando a se stesso- Sì, ma che si oppone al disegno di dominare il mondo con la forza. Russia, America, il quinto impero della forza.

De Oliveira ha lo sguardo lungo verso il futuro, e così può guardare il passato con la serena saggezza di chi ha visto da vicino il declino dello Estado Novo e del colonialismo sotto il regime di Salazar. La storia del suo Paese, delle vittorie effimere e delle pesanti sconfitte scorre in grandiose sequenze in costume e si alterna a ritorni al presente, battaglie campali turbinose e coreograficamente maestose convivono con monologhi di stampo shakespeariano, che rimbombano su campi disseminati di cadaveri, fantasie arcadiche traducono in immagini un capitolo de I Lusiadi di Camões e mettono in scena un’idea di armonia cosmica che trasferisce la storia nel mito, con il suo repertorio di amorini e ninfe gentili, piogge di fiori e sollazzi amorosi. La distanza teatrale della ricostruzione storica cede il passo alla finzione cinematografica nelle sequenze ambientate nel presente, l’ibridismo è la cifra del film e la sua scelta stilistica vincente. Mentre le camionette avanzano a scossoni sullo sterrato nella foresta, i soldati parlano di guerra, di patria, di russi e americani, di paesi europei e Cina comunista, quasi mezzo mondo... tutti hanno interessi politici, economici. “L’amor di patria, mah, non è facile, crediamo nel patriottismo o serviamo una causa sbagliata? I soldati sono sempre andati in guerra per forza e noi portoghesi siamo sempre stati soli contro il mondo”.
Sarebbero discorsi da bar o da osteria se non fossero fatti da ragazzi che, forse, tra poco ci lasceranno la pelle, o una gamba, nella prossima “perlustrazione”. Così è chiamato, nel dispaccio che arriva al tenente una volta scesi al campo base, quello che dovranno fare il giorno dopo. Domani si perlustra, dice laconico ai suoi, e non è la stessa voce che parlava di storia. Potenza degli eufemismi! Ma gli sguardi dei soldati sotto quella tenda non sono di gente che si illude. Le urla del negro ferito che si trascina correndo e preme le viscere con le mani le hanno già sentite tante volte. “La nostra patria è la nostra casa” aveva detto uno di loro, all’inizio, ma ora sono in Africa, cosa c’entra con la patria? C’è, però, un passato di cui essere fieri.

(Da FilmTV)

Tutti gli avvenimenti determinanti per la storia portoghese, o perlomeno tutti i fatti guerrieri, si sono conclusi con una sconfitta: come meravigliarsi che il vecchio maestro di quel paese non si sia lasciato sfuggire l'occasione per comporre uno dei suoi celebri affreschi paradossali? Dalle guerre contro l'impero romano a quelle in Angola, le battaglie di De Oliveira assomigliano talora a quelle di Bresson in Lancelot du Lac: distanziate, teatrali. Ma, a volte, ci ritroviamo immersi in un'imboscata descritta realisticamente, come fossimo in pieno Vietnam di Platoon. Gli è che, una volta ancora, lo stile e l'ispirazione di questo indomabile ottantenne rimangono totalmente imprevedibili: e la visione di un suo film rappresenta come sempre una boccata d'aria inimitabile di libertà e d'energia.

(Fabio Fumagalli)

Manoel de Oliveira

 

Una poesia al giorno

DaAmore e fama, di John Keats

Quando temo di cessare d’esistere
prima che la mia penna il suo raccolto
in alte pile di libri dal fertile
cervello spigolato abbia rinchiuso,
mèsse di segni in ricolmi granai;
o d’un alto poema scorgo sul volto
stellato della notte oscuri simboli e penso
che potrei non fare in tempo a tracciarne
le ombre, magicamente in mano al caso;
quando sento che mai più ti vedrò, cara
creatura d’un attimo, né mai il fatato
potere d’un impetuoso amore
mi darà gioia; – allora sulla sponda
del mondo immenso in solitudine medito
finché nel nulla amore e fama affondano.

(Traduzione di Gianfranco Palmery)

 

Un fatto al giorno

15 febbraio 1933: Giuseppe Zangara uccide il sindaco di Chicago Anton Cermak, nel corso di un tentativo di assassinio di Franklin Roosevelt a Miami. Quando la mattina del 15 febbraio 1933, con una pistola comprata per 8 dollari in un'armeria locale, al Bayfront Park di Miami sparò cinque colpi all'indirizzo del capo della Casa Bianca - che fece tappa nella cittadina della Florida prima di una breve vacanza ai Caraibi -, Zangara, un muratore fortemente ideologizzato che in quel periodo si trovava senza un lavoro fisso, pensava probabilmente di avere l'occasione di compiere quell'atto di “giustizia proletaria” di cui, diversi anni più tardi, avrebbe cantato anche Francesco Guccini nella sua “Locomotiva”. I cinque proiettili sparati dalla sua semiautomatica a buon mercato hanno mancato il presidente Roosevelt, che se l'è cavata solo con un grande spavento, ma sono andati comunque a segno, uccidendo il sindaco di Chigaco, Anton "Tony" Cermak, che faceva parte del drappello presidenziale. E ferendo altre quattro persone. Sulla tomba del povero Cermak compare ora questo epitaffio: “Sono felice di esserci stato io al tuo posto”. Zangara venne subito fermato dagli agenti di polizia presenti sul luogo del comizio e portato in carcere. Fu giudicato colpevole nel corso di un processo lampo e quasi subito giustiziato: il 20 marzo, poco più di un mese dopo l'attentato, l'immigrato calabrese si è ritrovato faccia a faccia con il boia sulla sedia elettrica del penitenziario di Raiford. E, secondo quanto raccontano le cronache del tempo, l'uomo non ha gradito il fatto che nessun fotoreporter fosse presente per documentare i suoi ultimi attimi di vita. “Io non ho paura di quella sedia - sono state le sue ultime parole -. Voi siete dei capitalisti, anche voi siete dei criminali. Mettetemi sulla sedia elettrica. Non mi importa! Andate al diavolo, figli di puttana... Mi ci siedo da solo. Viva Italia! Addio alla gente povera ovunque! Vili capitalisti! Niente foto! Capitalisti! Nessuno qui che mi faccia una foto. Tutti i capitalisti sono una banda di vili criminali. Avanti. Schiacciate il bottone!”

 

Una frase al giorno

“Non perdo mai occasione d'imparare a morire; il più gran timor ch'io abbia della morte è di temerla”.

(Vittorio Alfieri)

 

INFORMAZIONI

Ugo Brusaporco

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web www.brusaporco.org