“L’amico del popolo”, 14 febbraio 2017

L'amico del popolo
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“L’amico del popolo”, spazio politico di idee libere, di arte e di spettacolo. Una nuova rubrica ospiterà il giornale quotidiano dell’amico veronese Ugo Brusaporco, destinato a coloro che hanno a cuore la cultura. Un po’ per celia e un po’ per non morir...

Un film al giorno

SUNA NO ONNA (La donna di sabbia, Giappone, 1964). Regia di Teshigahara Hiroshi. Produzione: Teshigahara Hiroshi; sceneggiatura: Abe Kōbō dal suo omonimo romanzo; fotografia: Segawa Hiroshi; montaggio: Shuzui Fusako; scenografia: Hirakawa Toyatsu, Yamazaki Masao; musica: Takemitsu Tōru. Con Okada Eiji (l'uomo), Kishida Kyōko (la donna).

Un giovane operatore di borsa di Tokyo, entomologo dilettante, è alla ricerca di rari insetti in una zona desertica del Giappone. Perso l'ultimo autobus per tornare a Tokyo, il giovane è convinto da alcuni uomini a trascorrere la notte nella casa di una donna che abita nei paraggi e viene così condotto nella profonda buca scavata in mezzo alle dune dove si trova l'abitazione della sua ospite. Questa, rimasta da poco vedova, passa le notti a portar via secchi e secchi di sabbia per evitare che la casa ne venga sommersa; così devono fare gli altri abitanti del villaggio. Il mattino dopo, l'uomo scopre che la scala che avrebbe dovuto riportarlo in superficie è stata rimossa, e si rende così conto di essere prigioniero: se vorrà acqua e cibo dovrà anche lui, come la donna, caricare i suoi secchi. All'inizio l'entomologo cerca disperatamente una via di fuga, ma tutti i suoi tentativi d'evasione falliscono. Poco alla volta sembra quasi rassegnarsi e inizia a vedere questa sua nuova condizione di vita come una realtà non poi molto diversa da quella precedente, egualmente oppressa dai legami familiari, dal lavoro e dai doveri sociali. Anche il rapporto con la donna, che esercita su di lui una forte attrazione, comincia a cambiare e presto diventa analogo a quello di una normale coppia. Nel frattempo, l'uomo scopre casualmente una tecnica per estrarre acqua dalla sabbia, ma decide di non rivelare la cosa a nessuno. Rimasta incinta, la donna è portata in ospedale dagli abitanti del villaggio che, lasciando la buca, dimenticano di togliere la scala. L'entomologo potrebbe così finalmente fuggire ma, dopo essere salito in superficie e aver fatto qualche passo, decide di tornare nella buca e alla sua straordinaria scoperta, che forse un giorno potrà anche rivelare alla comunità che lo ospita.

Titolo indispensabile del cinema giapponese dei primi anni Sessanta, La donna di sabbia rappresenta l’apice del percorso artistico di Hiroshi Teshigahara. La trama, pressoché irraccontabile, non riesce a rendere a dovere lo stupefacente nitore dell’immagine, ottenuto grazie alla fotografia in bianco e nero di Hiroshi Segawa (al lavoro, oltre che in altri film di Teshigahara, nel duro e doloroso Under the Flag of the Rising Sun di Kinji Fukasaku); attraverso una messa in scena simbolica e rarefatta, Teshigahara riesce a scavare fino in fondo l’umanità contemporanea, donando un nuovo livello di consapevolezza al corpo e alla relazione materiale tra esseri umani. A distanza di quasi cinquant’anni ancora in grado di lasciare a bocca aperta lo spettatore.

“Vincitore del Premio Speciale della Giuria al Festival di Cannes del 1964, Suna no onna è il secondo dei quattro film che Teshigahara Hiroshi ha tratto dai racconti o dai romanzi dello scrittore coevo Abe Kōbō. Il film, insieme a Otoshiana (La trappola, 1962), Tanin no kao (Il volto di un altro, 1966) e Moetsukita chizu (La mappa bruciata, 1968), compone una sorta di tetralogia fantastica sui temi della perdita di identità e della reificazione dell'uomo nella società giapponese degli anni Sessanta, tetralogia caratterizzata da un'elegante messinscena che sceglie la via del simbolismo e dell'astrazione. Il film può essere letto come una complessa allegoria dei rapporti fra l'individuo e la società: tema introdotto già all'inizio della storia, quando l'uomo, ancora 'libero', si lamenta fra sé e sé per i certificati, i permessi, le autorizzazioni che gli sono necessari nella sua esistenza quotidiana. È del resto con un ultimo documento, quello che attesta la scomparsa ufficiale del protagonista, che il film si chiude, documento grazie al quale lo spettatore può infine conoscere il nome del personaggio (Jumpei Niki) di cui ha seguito l'incredibile vicenda.

L'omissione del nome proprio del protagonista per tutta la durata del film, almeno sino al suo epilogo, pone dunque in modo esplicito il tema della perdita della vecchia identità e del cammino verso la conquista di una nuova. L'uomo della sabbia si ritrova nella sua nuova realtà a vivere le stesse contraddizioni della sua vita precedente, a perpetuare ogni giorno gli stessi riti, a doversi sacrificare per il bene della comunità, a cercare un'impossibile via d'evasione alla monotonia del quotidiano. Come all'inizio del film affidava le sue speranze alla scoperta di un qualche insetto sconosciuto cui poter attribuire il proprio nome, così, alla fine, troverà consolazione nella sua straordinaria scoperta dell'acqua. Consolatoria sembra essere anche la storia d'amore con la donna della sabbia, vicenda che progressivamente si carica di sensualità ed erotismo e su cui Teshigahara indulge in diversi momenti, come accade nella scena in cui la donna lava meticolosamente il corpo dell'uomo o quella in cui questi la scopre dormire svestita. Mai, tuttavia, i due riescono a liberarsi dalla società che li circonda e si impone sulle loro esistenze. Una società metaforicamente rappresentata dalla stessa sabbia, la terza protagonista del film, che si trova ovunque: nei campi lunghi che mostrano all'inizio l'uomo aggirarsi in un deserto sconfinato, come nei piani ravvicinati sulla pelle della donna dove sempre si scorgono dei minuscoli granelli. Il regista, inoltre, accentua la dimensione claustrofobica vissuta dai due protagonisti attraverso l'uso di una macchina da presa che sta spesso addosso ai loro corpi, li bracca da vicino, privandoli quasi di uno spazio in cui potersi muovere liberamente ed esprimendo così la loro impossibilità di fuggire da un mondo in rovina. Il culmine di questa oppressione del sociale sul privato è raggiunto nella scena in cui gli abitanti del villaggio si dichiarano disposti a concedere una mezz'ora di libertà al giorno al protagonista, solo a patto che questi faccia l'amore con la donna davanti ai loro occhi. Condizione che l'uomo, contro il volere della compagna, accetterà, mettendo così in scena una sorta di stupro simbolico, trasformando in questo modo in spettacolo pubblico quel che invece dovrebbe essere la cosa più intima del rapporto d'amore fra un uomo e una donna. Prodotto in modo indipendente dallo stesso Teshigahara, il film è oggi considerato uno degli esiti maggiori del nuovo cinema giapponese che si affermò negli anni Sessanta”.

(Dario Tomasi in Treccani.it)

SUNA NO ONNA (La donna di sabbia, Giappone, 1964). Regia di Teshigahara Hiroshi

 

Una poesia al giorno

Dalla Canzone Seconda del Convivio di Dante Alighieri

Amor che ne la mente mi ragiona
de la mia donna disiosamente,
move cose di lei meco sovente,
che lo ’ntelletto sovr’esse disvia.
Lo suo parlar sì dolcemente sona,
che l’anima ch’ascolta e che lo sente
dice: "Oh me lassa! ch’io non son possente
di dir quel ch’odo de la donna mia!"
E certo e’ mi convien lasciare in pria,
s’io vo’ trattar di quel ch’odo di lei,
ciò che lo mio intelletto non comprende;
e di quel che s’intende
gran parte, perché dirlo non savrei.
Però se le mie rime avran difetto
ch’entreran ne la loda di costei,
di ciò si biasmi il debole intelletto
e ’l parlar nostro, che non ha valore
di ritrar tutto ciò che dice Amore.
Non vede il sol, che tutto ’l mondo gira,
cosa tanto gentil, quanto in quell’ora
che luce ne la parte ove dimora
la donna, di cui dire Amor mi face.
Ogni Intelletto di là su la mira,
e quella gente che qui s’innamora
ne lor pensieri la truovano ancora
quando Amor fa sentir de la sua pace.
Suo esser tanto a Quei che lel dà piace,
che ’nfonde sempre in lei la sua vertute
oltre ’l dimando di nostra natura.

 

Un fatto al giorno

13/14 febbraio 1945: Il bombardamento di Dresda. L'attacco fu condotto congiuntamente dalla Royal Air Force britannica e dalla United States Army Air Force ed avvenne fra il 13 e il 14 febbraio 1945. Il 13 febbraio 1945 più di 800 aerei inglesi volarono su Dresda, scaricando circa 1.500 tonnellate di bombe esplosive e 1.200 tonnellate di bombe incendiarie. Il giorno dopo la città fu attaccata dai B-17 americani che in quattro raid la colpirono con altre 1.250 tonnellate di bombe. I bombardieri alleati rasero al suolo una gran parte del centro storico di Dresda con un bombardamento a tappeto, causando una strage di civili, con obiettivi militari solo indiretti.
Lo scopo stesso dei bombardamenti strategici prevedeva una distruzione completa e non certo la presa di mira di obiettivi precisi. Prima di ogni attacco venivano studiati i metodi e le tattiche migliori: era preferibile attaccare dopo giorni di tempo caldo e secco, in modo che le costruzioni di legno fossero più infiammabili. Bisognava sganciare prima bombe ad alto potenziale esplosivo che sfondassero i tetti delle case e rompessero le finestre e solo dopo passare a quelle incendiare, in modo che le case sventrate bruciassero più facilmente. Infine, e solo in un secondo momento, si poteva passare alle bombe a frammentazione a scoppio ritardato, che uccidevano pompieri e soccorritori, in modo da consentire agli incendi di espandersi. Fu questo che la notte tra il 13 e il 14 febbraio del 1945 gli alleati ottennero in uno dei loro attacchi più riusciti: la distruzione di Dresda.
Si ritrovarono cadaveri fino agli anni Sessanta.

 

Una frase al giorno

“Cos'è la tradizione? È il progresso che è stato fatto ieri, come il progresso che noi dobbiamo fare oggi costituirà la tradizione di domani”

(Papa Giovanni XXIII)

Papa Giovanni XXIII

 

 

INFORMAZIONI

Ugo Brusaporco

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