“L’amico del popolo”, 10 febbraio 2017

L'amico del popolo
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“L’amico del popolo”, spazio politico di idee libere, di arte e di spettacolo. Una nuova rubrica ospiterà il giornale quotidiano dell’amico veronese Ugo Brusaporco, destinato a coloro che hanno a cuore la cultura. Un po’ per celia e un po’ per non morir...

Un film al giorno

I TULIPANI DI HAARLEM (Italia, 1970), regia di Franco Brusati. Sceneggiatura: Franco Brusati, Sergio Bazzini. Fotografia: Luciano Tovoli. Montaggio: Mario Morra. Musiche: Benedetto Ghiglia. Con: Carole André, Pierre Cressoy, Gianni Garko, Frank Grimes, Gianni Giuliano, Orazio Stracuzzi, Philippe Hersent, Susanne Berthois.

Brusati artista che si distingue dal nostri panorama cinematografico in maniera non forzata, ma da sempre è stato più al centro degli interessi culturali europei e quindi nel cinema italiano è stato un po' emarginato, pur facendo le interessanti opere cinematografiche che ha fatto, delle cose diverse ed alle volte belle; è stato l'unico che ha saputo coniare la nostra commedia all'italiana fuori dall'Italia ed in maniera più che pregevole, che si differenzia moltissimo da altri approcci più o meno grevi e l'esempio di Pane e Cioccolata non è certamente uno qualsiasi. Qui siamo in presenza quasi di una favola, ma una favola che porta alti i suoi significati e certamente a poco a che fare con il mondo naif, che alle volte sembra voler fare intravedere. Qui scrive una sceneggiatura con Sergio Bazzini, nome particolare apprezzato del nostro cinema che ha collaborato anche con Marco Ferreri e ne viene fuori un film che dipende molto dai tempi post '68, ma con un'idea sentimentale diversa ed esclusiva che gira dalle parti del femminismo. Ottima la messa in scena e le scenografie, che si ispirano a pitture più che famose e con un volto come quello della André, all'epoca, non fa fatica a farci pensare a Magritte. Certo il concetto di amore è molto esclusivo, ma il significato non tanto strisciante è anche evidente; l'emancipazione, la rivoluzione sessuale erano i temi predominanti che culturalmente riempivano quegli anni e di conseguenza la storia ne assorbe i sapori.
Pierre Dominique, impiegato in un'impresa di Bruges, è un giovane ottimista, innamorato della vita; solo al mondo, è alla ricerca di un'amicizia, di un affetto, anche se non è pienamente consapevole della propria solitudine. Un giorno conosce Sara, una ragazza inglese che ha tentato di uccidersi per una delusione amorosa: felice di poter essere d'aiuto a un altro essere umano, Pierre, col suo candido entusiasmo, restituisce a Sara la voglia di vivere, ma al tempo stesso il desiderio di partire. Innamoratosi di lei, Pierre si dispera, le dichiara i propri sentimenti, la convince a restare. Per quanto lo sappia sincero, Sara, ancora scossa dalla precedente esperienza, gli chiede continue, crudeli e al tempo stesso infantili prove della sua devozione. Pierre vi si sottopone serenamente, ma quando ha il dubbio che Sara si sia concessa a un comune, casuale conoscente, si lascia tentare dall'idea del suicidio. Ormai convinta del suo amore, Sara diventa finalmente sua. La felicità di Pierre, però, che ella sente come l'inizio di un tradimento, la rende gelosa per cui, per impadronirsi per sempre di lui, lo acceca.

Carole André in I TULIPANI DI HAARLEM (Italia, 1970), di Franco Brusati

 

Una Poesia al giorno

Una poesia di Forugh Farrokhzad, tradotta da Faezeh Mardani

Perché devo fermarmi?
La complicità delle lettere di piombo è sterile
la complicità delle lettere di piombo non salverà il misero pensare.
Io sono della stirpe degli alberi
mi turba respirare l’aria infetta
mi consigliò un uccello morto
di non dimenticare il volo
Il fine di tutte le forze è giungere,
giungere all’origine luminosa del sole
e calare nella percezione della luce.

È ̀naturale
che i mulini a vento marciscano
Perché devo fermarmi?
Prendo le acerbe spighe di grano al petto
e le allatto

La voce, la voce, solo la voce,
la voce del limpido desiderio di fluire dell’acqua
la voce del scendere della luce stellare
sulla superficie femminea della terra
la voce del concepimento del seme del senso
e l’estensione del pensiero condiviso dell’amore.
La voce, la voce, la voce,
e ̀solo la voce che resta.

Perché devo fermarmi?

 

Forugh Farrokhzad nasce a Teheran nel 1934 da una madre casalinga e un padre militare. Inizia a comporre poesie da giovanissima e a sedici anni si sposa con un disegnatore e caricaturista. Dopo soli tre anni è costretta a una difficile scelta tra la famiglia e la poesia. La vita matrimoniale dell’autrice non permette lo sviluppo delle sue capacità artistiche ed esige, in accordo con le convenzioni culturali della società iraniana, una totale dedizione al marito e alla famiglia. Farrokhzâd, dopo tre anni dal matrimonio, si trova a dover dolorosamente scegliere tra la poesia e la vita familiare.
Mentre la poesia ufficiale, banale e mal riuscita imitazione della poesia romantica europea in metrica classica, piena dei lamenti del cuore e di lacrime d’amore, riempie le pagine delle riviste letterarie e il golpe del 1953 determina i destini politici del Paese, Forugh Farrokhzâd, ancora troppo giovane e inesperta poetessa che segue la strada aperta da Nimâ Yushij, diventa la voce audace della ribellione femminile.
Non è chiaro se la scelta che fece fu davvero consapevole oppure fu una necessità che andava ben oltre la sua volontà. Forugh è travolta dall’impeto della poesia, che richiede tutta la sua attenzione, e non può che metterla al centro della sua vita.
Dopo il divorzio, per la legge e per le convinzioni religiose e culturali dominanti, non è più ritenuta adeguata a esercitare il ruolo di madre e per il resto della sua vita non potrà più vedere il figlio.
Forugh Farrokhzâd pubblica nel 1955, appena ventenne, la prima raccolta di poesie Asir (Prigioniera). I versi di questo volume annunciano la nascita di una scrittura femminile spregiudicata, che racconta le esperienze intime della sfera sentimentale, emotiva ed erotica di una giovane donna, tesa ad affrontare i severi e spietati giudizi morali e religiosi della società in cui vive. È̀ difficile credere che l’autrice fosse cosciente di quello a cui andava incontro o che abbia agito ispirata da una consapevole coscienza civile e ideologica.
Il suo particolare interesse per le arti visive, la pittura e il cinema, la conduce a un importante incontro d’amore e di creatività. Il noto scrittore e regista Ebrâhim Golestân diventa il personaggio che contribuisce ai rapidi cambiamenti artistici nella vita della poetessa. Inizia la sua attività cinematografica come montatrice, attrice, sceneggiatrice e regista. Nel 1962 realizza un duro, coraggioso e nello stesso tempo poetico, documentario sulla vita di un gruppo di lebbrosi rinchiusi in una casa di cura a Tabriz, che ottiene il primo premio al Festival di Oberhausen. Nel 1964 partecipa, in veste di attrice, alla messa in scena di Sei personaggi in cerca d’autore di Luigi Pirandello.
Nello stesso anno pubblica la sua più importante opera poetica, Tavallodi digar (“Un’altra nascita”). Nel 1965 l’Unesco realizza due cortometraggi sulla sua vita.
Considerata la più grande poetessa iraniana contemporanea, la sua opera è stata più volte candidata al Nobel per la letteratura.
La poetessa muore a trentadue anni in un incidente stradale.

Forugh Farrokhzad

 

Un fatto al giorno

10 febbraio 1355: a Oxford, in Inghilterra, una rissa da osteria fornisce il casus belli per una cruenta serie di tumulti studenteschi, nota come rivolta di Santa Scolastica, che vide opporsi la cittadinanza locale agli studenti e accademici dell'Università di Oxford. La rivolta, che contò una novantina di morti (63 studenti e 30 residenti), si risolse in favore dell'università, con il rafforzamento dei suoi privilegi e poteri. La rivolta fu il momento storico in cui giunsero alla loro acme le frequenti tensioni che percorrevano e agitavano la vita sociale della città e i rapporti tra la fazione autoctona e quella accademica (racchiusi nell'espressione anglosassone Town and gown, "città e toga"), una situazione di conflittualità che fu tipica, peraltro, di moltissime città universitarie del Medioevo, la cui storia è segnata da attriti e costellata di rivolte e scontri violenti.

 

Una frase al giorno

Dove c'è molta Luce, c'è anche molta Ombra - Wo viel Licht ist, ist auch viel Schatten

(da "Götz von Berlichingen", atto I, di Johann Wolfgang von Goethe)

 

 

INFORMAZIONI

Ugo Brusaporco

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web www.brusaporco.org