“L’amico del popolo”, 6 febbraio 2017

L'amico del popolo
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“L’amico del popolo”, spazio politico di idee libere, di arte e di spettacolo. Una nuova rubrica ospiterà il giornale quotidiano dell’amico veronese Ugo Brusaporco, destinato a coloro che hanno a cuore la cultura. Un po’ per celia e un po’ per non morir...

Un film al giorno

A CIASCUNO IL SUO (Italia, 1967), regia di Elio Petri. Soggetto: dall'omonimo romanzo di Leonardo Sciascia; sceneggiatura: Elio Petri, Ugo Pirro; fotografia: Luigi Kuveiller; musiche: Luis Enriquez Bacalov; montaggio: Ruggero Mastroianni; scenografia: Sergio Canevari; interpreti: Gian Maria Volonté, Irene Papas, Gabriele Ferzetti, Salvo Randone, Luigi Pistilli, Maria Laura Nucci, Mario Scaccia.

In un paese della Sicilia vengono uccisi due uomini: il farmacista Manno e il dottor Roscio. Le indagini della polizia concludono che gli assassini hanno agito per motivi di onore nei confronti di Manno e che Roscio è stato ucciso in quanto aveva assistito all’omicidio. Paolo Laurana, un professore di liceo, giunge invece alla conclusione che le persone incriminate sono estranee al fatto e che la vera vittima da colpire era Roscio e non Manno. Confida pertanto le sue deduzioni all’avv. Rosello, cugino della moglie di Roscio, ed a Luisa, la vedova del dottore. Laurana, coadiuvato da Luisa, prosegue nelle indagini e scopre un diario di Roscio nel quale si legge, tra l’altro, che questi voleva denunciare Rosello per alcune attività illegali. A queste rivelazioni Laurana comprende di aver confidato i suoi sospetti proprio al mandante dell’omicidio, ma non immagina che Luisa, innamorata di Rosello sin da bambina, sia complice nel delitto. Egli decide di denunciare Rosello, ma Luisa, apparentemente d’accordo con lui, lo tradisce e lo abbandona in un luogo solitario dove alcuni sicari lo raggiungono e lo uccidono. Finalmente al sicuro, Rosello e Luisa si sposano con grande fasto nella chiesa del paese.

“Il film di Elio Petri, A ciascuno il suo, di risentito impegno civile, è del 1967; il romanzo di Leonardo Sciascia, cui il film si riporta, è dell’anno prima. L’ambiente e la storia affondano nel clima sinistro della mafia siciliana, in un piccolo paese dell’interno, nelle afose giornate dell’estate 1964. In un breve arco di anni si rinserrano, precise, stringate, cronaca tra realtà e fantasia, scrittura letteraria con un senso di partecipazione diretta, pessimistica e dolente, a ruota di una puntigliosa documentazione, e traduzione cinematografica, nel segno di una austera, rabbiosa concretezza. Il giudizio critico sui delitti di mafia, sulle componenti sociali ed economiche del fenomeno, sono già nel libro di Sciascia, a continuazione e conferma di uno studio assiduo e documentato che prende avvio dai racconti siciliani di Le parrocchie di Regalpetra (1956), ma irrompe e matura soprattutto agli inizi degli anni Sessanta con Il giorno della civetta. Dopo cinque anni Sciascia è ancora là, addosso alla mafia, dentro ai suoi tenebrosi disegni e risvolti. La reazione morale e la struttura narrativa sono dunque già in Sciascia, ma è tutta di Petri la dinamica forma espressiva, la tensione sociale al di là del pittoresco e del folclorico, il gioco suggestivo tra suspense e polemica, tra dramma e ideologia. Come nel suo film d’esordio, L’assassino (1961), anche qui il soggetto nasce dal torbido clima di un «contesto» sociopolitico legato ad alcuni fatti mafiosi, vischiosamente torpidi e crudeli, frutto di omertà, di silenzi, di intrallazzi, di camarille borghesi. A ciascuno il suo è una «tranche de vie», su una Sicilia non letteraria, arcaicamente ferma a consuetudini di prepotenza borbonica e di privatismo assoluto, dove anche i morti, anche gli adultèri, sono strumentalizzati da una forma paternalistica di potere. Un farmacista, Manno, e il suo amico, Roscio, vengono assassinati: Manno era un donnaiolo, riceveva di frequente minacciose lettere anonime, forse gli hanno voluto fare la festa. Nessuno, tanto meno la polizia, sospetta che Manno era solo un paravento: si voleva invece uccidere proprio il suo compagno, e lo si è fatto. La cronaca nera parla piuttosto di donne, di corna, di gelosie, e la gente comodamente asseconda le dicerie. Soltanto un professorino, Paolo Laurana, un po’ astratto, un po’ nevrotico, un po’ curioso, vuole vederci chiaro, andare sino in fondo. Crede di essere un crociato, un pioniere della verità, ma al primo incontro con la vedova Roscio, è già dentro nella trappola. La donna, elegantissima, con la morbida grazia matura dei suoi quarant’anni, sembra promettere tenerezze e piaceri d’amore, ma è solo un’esca. Dietro, vigila un cugino, avvocato, pieno di relazioni politiche, di prebende, di cariche, di stima collettiva. Il professorino ci lascia la pelle, come un cretino, e l’avvocato si sposa la cugina vedova, in una festosità aperta, pomposa, serena. Le posizioni gerarchizzate si rimettono in sesto, il bruscolo è stato eliminato, senza fatica, e il sole torna a battere, dolce e intenso, sui paesaggi e sugli uomini. Elio Petri insiste con ossessiva tensione su questa luce, ci insinua la morte, il nero tragico che si avviluppa attorno agli ingenui che non sanno ragionare e pensano che gli uomini possano aver camminato insieme alla storia. II ritmo del film è affannoso, rabbiosamente attento sui volti, sui dettagli, sui colori; la fotografia lavora intensamente vivida, con gli zoom che si scaraventano sulle cose e vi si slontanano quasi smagati, con i teleobiettivi che si illudono di captare a distanza un guizzo, un estro, di una verità che scotta. E dentro questo clima, la recitazione è superba, di tutti, dei comprimari, delle figurine di contorno che non dicono una battuta ma sanno tutto sulla morte di un uomo, dei protagonisti, una Irene Papas malinconicamente magnifica e attraente, un Gabriele Ferzetti mafioso borghese di proterva sicurezza, un Gian Maria Volonté nevrotico, febbrile, quasi un emblema di civiltà nuova, in progress ma ancora troppo fragile e debole per non conoscere, inevitabilmente, la sconfitta e la morte”.

(Alberto Pesce, Cineproposte, La Scala, 1978)

“Avevo letto il libro di Sciascia A Ciascuno il suo. La molla scattò di qui, perché in quelle pagine era descritto in modo lucidissimo il mondo politico meridionale, le forze e la posta in gioco, i rapporti Chiesa-DC. Anche il ruolo dell’intellettuale, frustrato, castrato. Mi interessava anche che l’assassino finisse per essere il vincitore, perché era all’interno della classe dirigente. Un’ottica nuova, in questo, per allora. Se ho usato molto lo zoom fu perché lo girai in fretta. Ma lo feci anche apposta perché volevo che nella Sicilia si individuasse un sud molto più vasto, senza confini, un sud che era quello di molti altri paesi. Il centro di interesse non era la mafia. Nel film ho anche cercato di proporre un’equivalenza tra immaturità umana o politica ed immaturità sessuale, un tema costante nei miei film”.

(Elio Petri)

Gian Maria Volonté

 

Una poesia al giorno

Ploja tai cunfíns, di Pier Paolo Pasolini

Fantassút, al plòuf il Sèil
tai spolèrs dal to país,
tal to vis di rosa e mèil
pluvisín al nas il mèis.

Il soreli scur di fun
sot li branchis dai moràrs
al ti brusa e sui cunfíns
tu i ti ciantis, sòul, i muàrs.

Fantassút, al rit il Sèil
tai barcòns dal to país,
tal to vis di sanc e fièl
serenàt al mòur il mèis.

Pioggia sui confini

Giovinetto, piove il Cielo
sui focolari del tuo paese,
sul tuo viso di rosa e miele,
nuvoloso nasce il mese.

Il sole scuro di fumo,
sotto i rami del gelseto,
ti brucia e sui confini,
tu solo, canti i morti.

Giovinetto, ride il Cielo
sui balconi del tuo paese,
sul tuo viso di sangue e fiele,
rasserenato muore il mese.

Pier Paolo Pasolini

 

Un fatto al giorno

Il 6 febbraio 1922 Il Cardinal Achille Ratti è eletto Papa prenderà il nome Pius XI. Pio XI, il papa dell’anticomunismo, e in altro tono dell'antifascismo e antinazismo e insieme il papa dei Patti Lateranensi.
Achille Ratti fu eletto papa il 6 febbraio 1922 alla quattordicesima votazione. Il conclave era stato in effetti contrastato: da un lato i conservatori puntavano sul cardinale Merry del Val, ex Cardinal Segretario di Stato di papa Pio X, mentre i cardinali più "liberali" sostenevano il Cardinale Segretario di Stato in carica, il cardinale Pietro Gasparri. Dopo l'elezione, il papa, indossando l'abito corale, si affacciò dalla loggia esterna della basilica vaticana e non da quella interna, come i suoi tre predecessori: affacciandosi rivolto verso Piazza San Pietro e quindi la città di Roma, indicò la sua volontà di risolvere la questione romana, ovvero la controversia relativa al ruolo di Roma, contemporaneamente capitale d'Italia e sede del potere temporale del papa.

(Il Messaggero)

Achille Ratti, divenuto Pio XI il 6 febbraio 1922, trascorse in Polonia più di tre anni, tra la primavera del 1918 e l’inizio di giugno del 1921, prima come visitatore apostolico e poi, dopo la nascita della Repubblica di Polonia, come nunzio apostolico. Per il futuro Pontefice fu un periodo difficile e travagliato, che servì a fargli maturare alcune convinzioni che poi animeranno la linea tenuta durante il papato. Non solo l’anticomunismo, ma anche la diffidenza verso il patriottismo cattolico, o cattolicesimo patriottico, cioè per il nazionalismo sostenuto da valori confessionali.

(Osservatore Romano)

 

Una frase al giorno

“Io ho un concetto etico del giornalismo. Ritengo infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza la criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili, pretende il funzionamento dei servizi sociali. Tiene continuamente allerta le forze dell'ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo”.

Giuseppe Fava detto Pippo (1925 - 1984), scrittore, saggista, giornalista, drammaturgo e sceneggiatore italiano. Assassinato dalla sempre impaurita mafia e dai colleghi giornalisti venduti

 

INFORMAZIONI

Ugo Brusaporco

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web www.brusaporco.org