“L’amico del popolo”, 4 febbraio 2017

L'amico del popolo
Grandezza Carattere

“L’amico del popolo”, spazio politico di idee libere, di arte e di spettacolo. Una nuova rubrica ospiterà il giornale quotidiano dell’amico veronese Ugo Brusaporco, destinato a coloro che hanno a cuore la cultura. Un po’ per celia e un po’ per non morir...

Un film al giorno

LA MORT EN DIRECT (La morte in diretta, Francia, 1980), di Bertrand Tavernier, tratto dal romanzo di David G. Compton "The continuous Katherine Mortenhoe". Soggetto: David Compton. Sceneggiatura: David Rayfield, Bertrand Tavernier. Fotografia: Pierre-William Glenn. Musiche: Antoine Duhamel. Montaggio: Armand Psenny. Con: Romy Schneider, Max von Sydow, Harvey Keitel, Peter Kelly.

Katherine Mortenhoe (Romy Schneider), una celebre scrittrice, viene informata dal suo medico che le è stata diagnosticata una grave malattia e che le restano circa due mesi di vita. Con la complicità del medico l’incontro viene ripreso da un operatore dell'emittente CNA, e in seguito il produttore televisivo Vincent Ferriman (Harry Dean Stanton) le offre un contratto per avere l'esclusiva della sua malattia e della sua morte e mostrarli durante un programma televisivo chiamato "La morte in diretta". Questo proto reality show è stato programmato con largo anticipo, difatti Vincent in precedenza ha fatto impiantare una micro telecamera negli occhi dell’operatore Roddy (Harvey Keitel) proprio per riprendere la fine di Katherine, e per alimentare l’attesa nel pubblico ha tappezzato la città di manifesti pubblicitari che includono oltre al logo del programma anche una foto di Katherine: inizialmente il volto è irriconoscibile perché sono scoperti soltanto gli occhi, ma in seguito la foto viene mostrata nella sua interezza scatenando l’interesse morboso del pubblico e della stampa. Katherine inizialmente rifiuta la proposta, ma in seguito cambia idea. Sembra che lo faccia per l’anziano padre, affetto da una malattia che mina le sue capacità cognitive (Alzheimer?) e ricoverato in una clinica dalla retta presumibilmente molto alta. Però dopo aver trattato sul prezzo, e aver concordato l'inizio delle riprese a 36 ore dalla firma del contratto, lei fugge senza nemmeno prendere i soldi (ma questo lo si verrà a sapere più avanti) e senza informare il marito. Travestita con parrucca e vestiti dimessi, Katherine viene rintracciata da Roddy e prosegue nel suo viaggio con lui, senza sapere che l’uomo sta filmando tutto ciò che vede, non solo l’evolversi della malattia ma anche le confidenze di Katherine, perché la donna nel giro di breve tempo comincia a fidarsi di lui e gli svela una parte dei suoi pensieri e del suo passato. Katherine prima di morire desidera rivedere Gerald (Max von Sydow), l’ex marito del quale ha mantenuto il cognome, e in breve tempo i due arrivano a casa sua. Roddy intanto è in preda ai sensi di colpa, anche perché col passare dei giorni tra i due si è formato un legame intenso che forse in altre circostanze non sarebbe nato. Roddy perde la vista e quindi la diretta tv si interrompe, e a quel punto la troupe della CNA si precipita sul luogo per filmare Katherine mentre sta per morire.

“La morte in diretta - opera che Tavernier realizza fra il 1979 e il 1980, ispirandosi al romanzo The Continuous Katherine Mortenhoe, di David G. Compton (1974) - presenta, già nel titolo, un paradosso e una contraddizione, che però costituiscono uno dei nuclei portanti della dialettica che il film sviluppa fra cinematografo e televisione, nonché dei loro diversi modi di rappresentazione del reale. Peraltro risulta in gioco, ancor più marcatamente, la contrapposizione fra il cinematografo - come strumento di critica oltre che di vera e propria analisi politica - e la società contemporanea, apparentemente addomesticata, ma in realtà quanto mai ferina e primitiva. Il paradosso consiste nel fatto che l’esperienza della “morte in diretta” è quanto di più effimero e sfuggente l’occhio umano e la sua coscienza possano cogliere, in quanto si tratta di un istante, il vertice estremo della vita e anche la sua conclusione, quindi un’esperienza che, se è effettivamente tale, risulta comunque estremamente contratta nel suo accadere. Una “punta di presente”, per usare un’espressione deleuziana, e un frammento di reale, che annientano indelebilmente le vite degli uomini, ma che sfiorano soltanto le loro percezioni dell’evento in sé. Manifestandosi, quindi, la fine del vivente come un momento sostanzialmente privo di durata, per arrivare a costituire la materia per una trasmissione televisiva - un vero e proprio reality show, così come è nelle intenzioni del boss televisivo Vincent Ferriman (Harry Dean Stanton) - non potrà trattarsi della morte della donna-cavia scelta per l’occasione, Katherine (Romy Schneider), ma della sua agonia: la (parte conclusiva della) vita in diretta. La sua morte dovrà sancire soltanto il gran finale dello show, il cui titolo, Death Watch, la dice lunga sulle intenzioni degli ideatori. Sarà quindi l’oscenità della malattia, della contrapposizione fra una persona che ancora desidera vita e amore, da un lato, e il suo corpo che non regge, dall’altro, scosso dal dolore e dalla perdita di controllo delle proprie funzioni, a costituire l’esca per il pubblico della trasmissione. La contraddizione si situa invece nell’attesa di un evento - a cui il titolo già sembra preparare lo spettatore - che viene continuamente posticipato, rinviato fino a non realizzarsi o, meglio, che accade fuoricampo, nel finale del film, quando Katherine morirà lontano dalle telecamere, contraddicendo perciò le regole stesse di ogni reality e di ogni diretta televisiva: la visibilità totale e il rifiuto incondizionato verso tutto ciò che non è inquadrato/inquadrabile, cioè verso l’invisibile. Questa negazione della visibilità totale del mondo, per riaffermare la difficoltà nel tracciarne l’architettura definitiva, è contigua a tutta una serie di ambiguità e di modificazioni o capovolgimenti di senso, che rinviano, in modo crescente e progressivo per tutta la durata della pellicola, alla costitutiva problematicità, doppiezza e inafferrabilità del reale, di cui forse solo il cinema appare in grado di rendere la complessità”.

(Gian Giacomo Petrone)

Un film anomalo, giusto per amare il cinema.

La morte in diretta, Francia, 1980, di Bertrand Tavernier

 

Una poesia al giorno

Gabbiani, da POESIE, di Vincenzo Cardarelli

Non so dove i gabbiani abbiano il nido,
ove trovino pace.
Io son come loro,
in perpetuo volo.
La vita la sfioro
com'essi l'acqua ad acciuffare il cibo.
E come forse anch'essi amo la quiete,
la gran quiete marina,
ma il mio destino è vivere
balenando in burrasca.

 

Un fatto al giorno

4 febbraio 1945: inizia la Conferenza di Yalta. Il vertice tenutosi nell'ultimo anno della Seconda Guerra Mondiale, dal 4 all’11 febbraio 1945, a Jalta, in Crimea, tra i leader delle tre potenze alleate, W. Churchill (Gran Bretagna), F. D. Roosevelt (Stati Uniti) e I. Stalin (Russia), per discutere, in base al principio delle cd, sfere d'influenza, i piani per la conclusione della guerra contro le potenze dell’Asse, l’occupazione e la spartizione della Germania e il successivo assetto dell’Europa e dell’Estremo Oriente. In particolare, furono previsti lo smembramento della Germania in Stati indipendenti e lo spostamento a O delle frontiere della Polonia (furono tuttavia definiti solo i confini orientali, lungo la linea Curzon), e si toccarono i problemi della frontiera italiana con l’Austria e la Iugoslavia; l’URSS si impegnò a entrare in guerra contro il Giappone, dopo la sconfitta della Germania, in cambio del possesso delle isole Curili e di tutta l’isola di Sachalin. Nella conferenza furono inoltre sviluppati i lavori, avviati a Dumbarton Oaks, in merito alla Carta delle Nazioni Unite (in particolare fu trovato un accordo sulla procedura di voto nel Consiglio di sicurezza) e si stabilì che la Conferenza delle Nazioni Unite sarebbe stata convocata a San Francisco il 25 aprile 1945.

(Treccani)

4 febbraio 1945: inizia la Conferenza di Yalta

 

Una frase al giorno

“La stampa straniera si esercita periodicamente nell'affermare che l'obiettivo dell'Armata Rossa è quello di sterminare il popolo tedesco e di distruggere lo Stato germanico. Si tratta di una stupida bugia (...). L'Armata Rossa non ha né può avere obiettivi così idioti. L'obiettivo dell'Armata Rossa è di cacciare gli invasori tedeschi dal nostro territorio e di liberare il suolo tedesco dagli invasori fascisti. È assai verosimile che la guerra di liberazione del suolo tedesco porti al l'abbattimento e alla distruzione della cricca hitleriana. Auspichiamo questo risultato. Ma sarebbe ridicolo identificare la cricca di Hitler con il popolo tedesco. La storia dimostra che gli Hitler vanno e vengono, ma che il popolo tedesco e lo Stato tedesco rimangono”.

(Josif Stalin. Citato in Ennio Di Nolfo, Storia delle relazioni internazionali. Dal 1918 ai giorni nostri, Editori Laterza, Roma, 2008, ISBN 978-88-420-8734-2, pag. 418)

 

INFORMAZIONI

Ugo Brusaporco

e-mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
web www.brusaporco.org