“L’amico del popolo”, 30 gennaio 2017

L'amico del popolo
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“L’amico del popolo”, spazio politico di idee libere, di arte e di spettacolo. Una nuova rubrica ospiterà il giornale quotidiano dell’amico veronese Ugo Brusaporco, destinato a coloro che hanno a cuore la cultura. Un po’ per celia e un po’ per non morir...

Un film al giorno

HIROSHIMA MON AMOUR (Francia, 1959) di Alain Resnais. Il soggetto e la sceneggiatura sono della scrittrice Marguerite Duras. Fotografia: Michio Takahashi, Sacha Vierny. Montaggio: Jasmine Chasney, Henri Colpi, Anne Sarraute. Musica: Georges Delerue, Giovanni Fusco. Interpreti: Emmanuelle Riva (lei), Eiji Okada (lui), Stella Dassas (la madre), Pierre Barbaud (il padre), Bernard Fresson (il fidanzato tedesco). Produzione: Argos Films. Durata: 92'.

Una francese ed un giapponese s'incontrano a Hiroshima, dove la prima si è recata per recitare una parte in un film di propaganda pacifista, mentre l'altro vi ha il suo domicilio e vi esercita la professione di architetto. Nessuno dei due ha una conoscenza esatta dei terribili casi successi a Hiroshima al tempo della distruzione della città: non hanno "visto". Ma l'architetto giapponese porta la storia di Hiroshima impressa indelebilmente nel suo spirito col ricordo della sua famiglia distrutta, così come la donna porta entro di sé il ricordo del soldato tedesco, che, diciottenne, ella ha amato a Nevers, l'uomo la cui uccisione la trascinò alle soglie della follia. Ora sono entrambi, lo confessano, felicemente sposati. La donna ha cercato di seppellire il passato quando le sono nati i figli; l'altro tenta di superarlo lavorando alla riedificazione della città. Non hanno che poche ore innanzi a sé, poiché la donna deve ripartire per la Francia; poche ore per sfuggirsi e ricercarsi per le vie, per le piazze, nei caffè, nelle sale di attesa. Tuttavia devono lasciarsi: anche sul loro amore cadrà l'oblio.

“Alain Resnais (Vannes, 3 giugno 1922) aveva cominciato come montatore. Autore di film sull'arte (Van Gogh, 1948; Guernica, 1949; Gauguin, 1950), documentarista eccellente (Nuit et brouillard, 1955; Toute la mémoire du monde, 1956), giunge al film a soggetto nel 1959 con Hiroshima mon amour, presentato fuori concorso al festival di Cannes (vi ottiene il premio della FIPRESCI). La “politica degli autori” comincia a dare i suoi frutti. Il 1959 è l'anno in cui la Francia produce, oltre a Hiroshima mon amour, Les quatre-cent coups di Frangois Truffaut e A bout de souffle di Jean-Luc Godard, e l'Italia L'avventura di Michelangelo Antonioni. Resnais, tuttavia, si considera un isolato. Agli autori della “nouvelle vague” si sente legato, al massimo, da affinità personali (“non vedo come potremmo influenzarci a vicenda; abbiamo gusti comuni, pensiamo a un cinema assai più libero di quello corrente, ma non si può dire che le opere di ciascuno di noi esercitino un'influenza su quelle degli altri”). Hiroshima mon amour - non meno dei film successivi, da L'année dernière à Marienbad (L'anno scorso a Marienbad, 1961) a Muriel le temps d'un retour (Muriel il tempo di un ritorno, 1963) a La guerre est finie (La guerra è finita, 1966) a Je t'aime, je t'aime (1968) a Stavisky (1974) - dimostra che la sua posizione non può essere né confusa né accostata a quella dei suoi “compagni di strada”. È, soprattutto, l'avventura di una nuova forma che scompone il tempo cinematografico (la sua durata nella sequenza) in particelle minime e lo ricompone secondo la “cronologia” fluttuante della memoria.
La protagonista vive a Hiroshima una storia d'amore (dopo anni di un matrimonio sessualmente arido) che la riconduce - per effetto del trauma di questa esperienza inattesa al tempo del primo amore, a Nevers. Non solo passato e presente si mescolano, sovrapponendosi negli attimi culminanti (il piacere e la morte), ma lo stesso tempo presente - quello vissuto nell'albergo, per le strade, nei caffè, alla stazione della città giapponese, dove la donna è venuta per interpretare un film pacifista - si confonde nella indeterminatezza di una decisione da prendere (partire, non partire) e si sminuzza nel corso delle ore che passano in attesa della partenza. Il film inizia con i due abbracciati nella camera d'albergo. Sulle spalle di lui brilla la polvere della (simbolica) cenere atomica: il ricordo fisico della catastrofe che distrusse Hiroshima il 6 agosto 1945. La presenza della guerra e dell'orrore incombe sugli amanti. E li unisce, non solo per affermare, nonostante tutto, la forza della vita, ma anche per riportare alla luce un passato sepolto (ciò che la donna non ha mai raccontato, neppure al marito: l'amore che l'aveva unita a un soldato tedesco, durante l'occupazione, l'uccisione dell'innamorato da parte del maquis, la reclusione nella cantina di casa per non essere esposta al dileggio della gente).
L'amore a Nevers (i prati e i pioppi lungo la Loira, gli incontri con il tedesco, le strade deserte della cittadina, gli scontri con la famiglia, il taglio dei capelli cui i partigiani sottopongono la ragazza, il lento ritorno alla vita, la partenza di notte, in bicicletta, per Parigi) nasce dall'amore a Hiroshima: la mano del giapponese addormentato sul letto diventa la mano del giovane soldato tedesco e poi il suo volto insanguinato; i dialoghi dei due a letto (“Era francese l'uomo che hai amato?”, “No, non era francese”; “lo avevo diciotto anni, lui ventitré”, “È là che ho rischiato di perderti”) introducono - svolgendo la storia a ritroso, per brevi momenti - un passaggio di lei in bicicletta sugli argini del fiume, l'amore con il ragazzo sull'erba e così via. A poco a poco, nella mente della donna, il tedesco di allora si identifica con l'uomo di oggi: l'amante giapponese ascolta e vede le stesse cose che si presentano disordinatamente al ricordo di lei. Tutto questo avviene mentre i due si spostano dalla camera d'albergo al set dove si gira il film, in casa di lui, in un caffè sulla riva del fiume. La disperazione che provoca il ricordo è più forte dell'angoscia che la donna prova per il distacco imminente. “Poi un giorno tu esci dall'eternità. Vedo la tua morte, la mia vita che continua.” Si tormenteranno ancora, a lungo, inseguendosi per le strade notturne di Hiroshima, lui che la vuol trattenere, lei che deve staccarsi, insieme, dal passato e dal presente (“Deformami, così che nessun altro capisca il perché di tanto desiderio. Un giorno non sapremo più nominare ciò che ci unisce”). Il film termina sul primo piano dell'uomo. Lei ha urlato: “Ti dimenticherò. Ti ho già dimenticato. Il tuo nome è Hiroshima”. “Sì” risponde lui, “e il tuo nome è Nevers, in Francia.” La costruzione cinematografica di Resnais (il tempo e lo spazio del presente intrecciati con lo spazio e il tempo del passato, e uniti dalla voce narrante della donna che collega tutto in un flusso unico) riscatta - in questo impasto visivo-sonoro di alta suggestione - la scadente materia letteraria fornita da una scrittrice, mediocre quanto ambiziosa, come Marguerite Duras. Una eco proustiana conferisce una patina di nobiltà supplementare alla sapienza di un regista a tal punto coraggioso da sfidare (e più volte superare) i pericoli di un volgare melodramma”.

(Fernaldo Di Giammatteo) - Per una volta non sono d’accordo con uno dei mie maestri, amo questo film e ogni volta mi commuove, come mi commuove il sapere che un grande come Resnais se n’è andato nel 2014 e che Emanuelle Riva, sua musa, mia immancabile stella, è morta ieri -

“Hiroshima mon amour è il film della resistenza alla disintegrazione, poiché la disintegrazione, tomba od oblio, è l’orrore moderno. Disintegrazione materiale: Resnais continua a denunciare la possibile polverizzazione del mondo, questo fragore dipinto da Picasso in Guernica e di cui Resnais ci aveva obbligati a vedere le schegge mortifere. Disintegrazione psicologica: l’incontro del Giapponese ha fatto esplodere, nel cuore e nella mente della Francese, come una bomba; uguale devastazione; un colpo di piedi nel formicaio; e l’infelice, o la felice (sempre l’ambiguità), cerca di incollare nuovamente i frammenti del suo piccolo universo tentando attraverso il confronto del passato - Nevers, il Tedesco - con il presente - Hiroshima, il Giapponese - e forse, con un po’ di fortuna, per mezzo della loro sintesi, di ricostruire un “io” di dubbia unità. Ed ecco l’amore a sua volta disintegrato dal Tempo. E poi verrà la Morte, in cui si ritrova la disintegrazione materiale”.

(Jean-Louis Bory, Artsept, n.1, janvier-mars 1963)

Una Poesia al giorno

La bambina di Hiroshima, di Nazim Hikmet

“Apritemi sono io...
busso alla porta di tutte le scale
ma nessuno mi vede
perché i bambini morti nessuno riesce a vederli.

Sono di Hiroshima e là sono morta
tanti anni fa. Tanti anni passeranno.

Ne avevo sette, allora:
anche adesso ne ho sette perché i bambini morti non
diventano grandi.

Avevo dei lucidi capelli, il fuoco li ha strinati,
avevo dei begli occhi limpidi, il fuoco li ha fatti di vetro.

Un pugno di cenere, quella sono io
poi il vento ha disperso anche la cenere.

Apritemi; vi prego non per me
perché a me non occorre né il pane né il riso:
non chiedo neanche lo zucchero, io:
a un bambino bruciato come una foglia secca non serve.

Per piacere mettete una firma,
per favore, uomini di tutta la terra
firmate, vi prego, perché il fuoco non bruci i bambini
e possano sempre mangiare lo zucchero.”

 

Un fatto al giorno

30 gennaio 1931 "City Lights" (Luci della città) di Charlie Chaplin ha la sua premiere al Los Angeles Theater: un capolavoro nasce.

30 gennaio 1931

 
Una frase al giorno

“Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza”

(Antonio Gramsci, da L'Ordine Nuovo, anno I, n. 1, 1° maggio 1919)

 

 

INFORMAZIONI

Ugo Brusaporco

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web www.brusaporco.org