“L’amico del popolo”, 25 gennaio 2017

L'amico del popolo
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“L’amico del popolo”, spazio politico di idee libere, di arte e di spettacolo. Una nuova rubrica ospiterà il giornale quotidiano dell’amico veronese Ugo Brusaporco, destinato a coloro che hanno a cuore la cultura. Un po’ per celia e un po’ per non morir...

Mercoledì 25 gennaio 2017

Un film al giorno

JEUX INTERDITS (Giochi proibiti, Francia, 1952) diretto da René Clément. Tratto dal romanzo "Jeux inconnus" di François Boyer. Sceneggiatura: Jean Aurenche, Pierre Bost, F. Boyer, R. Clément. Fotografia: Robert Juillard. Montaggio: Robert Dwyre. Musica: Adattamenti musicali di Narciso Yepes. Con: Brigitte Fossey (Paulette), Georges Poujouly (Michel Dollé), Amédée (Francis Gouard), Laurence Badie (Berthe Dollé), Suzanne Coural (la signora Dollé), Lucien Hubert (il signor Dollé), Jacques Marin (Georges Dollé), Louis Santève (il parroco), André Wasley (il signor Gouard).

Il film è vincitore del Leone d'oro al miglior film alla 13ª Mostra del cinema di Venezia e Menzione speciale alla Biennale di Venezia: "per avere saputo elevare ad una singolare purezza lirica e una eccezionale forza di espressione l'innocenza dell'infanzia al di sopra della tragedia e la desolazione della guerra".
Sulle rive di un placido corso d’acqua un bambino e una bambina leggono una storia. È il giugno del 1940. Un gruppo di civili sta fuggendo dalla città verso la campagna, in mezzo ai bombardamenti. I genitori della piccola Paulette vengono falciati da una raffica aerea. La bimba, che ha appena cinque anni, stringe al petto il suo cagnolino morto. Vagando per le campagna, incontra Michel Dollé, figlio di contadini, che la porta a casa sua. Ascoltando gli adulti, la piccola si interroga sul significato della morte. Dopo aver dato sepoltura al suo cagnolino, costruisce insieme a Michel un piccolo cimitero per animali, rubando le croci da quello degli uomini. Dopo essersi impadroniti della croce del fratello maggiore di Michel, appena sepolto, e aver provocato il litigio tra il signor Dollé e l’odiato vicino Gouard, i due vengono scoperti. Proprio in quei giorni arrivano i gendarmi a reclamare la piccola orfana, che sarà costretta a lasciare la casa dei Dollé e a entrare in un orfanotrofio. Il bambino e la bambina finiscono di leggere la loro storia.

“(...) La morte, indubbiamente, la fa da padrona in Giochi proibiti. La piccola protagonista ne fa la conoscenza all'inizio, quando i suoi genitori vengono mitragliati dall'aereo tedesco sul ponte (un ponte che non è un passaggio: on c'è un al di là, nonostante i blandi sforzi del cappellano del villaggio di definire una dimensione trascendente, c'è solo la condizione di essere vivi e quella, subito dopo, di non esserci più). I genitori sono morti ed anche il cane. La bimba è più stupita che spaventata o addolorata e forse sente più dolore per la morte del cane che per quella dei genitori; o per lo meno, per lei, creature umane e animali sono unificati dallo stesso fenomeno, la perdita di movimento e di calore. Subito dopo il decesso dei suoi, Paulette tocca la guancia della madre; e quando seppellisce il cane lo tocca e poi tocca la sua guancia, rilevando nell'animale stecchito l'assenza di calore (toccando più tardi i pulcini che le ha portato l'amichetto Michel, esclama: “Oh, come sono caldi!”). La morte è anche una presenza oggettiva. Voglio dire che se tutto nel film è visto con l'ottica dei bambini (la macchina da presa è a settanta centimetri dal suolo, all'altezza di uno sguardo infantile: lo fa rilevare lo stesso regista), in alcuni casi siamo noi spettatori a renderci conto come il rapporto vita/morte sia precario. Come nel caso in cui osserviamo Georges, il figlio maggiore dei Dollé, costretto a letto per il calcio ricevuto nel ventre dal cavallo fuggiasco, che segue con lo sguardo insonne una farfalla notturna che gira attorno alla fiamma di un lume fino a bruciarsi. Siamo noi e lui e basta, in quel momento, i ragazzi dormono, non sono in scena. Il giocare con la morte e con la sua conseguenza (il seppellimento) è il 'lavoro' dei due piccoli protagonisti. I quali non fanno distinzioni, non ci sono gerarchie nella morte: l'importante è che le creature senza vita vengano seppellite sottoterra, «per farle restare insieme, così non si annoiano» e “così non si bagnano”. Il gioco resta innocente ma ai nostri occhi assume significati terribili quando i due ragazzi, per dare compagnia agli abitanti del loro cimitero privato, sono disposti a togliere la vita a creature vive, come i pulcini. E gli insetti: Michel fa piombare il pennino della sua penna su uno scarafaggio, infilzandolo mentre imita il rumore di uno Stukas in picchiata (ma a questo Paulette si ribella: “Non ucciderlo!”). E ancora un gioco di bambini lo sconfinamento nel fantastico nella bella scena in cui Michel prende la talpa morta e la seppellisce per far compagnia al cane di Paulette:

- Prenderemo altri animali, poi metteremo delle croci. Qui se ne trovano un sacco, di talpe.
- E di gatti.

- Istrici, lucertole.
- Cavalli, vacche.
- Serpenti a sonagli.
- Leoni.
- Tigri.
- Persone (e qui il respiro di Paulette si fa affannoso, i due ragazzi si guardano in silenzio, come schiacciati dall'idea).

Loro si limitano a rubar croci dal cimitero dei 'grandi', ma questi ultimi i morti cristiani li procurano davvero. “Il primo, gioco proibito è la guerra”, ha detto Clément. Sono giochi tristi, inadatti alla loro età, proibiti, quelli dei ragazzi, ma mimano una realtà concreta, il gioco della guerra. “Non sono stato io, è stata la bomba”, risponde Michel a Paulette che lo rimprovera di aver inchiodato col pennino lo scarafaggio. Non sono loro a giocare con la morte, sono gli adulti.
Pamphlet contro la guerra, ma non soltanto. Passaggio dal risentimento dei film bellici o resistenziali in chiave 'realistica' ad una forma di meditazione pacata sul fenomeno, il film appare oggi, con tanta acqua passata sotto i ponti, interessante soprattutto per il modo indiretto di parlare di certe cose all'epoca ritenute importanti (la guerra) e per il modo durissimo, nonostante le tonalità grottesche, di parlare di cose reputate secondarie (il mondo contadino e quello degli adulti), a suo tempo considerate schematiche e poco accettabili.
Al di là dell'attacco frontale, diciamo così, in merito al rapporto fra i giochi dei piccoli e i giochi dei grandi, Clément e i suoi sceneggiatori (il cui ruolo è determinante) svolgono un discorso più sottile, meno evidente, sull'argomento vita/morte. L'amore, la nascita, la morte sono aspetti legati fra loro, spesso compresenti. Ambedue le volte che vediamo la figlia dei Dollé (la famiglia che ha ospitato Paulette) fare all'amore con il figlio dei Goaurd, i vicini di casa, si sente il rumore di aerei che passano e la non troppo lontana esplosione di bombe. E ambedue le volte gli amanti sono disturbati dai due bambini che vanno a seppellire pulcini o a rubare croci. E nella colonna sonora tutte e due le volte la chitarra di Narciso Yepes intona il famoso tema di terzine, legato ogni volta al tema della morte (A proposito della musica. Per tanto tempo molti l'hanno reputata originale mentre è detto chiaro, nei titoli di testa, che il chitarrista spagnolo Yepes ha curato solo gli adattamenti musicali. I temi sono diversi, ma quello che ha più rilievo è quello delle terzine: si tratta di una vecchia ‘copia' spagnola, utilizzata fra l'altro, nel 1941, come serenata di Tyrone Power a Linda Darnell in Sangue e arena).

Un altro momento interessante, a proposito di coesistenza vita/morte, è quello in cui Michel insegna l'Ave Maria a Paulette. Le hanno detto che bisogna pregare per i morti, ma lei non lo sa fare. Arrivata a “Benedetto il frutto del tuo ventre, Gesù”, la bambina chiede: “Cos'è il ventre?”, e Michel risponde: “Dev'essere dove mio fratello è stato ferito”, al che Paulette riprende la preghiera così: “Benedetto il frutto del tuo ventre ferito”. Accusato di fare della polemica antireligiosa (palese nella descrizione del carattere superficiale del prete, nella assoluta assenza in tutti i personaggi della comprensione più elementare dei valori religiosi, nella sequenza della confessione: Nino Ghelli in “Bianco e Nero”, settembre-ottobre 1952), Giochi proibiti è reputato per reazione, dal suo autore, un film religioso. “Molti affermano che io ho abbassato il simbolo della Croce ad un gioco, ad un semplice divertimento di bimbi. Ma è sufficiente che appena si approfondisca l'osservazione per rendersi conto del contrario: la mia polemica è proprio rivolta, esplicitamente, contro quegli adulti che riducono la religione ad un puro simbolo esteriore - ad un gioco, appunto”. Ha ragione lui: se Michel, invitato a dire qualche preghiera per suo fratello che sta per morire, incrocia insieme Pater e Ave Maria, e poi prosegue borbottando parole indistinte, gli adulti non se ne accorgono nemmeno, a loro basta un suono che assomigli alla preghiera. All'anima del sentimento religioso: ed è evidente che non è la religione in quanto tale sotto accusa bensì i cosiddetti 'praticanti'. Gli adulti, appunto. La loro meschinità e la loro ignoranza, guerra o pace che sia. Siamo all'aspetto 'secondario' che si rivela oggi, determinante nel giudicare il risultato. Gli adulti: la famiglia che accoglie Paulette, la famiglia dei vicini, il prete del villaggio, persino le signore della Croce Rossa che accolgono la piccola orfana alla stazione, mettendole al collo un cartello col nome “Paulette Dollé” che sembra uno di quelli che i due bambini utilizzavano come lapidi nelle loro sepolture. Eppure Paulette era rinata dai Dollé e con quel nome aveva detto di chiamarsi, aveva ricevuto un nuovo battesimo; ma partire è morire un po'.

L'infanzia è oppressa, tradita, uccisa dagli adulti, i quali sono degli spergiuri (il padre di Michel promette di non consegnare Paulette ai gendarmi ma poi si rimangia la parola). Ottusi ed egoisti, gli adulti mimano dal canto loro, con i loro ridicoli litigi, la guerra fra i popoli: e, significativamente, i due capofamiglia rivali si azzuffano al cimitero e cadono avvinghiati dentro una fossa. (...)”

(Ermanno Comuzio, mio grande amico e maestro, su Cineforum n.319)

 

Una Poesia al giorno

In un momento di Dino Campana

In un momento
Sono sfiorite le rose
I petali caduti
Perché io non potevo dimenticare le rose
Le cercavamo insieme
Abbiamo trovato delle rose
Erano le sue rose erano le mie rose
Questo viaggio chiamavamo amore
Col nostro sangue e colle nostre lagrime facevamo le rose
Che brillavano un momento al sole del mattino
Le abbiamo sfiorite sotto il sole tra i rovi
Le rose che non erano le nostre rose
Le mie rose le sue rose

P.S. E così dimenticammo le rose.

(per Sibilla Aleramo)

Giovanni XXIII 

Un fatto al giorno

Domenica, 25 gennaio 1959 Giovanni XXIII annuncia il Sinodo Romano, il Concilio Ecumenico e l'aggiornamento del Codice di Diritto Canonico: “...Venerabili Fratelli e Diletti Figli Nostri! Pronunciamo innanzi a voi, certo tremando un poco di commozione, ma insieme con umile risolutezza di proposito, il nome e la proposta della duplice celebrazione: di un Sinodo Diocesano per l'Urbe, e di un Concilio Ecumenico per la Chiesa universale ...”, “Ecco innanzitutto Roma: nel corso di quaranta anni completamente trasformata in tutt'altra città da quando la conoscemmo nella Nostra giovinezza. Qua e là ancora si scorgono le sue linee architettoniche fondamentali più vetuste, che talora costa qualche pena il rintracciare, soprattutto alla periferia avviluppata ormai in un agglomerato di case, di case, di case, di famiglie, di famiglie, qui convenute da ogni parte del continente Italico, dalle isole circostanti, e si può dire da tutta la terra. Un vero alveare umano da cui si svolge un brusìo ininterrotto di voci confuse, in cerca di accordi, che facilmente si intrecciano e si disfanno, rendendo faticoso e lento lo sforzo di unificazione di spiriti e di energie costruttive per un ordine corrispondente alle esigenze della vita religiosa, civica e sociale dell' Urbe...”, “Che se il Vescovo di Roma allarga lo sguardo Suo sul inondo tutto intero del cui governo spirituale è fatto responsabile per la divina missione affidatagli della successione del supremo apostolato, oh! lo spettacolo: lieto da una parte dove la grazia di Cristo continua a moltiplicare frutti e portenti di spirituale elevazione, di salute e di santità in tutto il mondo: e triste dall'altra innanzi all'abuso e al compromesso della libertà dell'uomo, che non conoscendo i cieli aperti, e rifiutandosi alla fede in Cristo Figlio di Dio, redentore del mondo e fondatore della Santa Chiesa, si volge tutto alla ricerca dei cosiddetti beni della terra, sotto la ispirazione di colui che il Vangelo chiama principe delle tenebre, principe di questo mondo - come lo qualificò Gesù stesso nell'ultimo suo discorso dopo la Cena - organizza la contraddizione e la lotta contro la verità e contro il bene, la posizione nefasta che accentua la divisione fra quelle che il genio di Sant'Agostino chiama le due città, mantenendo sempre attivo lo sforzo della confusione per ingannare, se possibile, anche gli eletti, per trarli a rovina. A colmo di sventura per la schiera dei figli di Dio e della Santa Chiesa si aggiunge la tentazione e l'attrazione verso i vantaggi di ordine materiale che il progresso della tecnica moderna per sé indifferente - ingrandisce ed esalta. Tutto ciò - diciamo, questo progresso - mentre distrae dalla ricerca dei beni superiori, infiacchisce le energie dello spirito, conduce al rilassamento della compagine della disciplina e del buon ordine antico, con grave pregiudizio di ciò che costituì la forza di resistenza della Chiesa e dei suoi figli agli errori, i quali in realtà sempre nel corso della storia del cristianesimo, portarono a divisioni fatali e funeste, a decadimento spirituale e morale, a rovina di nazioni”. Quanto poco è cambiato!

 

Una frase al giorno

L'uomo è un prigioniero che non può aprire la porta della sua prigione e scappare

(Platone)

 

INFORMAZIONI

Ugo Brusaporco

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web www.brusaporco.org