Buon lavoro papà

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Buon lavoro papà. Di Tommaso TorselloUn mattino di oltre trenta anni fa partì un treno diretto a Lecce. A bordo c’era un uomo che si recava al lavoro e che forse per tutto il viaggio si è chiesto se il più piccolo dei suoi figli gli volesse bene. Non era il modo migliore per cominciare la giornata. Vorrei tornare indietro nel tempo, sedermi accanto a lui su quei sedili scomodi senza poggiatesta e dirgli ogni minuto che gli volevo bene. Ma ho potuto farlo solo nella mia mente.

Mio padre ha fatto il pendolare per più di 20 anni. Prendeva una vecchia littorina che in un’ora e dieci lo portava al lavoro. Usciva alle sei del mattino e tornava dopo dodici ore. Aveva una famiglia da mantenere, moglie e tre figli. Ero io il più piccolo. Non abbiamo vissuto negli agi ma papà non ci ha fatto mancare niente. Anche mia madre si alzava poco dopo le cinque per preparargli il caffè, poi si rimetteva a dormire e ci svegliava alle sette per farci andare a scuola. Mio fratello, mia sorella ed io dormivamo nella stessa stanza.

Quel mattino, quando avevo circa otto anni, mio padre si è accorto che ero sveglio ed è venuto a salutarmi. Mentre si avvicinava al mio letto ho chiuso gli occhi ed ho fatto finta di dormire. Volevo fargli uno scherzo. Desiderava solo un bacio dal suo bambino e che gli dicesse “ciao papà, buon lavoro”. Ma io continuavo a tenere gli occhi chiusi. Sapeva che ero sveglio e continuava a dirmi sottovoce di salutarlo prima che andasse al lavoro perché lo avrei rivisto solo nel tardo pomeriggio. La mia bocca e gli occhi rimasero serrati. Dopo un paio di minuti mio padre uscì, altrimenti avrebbe perso il treno. A quel punto avrei voluto corrergli dietro, abbracciarlo e baciarlo dicendogli “buon lavoro, papà”. Pensai subito di aver fatto una cavolata, sebbene innocente. Passai il resto del mattino a pensare al mio gesto stupido. Immaginavo mio padre sulla littorina che si chiedeva perché non lo avessi voluto salutare, magari pensava che non gli volessi bene ed era triste per colpa mia. Nella mia mente ho fermato quel treno mille volte ed ho raggiunto mio padre coprendolo di baci.

Ora ho trentanove anni e so che ciò che ho fatto sembra una cosa di poco conto, ma credo di non avergli mai chiesto scusa per il mio comportamento. Vorrei solo dirgli che quel giorno ho sbagliato a fingere di dormire e dargli quel bacio, anche se ora non sarebbe più quello di un bambino. Forse solo ora che anch’io ho un figlio piccolo ho capito come si sentiva lui quel giorno. Ho la fortuna di averlo ancora in vita ed in salute anche se a settecento chilometri di distanza. Potrei alzare il telefono, chiamarlo e chiedergli se si ricorda di questa mia marachella. Ma non sarebbe la stessa cosa, devo assolutamente dargli quel bacio di persona. Mi sono promesso di farlo la prossima volta che andrò a trovarlo ma purtroppo dovrà attendere ancora alcuni mesi. Anche se è in pensione da molti anni gli dirò comunque “ciao papà, buon lavoro” e gli darò quel bacio che conservo da trenta anni.

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Tommaso Torsello

Mobile 339 4034247
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