LA STAZIONE

Hobby Scrittura
Grandezza Carattere

LA STAZIONE, di Luciano MarchiFinalmente mi ero dedicato una giornata particolare.
Sollecitato da un amico, che mi accompagnava, avevo fatto visita alla Ferrovia Porrettana, sul versante toscano.

Insieme ci eravamo recati a Corbezzi (unica stazione al mondo con sei gallerie), a Valdibrana (col suo lungo binario di lanciamento a mo’ di ponte) e anche al di sopra della trincea di Vignacci: vano tentativo del 1888 per ridurre i fumi nella galleria di Piteccio. Quest’ultima torna indietro nella montagna, prendendo quota mentre piega: un autentico inferno per i macchinisti di allora.

Adesso eravamo in stazione, proprio a Piteccio; ed io sono stato invaso da una sorta di malinconia. Per anni avevo dimenticato quei binari, tralasciando anche di fotografarli. Eppure i soggetti erano tanti, pure se solo accennati; questo per via delle incurie del tempo. Curiosità, fascino e incredulità, questi erano i sentimenti che mi stavano pervadendo; quasi a maledire il tempo perso.

Per fare cosa? Ascoltare le dubbie notizie al telegiornale? Non avrebbero potuto esserci delle iniziative migliori?

LA STAZIONE, di Luciano MarchiE’ proprio così: il presente comanda. Il futuro? Deve ancora arrivare… E il passato?
Il rimpianto era forte.
Mi sentivo un superstite.

I piedi calpestavano la ghiaia del binario, con un rumore ruvido. Il resto era silenzio, anche guardando lontano: dove il tempo diventava finalmente odierno e attuale.

In quella stazione sembrava fosse passata una bufera improvvisa e letale, capace di cancellare la gloria e le voci.
Non era solo la ruggine del tempo a colpirmi, ma anche le tante incurie, diventate col tempo un’esplosione di volgarità.

Vedevo e non capivo, ma riuscivo a immaginare; così ecco sorgere i tanti rimpianti. Avevo sprecato il mio tempo e anche quelle immagini che non ero riuscito a scattare.
Restava poco, solo tanta desolazione.
Io solo ne ero sopravvissuto.

Una voce, all’improvviso: “Un verificatore al binario 2”
Un’altra: “Il diretto proveniente da Roma è in arrivo sul binario 1”

“Da Roma?”, domandai a me stesso.

Ancora un urlo: “Cestini da viaggio!”

“Da viaggio?”, non riuscivo a comprendere. Uscivano da ogni parte, all’improvviso.

Erano persone e cose, solo più trasparenti del normale. Le mie gambe divennero pesanti e camminavo a fatica. Faceva anche più freddo.

Altre voci: “Instradiamo l’accelerato nel ricovero, poi agganciamo la doppia in testa al Roma, così potrà partire subito”
“Tieni un cestino anche per me”
“Non torni a casa stasera?”
“No, non prima che arrivi il rapido da Milano”

Mi guardavo intorno, infreddolito.
D’improvviso era calata l’oscurità.

Vedevo i convogli illuminati alle spalle e quella locomotiva in attesa: nera, cupa, immensa. C’era vita, ovunque; gente che si muoveva con agilità, sapendo esattamente cosa fare.
La ghiaia era finita, ora ero sul marciapiede; all’improvviso un fischio e una nuvola di vapore.

Il rumore era possente e divenne stridio: era il Roma, appena arrivato.
Un vagone si fermò davanti a me.

La luce giallognola del finestrino mi permetteva di guardare dentro; lì una coppia parlava con intensità: donna e uomo erano sporti l’uno verso l’altro, elegantissimi. Tra loro solo una piccola abat-jour.
Era il vagone ristorante.

Provai a scattare una fotografia, ma le macchine erano pesanti, fredde, inservibili.

“Vedevamo quelle luci”, disse una voce alle mie spalle.

“Mi scusi…”, cercai di rispondere, voltandomi.

Davanti a me vi era una sagoma d’uomo, imponente; forse un po’ scura.
In testa un berretto da ferroviere.
Indossava un cappotto pesante, che ne esaltava le dimensioni.
Mi guardava con uno sguardo trasparente, ma deciso.

“Vedevamo quelle luci”, ripetette, “E ne andavamo orgogliosi”

“Anche mio nonno era ferroviere…”, provai a dire.

“Io sono nato lassù, dietro quella montagna”, disse il ferroviere. “Mia madre mi raccontava di gente venuta da fuori, che ha iniziato a scavare”. “Poi sono arrivati operai, tanti; scalpellini provetti e infine muratori”. “Queste valli, ma anche quelle di là, divennero diverse, un po’ più ricche”. “Nascevano famiglie, case, strade, ponti; così, sin da bambino, dissi a me stesso che avrei lavorato lì, tra i binari”

“Se ne fa un gran parlare, di queste cose…”, dissi.

“No, non è vero; ed è il motivo per il quale soffriamo tutti qui…”

“Soffrite?”

“Non lo vedi? Siamo trasparenti, diafani. Dimenticati…”

“Eppure stiamo celebrando i 150 anni delle ferrovia”, provai a dire.

“Non scherziamo”, rispose, “Quella è la vostra festa, non la nostra”. “Mettete una locomotiva a vapore sui binari e vi divertite, senza memoria”

Stavano agganciando la doppia al Roma. Il convoglio venne fatto retrocedere un poco, lungo un binario in contropendenza; poi, a fatica, partì. Un altro treno rimase “sul due”, ma se ne sarebbe andato a breve.

La gente iniziò ad avvicinarsi a me, almeno coloro che non stavano lavorando. A poco a poco, formarono un cerchio di volti, tutti intenti a guardarmi. Il loro sguardo più che dalla curiosità era mosso da una sorta di supplica: volevano qualcosa da me, ma non sapevo cosa.

“Lasciateci stare”, disse uno.

“Cercate di capire”, riprese un altro.

Pian piano le esclamazioni divennero mugolii indefiniti.
Cercai di proteggermi e dissi: “Non capisco, cosa debbo fare?”

“E’ una questione di memoria, che dalla storia arriva al presente; forse anche di rispetto”. Era il solito ferroviere a parlare, ora ancora più imponente nel suo cappotto scuro.

“Io non credo di aver mai mancato di riguardo a nessuno…”, provai a ribattere.

“Tu hai visto le luci del Roma, ma qui sopra sono passati politici, regnanti, attori, scrittori; e quei binari, hanno fatto crescere paesi, storie, amori”. “La vostra esistenza è cresciuta con la ferrovia e per merito di essa”.

“Sì, ma…”

“Questo dovete ricordare; poi, se volete, chiudete tutto”. “E lasciateci in pace”

Era partito anche il secondo treno. La gente mi guardava con modo sempre più supplichevole. Solo il ferroviere aveva lo sguardo deciso, convinto di avermi detto tutto. Anche loro erano stati i nostri padri, poco tempo prima.

“Adesso andiamo”, mi dissero.

“Posso rimanere ancora?”

“Fai pure”, mi dissero.

Tutto si dissolse, in un lampo di luce. La stazione divenne quella di prima.
Mi sentivo ancor più un superstite. Gli oggetti però parevano più vivi; e veri: persino quel binario arrugginito, inutilizzato da tempo.

Fotografavo con lena, e maggiore convinzione: le cose, la storia, ciò che non c’era. Ripresi anche la stazione, tutta intera.
Controllai lo scatto: sul marciapiede un ferroviere con il cappotto scuro.

LA STAZIONE, di Luciano Marchi

Quest'anno cade il 150° anno dopo l'inaugurazione della linea "Porrettana".

Ci sono voluti 30 anni tra progetto e realizzazione per stendere 133 chilometri di binario, fare 47 gallerie ed unire Pistoia con Bologna, arrampicandosi sulle montagne e passando attraverso Porretta ed altri paesi che ne hanno ospitato piccole stazioni.

Solo ora, dopo circa un anno di fermo per interruzione sulla linea e senza sapere per certo quando riaprirà la tratta Porretta - Pistoia, ci si accorge di che cosa vuole dire avere un servizio del genere, che ha implicato la costruzione di un'opera maestosa per gli anni in cui è stata realizzata.

L'augurio quindi è di una lunga vita per la nostra ferrovia, che tanto sta servendo oggi e che tanto rievoca ancora ricordi di un tempo e che, mostrando la sua autorevolezza, sia di nuovo passaggio di umanità.

LA STAZIONE, di Luciano Marchi

INFORMAZIONI

Luciano Marchi (foto e testo)

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
www.lucianomarchi.com