Il giorno dei morti

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Aveva ricevuto la notizia poche settimane prima: la tomba di suo padre sarebbe stata tolta, il tempo era scaduto. Succede nei grandi cimiteri, nemmeno vent'anni sotto terra, poco di più dentro quei calti marmorei che ripongono il defunto nei condomini in cui era vissuto. Era imbarazzato, non ci aveva pensato, e non era come quelli che si dimenticavano di pagare le spese della lampada votiva e se la ritrovavano spenta, almeno finché non si ricordavano a pagarla, no, non era la stessa cosa: avrebbero preso la cassa con suo padre e... non sapeva cosa sarebbe successo.

Il giorno dei morti, di Ugo BrusaporcoSi ricordava quello che suo padre gli raccontava quando si divertiva a impaurirlo, suo padre, che portava in viso una cicatrice di guerra ottenuta bambino da un'esplosione traditrice. Gli raccontava di quando, lui bambino, la guerra appena finita, era stato mandato a seppellire e disseppellire i morti. E di quelli che nelle bare sembravano essere morti disperati perché sepolti vivi e di uno che era stato sepolto con la testa rivoltata dopo un incidente con la moto, e di quelli il cui corpo non era ancora decomposto. E ora, il giorno dei morti, non aveva più suo padre da andare a pregare sulla tomba. Non c'era più la tomba e non sapeva dove era finito suo padre, forse in qualche parte era stato scritto, ma dove era quello scritto non si ricordava, troppo duri erano stati quei mesi, la scoperta della malattia, il suo aggravarsi nonostante le cure, lo scoprire che una malattia così non lasciava tempo.

E ora, il giorno dei morti, e la tomba che non c'è più, e la morte che ti arriva addosso e il non poterci far niente. Ci aveva pensato a lungo prima di ricevere la notizia, era diventato importante quel giorno dei morti per incontrare i vecchi compagni di classe, gli amici, pochi, che in simili occasioni si incontrano, tutti con un parente da piangere, da ricordare. Come entrare al cimitero senza un qualcuno da piangere, senza rubare la scena ad altri.

Che diritto aveva di entrare in un cimitero, senza avere un morto da pregare. Eppure ne aveva bisogno per dire che stava lasciando la vita, che non lo avrebbero più visto, che sarebbe stato contento se qualcuno lo fosse andato a trovare, sarebbe stato meno squallido il morire. Niente, la tomba era stata tolta, eppure si trovava davanti al cimitero, il giorno dei morti e aspettava solo di morire. Non riusciva a capire perché era li, eppure voleva urlarlo a tutte quelle persone con i fiori da portare al proprio defunto che anche lui stava morendo. Stava morendo, lo avevano detto i dottori, e lo sentiva di più lui, dentro quel corpo marcio che gli restava da consumare.

Non sapeva come fare, girare fra le tombe, andarsene verso quella che fu la tomba del padre e sembrare sorpreso, morire, si! Morire subito e nessuno intorno, solo il morire perché la vita é finita. Si guardò intorno cercando un volto conosciuto, uno da fermare, da dirgli che stava morendo che ne aveva paura, che un tempo si era a scuola insieme e... ti ricordi... e di quello che era in quel banco vicino alla finestra e di quella vicino alla porta che volevo sposare e invece... Cercava un volto, una mano da stringere, ma perché era li, perché se non c'era nessuno da compiangere, neppure uno specchio per compiangere se stessi, era lì e basta e a chi interessava se gli restavano pochi giorni da vivere e ne valeva la pena vivere? E non era abbastanza il soffrire e l'avere tutti i domani cancellati? E non c'era nessuno da cui farsi compiangere, solo qualche ombra negli occhi stanchi e poi domani.

Domani noi, domani tu e io proveremo a regalarci l'eternità del silenzio. Domani avremo lacrime da piangere e ora tutto è finito senza che nessuno se ne accorga, ma chi si è mai accorto di morire?

Ugo Brusaporco

novembre2014