Qualcosa di strano a Modane

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Stazione di ModaneUn giorno a Modane accadde qualcosa di veramente strano. Ma vorrei prima spiegare che Modane a quel tempo era una ridente cittadina francese, al confine con l’Italia. Si poteva permettere di essere ridente grazie al fatto che gli studi dentistici allora spuntavano come funghi e aveva tutti i denti curati, anche se non per questo, però, avrebbero potuto celebrare messa!

Dicevo che accadde qualcosa di strano nella ridente cittadina di Modane. A cominciare dal Capostazione, che aveva il berretto di servizio bianco, diversamente dal Capostazione di Bardonecchia, che aveva invece il berretto di servizio rosso - quello personale era di tutt’altro colore - e man mano fino al farmacista, al barista, al sagrestano e al venditore ambulante, si posero tutti la stessa domanda: che fenomeno era mai quello che aveva fatto arrivare quella strana cosa fino lì dal mare?

Per fortuna, non vi fu bisogno dell’intervento estremo del prete, che se ne poteva stare così tranquillamente seduto a leggere e rileggere il solito libro, che gli aveva regalato sua nonna, vecchia come il cucco, dopo che gli avevano severamente ordinato di fare il sacerdote... ehm, dopo che lo avevano solennemente ordinato sacerdote, e poco prima che lei morisse. Qui, uno potrebbe chiedersi: ma quante volte lo leggono quel benedetto libro? Un libro, tra l’altro, tradotto in tutto il mondo nelle varie lingue, che sembra sia un vero best seller, anche se, a dir la verità, tanti lo comprano solo per arricchire la loro libreria o per mostrarlo agli ospiti!

Sono convinto, anzi ne sono quasi più o meno sicuro, credo, che sia un vero giallo. Non il libro, naturalmente; il motivo per il quale lo leggono tante volte. O non riescono a capire chi è il colpevole (che non può essere sempre e solo il solito maggiordomo, poveretto: sarebbe troppo facile e scontato!), oppure nel libro vi sono troppi assassini, a cominciare da quel certo Caino o Càino. Escluderei Cainò, non fosse altro che per la distanza che intercorrere tra “C” iniziale e la “o” finale del nome proprio!

Ma ritorniamo alla ridente cittadina di Modane, prima che la bocca si riempia di moscerini, come quando si sorride affacciati al finestrino di un treno in corsa.

Qui mi viene in mente “Monna Lisa”, con quel suo modo di sorridere enigmatico e perenne. Giore il conduttore adesso potrebbe obiettare che sarà sicuramente enigmatico, ma che non è per... enne. Orbene, obietto a mia volta io, a parte il fatto che se ogni volta che scrivo un pensiero, dovessi dar retta a tutti quelli che obiettano qualcosa... Starei fresco e quindi sarebbe auspicabile almeno farlo d’estate! Gli consiglierei comunque di notare che fra “per” ed “enne” non c’è alcuno spazio, che perenne è una parola sola (meglio sola che male accompagnata!); quindi, consiglierei di non intromettersi, se non altro per mancanza di spazio!

Forse, anche la Gioconda pensava all’episodio di Modane che sto per raccontare.

Quando? Abbiate fede, prima o poi riuscirò a farlo; ma assicuratevi che sia con la “effe” minuscola: altrimenti potreste ricavarne più danni che benefici!

Ed ora è meglio non dilungarsi oltre e raccontare l’episodio di cui trattasi, prima che questa cittadina, da cui si rischia di non andare più via, si stanchi d’essere ridente e ci mandi via lei. Non possiamo dimenticare che siamo ospiti; forse graditi e forse no. E si sa: l’ospite, come il pesce, dopo tre giorni puzza. Come puzza anche la maestrina d’asilo, quella seduta in seconda classe, nell’ultima vettura di coda, che fa finta di leggere e ti guarda per vedere se tu l’hai notata, quella in attesa che il poliziotto di turno le controlli i documenti alla frontiera. Sì; anche lei puzza dopo i tre giorni stabiliti (non l’ho stabilito io ma il detto popolare!), non fosse altro che per tutto quel fiume di profumo scadente che si spruzza addosso ogni mattina! Ma quanto guadagna una maestrina d’asilo? Di sicuro, meno di una principessa, anche se questa non sarà mai regina d’Inghilterra.

E dunque nella ridente cittadina di Modane, situata ad un’altezza non indifferente, poco più poco meno, tutti si chiesero come avesse potuto, uno stoccafisso come quello che appariva alla loro vista, arrivare dal mare, che non era proprio così vicino. E da quanto tempo era lì?

Lo studiarono a fondo.

Gli girarono intorno per tanto tempo, osservandolo a lungo con attenzione. C’era chi andava in senso orario, chi in senso anti orario. Chi andava avanti, chi indietro, senza che vi fosse una regola stabilita, né in quel momento, né mai; ognuno era libero di cambiare: di fermarsi e andare indietro, se fosse stato colui che stava andando avanti, e viceversa.

Ognuno voleva essere la persona capace di dare una spiegazione all’evento, in modo che fosse ricordato, e magari qualche volta fosse richiesta la sua opera davanti a tutti, nel caso si fosse ripetuto lo stesso fenomeno in futuro. Ma un simile evento, non sarebbe mai più accaduto nel futuro né, sicuramente, nel passato!

Poi, dopo tanto tempo e in modo del tutto fortuito, come sempre accade per le scoperte importanti, si resero conto che mancava all’appello il conduttore del treno, comunemente chiamato “bigliettaio”. E fu così che, con gran delusione di chi aveva già sognato un futuro di gloria scientifica, scoprirono che si trattava non di stoccafisso, né di baccalà, ma di Giore il conduttore, in servizio a tutte l’ore.

Si era attaccato alla maniglia della vettura letto, quando si era accorto che era chiusa, nella stazione di Bardonecchia, e vi era rimasto attaccato per tutta la durata della galleria: venti minuti di treno in corsa, con sette gradi sotto zero all’entrata e sette all’uscita, senza che il totale desse quattordici; una galleria che da Bardonecchia, ultima stazione italiana per chi esce dall’Italia, prima stazione per chi fa ritorno o comunque per chi arriva, senza discriminare quelli che arrivano per la prima volta, da Bardonecchia, dicevo, porta a Modane, prima stazione francese per chi entra in Francia dall’Italia, ultima stazione per chi dalla Francia esce, naturalmente sempre diretti in Italia e da quel punto di confine che, tra l’altro, è quello che interessa a noi!

“Cosa fai attaccato a quella porta?” aveva chiesto il capostazione, appena dopo aver fatto il segnale verde al macchinista, dandogli via libera per la partenza, e girandosi per ritornare nel suo ufficio, al caldo.

“La maniglia è chiusa!” aveva risposto Giore il conduttore.

“Salta giù!”

“Non posso: devo andare a Modane per il treno di ritorno!”

“Salta giù, cretino, prima che sia troppo tardi!”

“Non posso, non posso...” gridò Giore il conduttore, tenendosi più forte che poté. “Rischierei una multa!”

Le sue parole si persero nel vento, lo stesso vento che portò via le parolacce dette dal capostazione e il fischio a trillo che quest’ultimo emise disperatamente per tentare di fermare il treno. Ma nelle orecchie di entrambi i macchinisti non entrò alcun fischio, se non quello che emettevano i rotori dei motori del locomotore elettrico, anche perché le orecchie, con gli stessi macchinisti, erano ormai entrati in galleria.

Durante l’attraversamento della galleria, Giore il conduttore aveva avuto tempo e modo di pensare a quello scherzetto che gli avevano tirato i suoi colleghi del Viaggiante. Come facesse a pensare ad un simile episodio in un momento come quello, lo sapeva soltanto lui!

Erano entrati nel bar di stazione, avevano insistentemente invitato lui ad unirsi a loro per bere qualcosa; poi, dopo aver comodamente consumato, erano spariti tutti, lasciandolo solo davanti alla donna seduta alla cassa. La cassiera, un donnone di quelle robuste, con gentile fermezza mascolina, gli stava davanti e lo guardava in modo deciso, in attesa che l’ultimo rimasto nel locale, lui!, pagasse il conto.

In quel momento, Giore il conduttore avvertì un leggero brivido nella schiena e si ricordò di essere aggrappato ad una maniglia del vagone letto, all’esterno del treno, all’interno della galleria che da Bardonecchia, ultima stazione italiana, porta Modane, prima stazione francese... Ma questo l’abbiamo già detto.

Il ritorno da Modane avvenne sette ore e quarantacinque minuti dopo: quarantacinque minuti gli erano serviti per sciogliersi, senza slegarsi, e sette ore per capire dov’era.

Giore il conduttore riprese servizio sul treno rapido Parigi-Milano. Il suo sguardo, questo sì, da stoccafisso o da baccalà, se non addirittura da “pesce morto”, fu subito attratto dalle gambe di una giovane donna di gran classe che viaggiava, manco a dirlo, in una vettura “gran comfort”, tutta vellutata in un azzurro riposante...

“Buon giorno” disse Giore.

“Buon giorno” rispose la viaggiatrice.

“Posso controllare il suo biglietto, per favore?”

“Certamente” rispose la viaggiatrice mostrando il biglietto. L’eroe del viaggio all’esterno nello spazio (stretto, tra il treno e la galleria!) senza cordone ombelicale, controllò il biglietto con calma eccessiva, sempre ammirando quella che per lui in quel momento era una s-cul-tura (si chiede scusa per il tremendo modo di suddivisione della parola, ma serve a dare l’idea a chi non è navigato!). Scultura che la natura si era impegnata a fare con quel pezzo di creta da cui ne era venuta fuori la donna che ora era seduta davanti al nostro amico conduttore. Giore restituì lentamente il biglietto alla viaggiatrice e restò a guardarla.

“C’è qualcosa che non va con il mio biglietto?” chiese la viaggiatrice.

“Il suo biglietto va benissimo, signorina...”

“C’è forse qualcosa che non va con me?”

“Non c’è niente che non va con lei; anzi...”

“E allora?"

“E allora è il biglietto del suo cane che vorrei controllare” disse cercando di mantenere un tono alquanto professionale Giore, facendo capire che non si sarebbe fatto corrompere dalla sua bellezza, che nel malaugurato caso non avesse avuto il biglietto del cane, avrebbe pensato egli stesso a regolarizzare quella situazione insostenibile: un cane senza biglietto su un treno rapido... Ma stiamo dando i numeri?! E se fosse salito un ispettore delle ferrovie? Guai!

“Quale cane?” chiese stupita la viaggiatrice.

“Quello lì” disse deciso Giore, puntando l’indice verso un cagnone che sembrava starsene comodamente e tranquillamente accucciato sul lato del finestrino.

“Non è suo quel cane?”

“Quel cane?” - la viaggiatrice era incredula - “Ma è di peluche!”

“Non importa la razza, signorina, pagano tutti!” affermò Giore, il preciso e zelante conduttore. Naturalmente, almeno per quel giorno e su quel treno, quel cane viaggiò senza pagare alcun biglietto, e non perché Giore avesse pensato di non stuzzicare il “can che dorme”, che in ogni caso non dormiva.

Credo sia inutile dire che la viaggiatrice con la quale viaggiava sta riprendendosi solo adesso dall’attacco di risa acuto.

INFORMAZIONI

Domenico Ippolito

Nulla di personale... Viaggiante!
Edizione integrata
NEOS Edizioni

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Internet www.ippolito.capotreno.org